ossimoro degli ossimori…

Ancora alcuni anni fa, quando si provava a usare il termine “ossimoro”, occorreva precisare di che cosa si trattasse. È – si diceva – una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra di loro. La celebre espressione morotea “convergenze parallele” era, ed è tutt’ora, un’ottima espressione per esemplificare il concetto. Altri esempi? Caldo-raggelante, insulto-gentile, Berlusconi-onesto…
Oggigiorno, invece, tutti parlano di ossimoro: lo si legge sovente sulla stampa, l’ho sentito dire da politici in televisione. Pare, insomma, che il significato sia divenuto noto ai più. E la tal cosa m’induce a pensare che o tutti si sono messi a leggere trattati di retorica o c’è in giro qualcosa di ossimorico.
Dice: magari si tratta di una di quelle mode linguistiche dovute a pigrizia o imitazione — quei fastidiosi modi di dire che durano lo spazio di un mattino, per capirci — e quindi la faccenda, di per se, non è sinonimo di nulla. Tanto per dire: negli anni, quanti “bestiale” o “assurdo” ci siamo sentiti dire anche se non parlavamo né di zoologia né di matematica? Per un poco, ricordate?, tutti avevano preso a chiedere “un attimino”, ma non perché il tempo si fosse inspiegabilmente accorciato ma forse perché magari c’eravamo convinti, a furia di sentircelo chiedere, che così chiamandolo lo si sarebbe ottenuto più facilmente; oppure usava dire “esatto” invece di “sì” o, ancora, “epico” e “mitico” senza che nessuna impresa eroica fosse stata compiuta.
Tuttavia o, se volete, in aggiunta, il sospetto è che l’ossimoro abbia guadagnato in popolarità perché viviamo in un mondo dove, venute a cadere le ideologie (che cercavano, anche rozzamente, di ridurre le contraddizioni per imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situazioni contraddittorie. E non è detto che fosse più adatta all’ossimoro la vecchia lingua che i partiti usavano non per comunicare ma per nascondere, occultare, opacizzare, custodire segreti da iniziati. Con modi opposti si può esprimere una stessa tensione, quella italiana verso l’impossibile. La Realtà Virtuale, ad esempio, che è un poco come un Nulla Concreto. Poi c’è quello delle Bombe Intelligenti, che ossimoro non pare, ma lo è se si considera che una bomba, per definizione, è stupida e dovrebbe cadere dove la si butta, rispettando unicamente le leggi della meccanica classica, ché altrimenti, se fa di propria iniziativa, rischia di diventare Fuoco Amico, altro bellissimo ossimoro, se per fuoco ci si riferisce a qualcosa messo in essere per recar danni a chi amico, appunto, non è. Mi pare abbastanza ossimorica l’Esportazione della Libertà, se, com’è nei fatti, la libertà è qualcosa che un popolo o un gruppo si guadagnano per decisione personale e mai per imposizione altrui. A ben sottilizzare, poi, c’è un ossimoro implicito nel Conflitto di Interessi, perché lo si può tradurre come Interesse Privato Perseguito per il Pubblico Bene – o, più verosimilmente, come Interesse Collettivo Perseguito per il Proprio Utile Particolare. E ancora, ricordo quando sui giornali non era affatto strano leggere che gli alleati di Berlusconi, la Destra Moderata (altro bell’ossimoro), erano gli Atei Devoti Pera e Ferrara – ricordate?. Non trascurerei, anche se oramai ci siamo abituati, l’Intelligenza Artificiale e persino il Cervello Elettronico (se il cervello è quella cosa molliccia e grigia che abbiamo nella scatola cranica). E poi: fanta-scienza, reality-tv, caos calmo o, per citar Leopardi, “edonista infelice”, etc, etc, etc…
Insomma, non sapendo più come far convivere scelte che non possono stare insieme (un governo delle grandi intese, per dire), si ricorre agli ossimori per dare l’impressione che ciò che non può convivere conviva: le leggi contro i magistrati (che le leggi dovrebbero applicare), la politica in televisione e le pagliacciate in parlamento, i leghisti campani, il populismo liberal, il patto del Nazzareno. E, per finire, ossimoro degli ossimori, un politico [*] che ha la faccia tosta di affermare di non aver “a cuore le poltrone”.

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