‘a cazzimma…

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Dapprima i fatti: lunedì scorso, in una giornata gelida e persino nevosa e a qualche ora dall’atteso posticipo di campionato tra il Napoli a caccia dell’agognato terzo scudetto della sua storia e il Cagliari, un misterioso virus ha colpito quindici conducenti-operatori di stazione, tre caposervizio e tre manutentori della funicolare di Mergellina costringendo, di fatto, l’Anm a sospendere il servizio che collega la zona collinare con la parte bassa della città ‘e Pulecenella.
È possibile anticipare, con trascurabile margine di errore potenziale, come evolverà la vicenda di questi lavoratori assai cagionevoli di salute. La prima fase (quella in corso) è quella dell’indignazione: titoli di giornale a gridare lo scandalo, opinionisti che dicono che la misura oramai è colma, invocazione di drastiche sanzioni, l’immancabile sfuriata del Sindaco, raffica di post di utenti indignati per il disservizio, una valanga di tweet dei responsabili che promettono tempesta e fulmini sui furbi, fine dei privilegi e pretesa del rispetto delle regole contrattuali. Seconda fase (anche detta delle intenzioni virtuose): passata la sfuriata e dopo ragionate e ponderate valutazioni si annunciano sanzioni meno drastiche di quelle paventate nella prima fase, ma comunque di una certa severità, nuovi tweet dei dirigenti; sit-in (con tanto di inviato della D’Urso) di lavoratori che protestano per l’ingiustificata campagna di discredito, spiegano quanto è duro il loro lavoro, denunciano le situazioni precarie in cui operano ogni giorno, invitano, alla fine, a non fare di tutta l’erba un fascio. Terza fase (detta anche della Realpolitik): preso atto delle istanze sindacali, sottolineata la delicata situazione economica, viste le precarie condizioni opertive, considerata la nuova disponibilità manifestata dalla categoria, rientrano quasi tutte le misure annunciate; scompaiono i tweet apocalittici dei dirigenti, così come scompaiono le lamentele degli utenti (ormai incazzati per altre e più cogenti problematiche insorte); da Vespa, in una sorridente carrellata sulle usanze partenopee, si evoca quanto sia popolare, a Napoli, la cazzimma.

Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

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Vabbè, tocca rassegnarsi. Spalare la neve deve essere, per l’Italia, una sfida tecnologica insostenibile. Gli spazzaneve, il sale grosso, i guantoni, i cappelli e le sciarpe di lana, le catene per auto devono essere ritrovati tecnologici avveniristici (e costosissimi?) per i quali non siamo ancora pronti. Dev’essere così, fidatevi!
A fronte di tale incapacità, basterebbe però ci venisse risparmiato almeno il desolato stupore con il quale giornalisti e meteorologi più o meno esperti, ogni inverno, accolgono l’inverno. Pare difficile accettarlo, ma è così: in Italia, in febbraio, fa freddo e nevica. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti. E spesso — udite udite — nevica “anche al Sud”, come strombazzano i tele-giornalisti con l’espressione sgomenta della D’Urso quando da un pettegolezzo già pregusta le ricadute in termini di audience sulle sue trasmissioni. Il Sud, infatti, è pieno di montagne molto alte. E appartiene — mi insegnò il professore di geografia — alla fascia del mondo a clima temperato: in estate, quindi, fa caldo e in inverno, indovinate un po’?, freddo. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

“Non ero informato di quanto emerso poi dalle indagini”

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“Oltre a Giada (nome di fantasia della bambina di 13 anni) ci sono state altre quattro che subivano esorcismi, alcune sui 15-16 anni”, racconta la prima delle ragazze a denunciare le violenze. «Lui sazia la sua carne con atti sessuali. Gli piaceva toccare, ma ha fatto anche qualcosa di più grave. A me». E ancora: «Nei confronti della minore venivano praticati riti medievali – scrivono i magistrati – le “benedizioni” prevedevano che il sacerdote tirasse i capelli e le orecchie alle donne, le faceva posizionare in ginocchio e con la testa a terra, calpestando la testa con i suoi piedi».
Questo, in sintesi, è quello che sta emergendo dalle dichiarazioni sul caso [*] di Don Michele Barone, il prete, che coperto da una inaudita quanto inspiegabile cortina di omertà e ignoranza, commetteva indisturbato abusi sessuali ai danni di ragazzine minorenni (le più, pare di capire, affette da gravissime patologie psichiche) nella diocesi di Aversa. Don Michele, stando alle ricostruzione degli inquirenti, avrebbe costretto le ragazzine a ingoiare olio e acqua santa mescolando l’acqua con la sua saliva e, infine, le avrebbe più volte sputato in bocca aprendo le labbra con forza quando queste si rifiutavano di ingoiare. Lo faceva perché, dicono i testimoni, le ragazze “erano governate dal demonio”.
In questo agghiacciante quanto surreale quadro che viene a delinearsi, stride la posizione del Vescovo, Angelo Spinillo, che, per ora, secondo quanto leggo dai giornali, si è detto “basito” perché citato nell’ordinanza del giudice: “Non ero informato di quanto emerso poi dalle indagini” – ha dichiarato in una video-intervista a pupia.tv.
Ora, quand’anche possa ritenersi credibile che l’attività di questo prete non fosse nota ai responsabili della diocesi in cui operava – se non è assurdo, è grave – c’è da dire che per un vescovo diocesano non può valere il “non sapevo” col quale potrebbe farsi scudo il responsabile di una qualunque istituzione laica, ché, Codice di Diritto Canonico alla mano, al Can. 391 viene detto: “Spetta al Vescovo diocesano governare la Chiesa particolare a lui affidata con potestà legislativa, esecutiva e giudiziaria, a norma del diritto”. Il vescovo, insomma, è pienamente responsabile del governo della Chiesa particolare di cui è il titolare, salvo grave negligenza o palese inadeguatezza all’incarico. Può non essere in grado di evitare un abuso, ma è tenuto a saperlo.
O complice omertoso o vescovo da quattro soldi: cosa è meno peggio per chi la Chiesa definisce “un successore degli apostoli”?

…rarissimo distillato di verità.

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Sbaglierò, ma a me pare che ogni estate faccia un caldo terribile, e ogni inverno un freddo cane. Ma sui giornali, nei telegiornali, quelli classici alle televisioni e quelli moderni sugli schermi dei cellulari, la rivoluzione della Terra intorno al Sole è sempre fonte di ammirato stupore: le temperature – fanno sapere – di questi giorni sono “da record” (come quelle dello scorso inverno e del prossimo), e in estate accadrà che ci attenderà un caldo che farà alzare la colonnina di mercurio fino alle vette massime del secolo. Come ogni anno. Se l’inattendibilità dell’informazione è, in generale, irritante, in questo caso è simpatica. Riflette fedelmente la normale utile vacuità dei discorsi d’attesa all’ufficio postale (“che freddo, eh?”, “uh sì, un freddo becco, signora mia!”) e accosta la minacciosa concettosità dei titoli di giornale al nostro quotidiano ciarlare. Queste oramai inevitabili nicchie di ciancia meteorologica migliorano (di poco, ma la migliorano) l’informazione perché ne mostrano il lato obiettivo, quasi umano. Fa freddo! – è uno dei pochi titoli di giornale che non arrechi danni irreparabili alla parola umana infarcendola di secondi o terzi fini, di significati distorti, di faziosità, di falsità, di parzialità, di partigianeria, di antipatico settarismo e di fanatismo. Anzi, è un titolo a suo modo “rieducativo”, ci ricorda che in inverno, appunto, non fa caldo. E che questo tempo agita anche me… Ecco, il soffio gelido di Burian troneggia sulle prime pagine come un rarissimo distillato di verità.

Il livellamento verso il basso…

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Impossibile non provare stupore (quando non è mestizia) per il profilo ormai bronzeo di Berlusconi, evoluzione pluridecennale di costosissimi e sofisticatissimi lifting, dalla plastica al bronzo e dal bronzo, scommettiamo?, alla pietra – quando Silvio, nelle prossime tornate elettorali, assumerà le fattezze austere e pensose di un Moai dell’Isola di Pasqua. Nei talk di questi frenetici giorni di campagna elettorale, l’ex Cavaliere presenta nel volto rigidi caratteri di immutabilità ed eternità, sfuggevoli, tenuti assieme a quelli lievi di una vecchiezza nei modi a dir poco rassicurante (il nonnino coi cagnolini della Brambilla) dall’imbarazzante bitume che ogni giorno è costretto a spalmarsi sulla pelata; maschera sospesa sulla voragine del tempo che (per gli altri) inevitabilmente scorre: e noi qui, come tanti sarchiaponi, a chiederci chi, tra i suoi, sarà il nuovo premier. Alternativo a lui – suo avatar virtuale -, nel cosiddetto centrodestra, è il bruto Salvini, ducetto della ex Padania ormai stiracchiata, per convenienza ma non per coerenza, giù giù fino a Trapani; oppure, giusto per non spaventare troppo i bambini, il suo fidato e sempre troppo poco incensato Tajani, che per farsi riconoscere, qualora le urne dessero ragione a Silvio, uscendo dall’Europarlamento dovrà apparire in tv con un cartello appeso al collo con tanto di TAJANI scritto in grande.
Se poi vogliamo dire della corsa a Palazzo dalle parti di Grillo, be’, meglio non parlarne neppure, ché da quelle parti è stato tutto già deciso da una app, un poke, un clic, un get con tanto di copyright della Casaleggio Associati, opaca e sfuggevole entità il cui solo aspetto evidente è che gli Associati non siamo affatto noi.
Quanto sopra, lo avrete già capito, per dire agli altri partiti (grandi e piccini) più o meno in affanno nei sondaggi clandestini, che la smettessero di considerarsi messi peggio degli altri. Il livellamento verso il basso li soccorre, e non poco.

una sorta di superbia a-sociale…

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Al netto della notizia e degli sviluppi sul caso [*], a dir poco, sconcertanti che vedono come protagonisti l’oramai ex parroco di Casapesenna, Don Michele Barone, una minore affetta da gravi problemi di salute, i familiari di quest’ultima e un vicequestore – mix micidiale di stregoneria, ignoranza, credenze, paganesimo, potere, abusi, soprusi, ragiri e altro e altro ancora – sconcerta la posizione assunta dal Vescovo di Aversa sul caso. Rimane l’impatto (fortissimo, perché documentato da un video) di una mentalità e una cultura giuridica perlomeno carente – ma, se volete, sconcertante può essere l’aggettivo molto più adatto al caso. L’intera Curia diocesana fa la figura di un mondo a parte, una potentissima consorteria che ritiene al di fuori (o al disopra?) delle leggi dello Stato i suoi membri. In quel video di fronte a una denuncia di abusi (anche sessuali, da quanto si è appreso, poi) da parte del sacerdote, si suggerisce di mantenere il più stretto riserbo, viene consigliato di “ritirare l’esposto”, di non denunciare, di occultare, di sopportare cristianamente per sottrarre dallo scandalo il prete maneggione. Né traspare, da quel documento che registra un atteggiamento omertoso, alcuna coscienza del fatto che un reato, qualunque reato, è sottoposto al giudizio della magistratura e di nessun altro. È spiacevole dirlo, ma al di là della penosissima e grave vicenda umana raccontata, se ne ricava, da parte della Curia (ma, il discorso potrebbe e forse dovrebbe allargarsi anche a tutta la Chiesa), una sorta di superbia a-sociale. Ed è ben paradossale che tanta attenzione venga riservata alla legislazione di questo Paese (ostacolando qua e là ogni forma di emancipazione dei diritti di questa o quella categoria sociale), quando poi si tenta di sottrarre la condotta dei sacerdoti al vaglio di queste stesse leggi.

Anche quando non ce n’è alcun bisogno.

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L’altro giorno, col Comune in pre-dissesto, il tempo di radunare i pretoriani e intrupparli in un autobus per dare più forza e credibilità alla manifestazione, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, indossata la fascia tricolore, corre a Roma per mettere in piazza la solita sceneggiata, esibita (tra l’altro) in modo piuttosto teatrale, di una protesta tanto inutile quanto dannosa contro un Governo che aveva di lì a poco accolto la richiesta di accollarsi una quota considerevole del debito che dissangua le casse del Comune [*]. A conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di una commistione tra politica e istituzione che resta la cifra inconfondibile dell’esperienza amministrativa del sindaco alla Masaniello.
Si ebbe chiara la certezza che il De Magistris non avrebbe combinato un cazzo come sindaco di Napoli quando, per festeggiare la sua vittoria nel ballottaggio con lo sfidante Giovanni Lettieri, lo si vide con una bandana arancione sul capo agitarsi come un ossesso sotto scoppiettanti fuochi d’artificio in Piazza del Municipio. Cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – in Campania fanno il deus ex machina e Giggino, ora come allora, ama arringare la folla per tenere insieme “piazza” e “palazzo” esibendo i muscoli, all’occorrenza il braccio teso, pur di gridare il suo “come sono rivoluzionario io!”. Anche quando, obiettivamente, i fatti e il buon senso direbbero di astenersi dal farlo.

Ma la memoria dei fatti e delle cose…

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Nel paese rintronato dalla campagna elettorale, in cui tocca leggere che per le strade vengono a mani fascisti e comunisti, può sembrare una inezia che qualcuno abbia scritto “A morte le guardie” in Via Fani a Roma [*], lì dove cinque uomini della scorta dell’onorevole Moro furono trucidati il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse. E ci abbiano poi disegnato a “decoro” delle svastiche, sul basamento di cemento della lapide, perché i rimbecilliti senza storia e memoria non sanno che quel luogo e quella strage non sono affatto cosa loro – dei nazisti, intendo – nemmeno nel più delirante immaginario.
Ma qualcuno con qualche anno in più si ricorda ancora dov’era e cosa stava facendo quella mattina di quel lontano marzo in cui venne rapito Aldo Moro: la diretta TG interrotta da Vespa e la voce affannata di Paolo Frajese che armeggiava con microfono e telecamera a spalla intorno alle macchine della scorta crivellate di colpi. E di quella inezia, quello sfregio alla memoria e alla dignità, può, o almeno dovrebbe, sentirsi disgustato o quantomeno ferito. Anzi, a ben vedere, ancora più disgustato che dai quarant’anni di processi, illazioni, ipotesi e commissioni parlamentari, libri, rancori, alibi, affaire e congetture, depistaggi e non detti e non chiariti che sono lentamente trascorsi. Ché fascisti e comunisti, con le loro spranghe, bandiere e rancori repressi, forse davvero non saranno la nuova emergenza nazionale. Ma la memoria dei fatti e delle cose, questo è urgente: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” – scrisse Montanelli.
Ecco, tutto qui.

…la valigetta piena di monnezza passerà alla storia?

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L’idea che viene fuori dall’inchiesta giornalistica (ha davvero senso definirla tale?) di Fanpage, al netto delle posizioni di parte – l’una e l’altra, dico – mostrerebbe (qui, in questi casi, si tende a usare il condizionale checché ne dicano i manettari di ogni colore; quelli, per dire, tetragoni nella convinzione che, cito, “la valigetta piena di monnezza passerà alla storia”) uno squallido giro di mazzette per l’assegnazione degli appalti sullo smaltimento di rifiuti in Campania. Ora, fatto specifico a parte, fanno sorridere i discorsi sulle leggi da modificare e sui poteri “speciali” da dare a questo o a quel pubblico integerrimo controllore/repressore («istituiremo la figura dell’“agente istigatore”» – ha detto serio, ieri, il solitario camperista Di Battista [mi si perdoni la rima] da Floris) che, nei limiti del lecito (e, in certi casi, del ridicolo), hanno una loro più o meno solida ragione tecnica, politica, giuridica. Ma – e qui il punto – la corruzione è un reato tipicamente culturale, discende dall’idea antica (ne parla già Svetonio in De vita Caesarum) che il denaro non puzza (Pecunia non olet, usava dire a quei tempi) e da quella, assai più recente, che avere un reddito alto, un tenore di vita agiato, sia una specie di diritto sacrosanto, qualcosa che ti è dovuto, appunto. Di lì a diventare bulimici di quattrini il passo è assai breve; e come per tutti i tossici, fondamentale è negare di esserlo, non riconoscere patologia nei comportamenti, e dunque raccattare la bustarella (o la valigetta, se volete) senza battere ciglio, avendo già disfatto in precedenza, accuratamente, ogni possibile paradigma del lecito e dell’illecito quanto questo viene a frapporsi tra noi e la ricchezza a prescindere. Inutile illudersi di ridurre a livelli fisiologici la corruzione solo per vie legali – la storia di Di Pietro e la sua Mani Pulite dovrebbe chiaramente avercelo insegnato. La questione, ahinoi, è totalmente politica, cioè legata ai paradigmi socio-culturali in voga. Berlinguer l’aveva capito ed è per questo che, dopo tutti questi anni, ancora se ne parla tanto.

un embrione ibrido uomo-pecora

Altro piccolo passo verso la clonazione umana [*]. A pensarci, stavolta, gli scienziati dell’università della California Davis. Dopo quello dell’embrione di uomo e maiale, è stato creato in laboratorio, e presentato ieri alla stampa internazionale, un embrione ibrido uomo-pecora, in cui una cellula su 10.000 è umana. Ancora una volta, siamo dinanzi a una svolta nel corso dell’evoluzione della specie umana, almeno quanto l’invenzione dei primi utensili in ferro, e le possibilità che questa nuova scoperta lascia intravedere coinvolgono non solo i credenti, ma chiunque si ponga il problema di che cosa siano la vita, l’uomo, i limiti della scienza… Roba tosta, insomma, su cui vale la pena far riflettere gli esperti.
Sono però colpito dal tono fantascientifico che la discussione sta assumendo. Mi pare che si stia considerando la clonazione come riproduzione di un doppio assoluto di un individuo, nel senso che se clonassero Berlusconi ci troveremmo di fronte a un doppio problema di ineleggibilità, e se clonassero Renzi creeremmo invece un fastidiosissimo problema di iperproduzione di bile al collerico D’Alema. Brutta cosa, insomma.
Se pure la tecnica è nuova, la clonazione umana non farebbe altro che ritentare in grande e con attrezzature sofisticatissime quel che avevano tentato i nazisti, ovvero produrre attraverso sapienti incroci solo individui alti, biondi, sani e giovani (e quindi belli) al fine di arrivare ad avere un esercito di superuomini. Con un difetto, nient’affatto marginale: una comunità di superuomini con lo stesso patrimonio genetico sarebbe vulnerabile in blocco rispetto a un unico virus. Meglio insomma il vecchio sistema, in uso da tempo in molte organizzazioni, sapientemente messo in atto da Grillo e perfezionato in seguito dalla Casaleggio e Associati Srl: prendi gente con patrimoni genetici diversi, li sottoponi a un’educazione di ferro con lavaggio del cervello annesso, e li hai tutti di uno stampo. Tutti.
Ma veniamo al punto: che cosa si ottiene clonando un individuo? Supponiamo che un Dottore Capa Di Pazzo ritenga che io rappresenti il migliore campione della specie umana (ricordiamoci che è dottore, ma ha pur sempre una Capa Di Pazzo – con la P, si badi) e decida di clonarmi. Mi preleva una cellula somatica, la strizza, la guarda, la manipola, la coccola, la inietta e dopo nove mesi nasce un essere che ha il mio stesso patrimonio genetico. Ammettiamo che avrebbe occhi e capelli del mio colore, la mia stessa tendenza alla pinguedine, alla calvizie e la mia stessa predisposizione ad alcune malattie, la mia stessa preferenza per le materie scientifiche, e via discorrendo. Probabilmente la foto di questo Biagio Secondo all’età di un anno sul plaid scozzese tra i suoi giocattoli nuovi apparirebbe molto simile a quella scattata a me in quel lontano 1973.
Dopo di che le cose incomincerebbero a cambiare. Io sono stato allevato ed educato da due persone particolari appartenenti alla piccola borghesia in una paesotto della provincia italiana negli anni settanta e ottanta, ascoltando parlare certi parenti, amici, conoscenti, ho mangiato certe cose che si trovavano a quei tempi, ho respirato un’aria meno appestata di quella attuale, ma ho provato nell’infanzia l’esperienza di Chernobyl, sono stato educato nella religione cattolica, ho vissuto l’epoca dei robottoni alla televisione eccetera eccetera. Biagio Secondo potrebbe essere allevato da una famiglia protestante in Inghilterra, o da una famiglia di ebrei ortodossi a Gerusalemme, mangerà cose diverse, leggerà libri diversi, ascolterà altra musica, vedrà o non vedrà la televisione, si informerà con strumenti diversi, avrà accesso a nuove tecnologie, se si ammalerà sarà curato con sostanze chimiche diverse da quelle che hanno curato il mio morbillo e i miei orecchioni.
Giunto alla mia età che cosa sarà? Nessuno può dirlo, ma certamente sarà qualche cosa di assai diverso da me quale sono ora, forse un cardinale, forse un archeologo o magari un avvocato, o un drogato, o (dio non voglia) un grillino, o il proprietario di una taverna a Baltimora, o il successore di Di Maio, o il massimo esperto mondiale di filatelia.
Intorno alle elucubrazioni più o meno (fanta)scientifiche sulla clonazione c’è, di fondo, una forma di determinismo materialistico ingenuo assai, per cui il destino di una persona viene unicamente a definirsi a partire dal suo patrimonio genetico: condizioni iniziali in un processo a divenire retto da un sistema di equazioni più o meno già scritte. Come se non c’entrassero l’educazione, l’ambiente, i disguidi del possibile, la nutrizione, la iella (o il caso, come dicono i più bravi), il tipo di attività fisica, le coccole o le pantofolate distribuite senza parsimonia dai genitori…
Clonare esseri umani sarà un pessimo investimento per chiunque. Quale grande personaggio vorrebbe correre il rischio di perpetuarsi nei secoli dei secoli attraverso una caricatura? Tutto sommato, stringi stringi, è sempre più ragionevole (oltre che più divertente) fare figli col vecchio sistema.
E poi, se fosse vero che in una cellula c’è già tutto il nostro destino, perché varrebbe la pena di sbattersi così in questa vita?