Più del Duce potè il neocapitalismo…

Il sito di Rai Storia è una miniera preziosa di filmati e documenti interessantissimi; per chi fa fatica a dormire, poi, è un validissimo aiuto ad affrontare la notte tenendosi lontani dalle televendite farlocche o dai perversi social. L’altra notte, per esempio, m’è capitato di vedere una puntata de Il tempo e la Storia dedicata all’educazione dell’infanzia e della gioventù perseguita dal regime fascista [*] (libro e moschetto, fascista perfetto, ricordate?). Tra citazioni e rimandi è emersa, nel corso della trasmissione, la fondamentale questione se l’educazione totalitaria di una generazione abbia o meno plasmato nel profondo il carattere del popolo italiano.
Ora, è pacifico (a parte gli estremisti neofascisti) che qualcosa dell’eredità fascista sia rimasto nel carattere nazionale; come corrente carsica, questa dolorosa eredità riemerge nel carattere nazionale a ogni momento: ad esempio il razzismo, l’omofobia, il maschilismo strisciante, l’anticomunismo e la preferenza più o meno marcata per le destre – ma in definitiva questi atteggiamenti erano propri anche dell’Italietta prefascista. Personalmente però sono convinto – come del resto sosteneva Pasolini – che il carattere nazionale sia stato influenzato a fondo più dal neocapitalismo che dal fascismo. Insomma più il Duce poterono il consumismo, il liberismo, la sessa televisione – e non c’è affatto bisogno di scomodare Berlusconi, che al limite è stato figlio e non padre di questa ideologia, nata forse con le sigarette dei liberatori, col piano Marshall e con il boom economico degli anni cinquanta.
Credere, obbedire e combattere, praticare il culto della guerra, anzi l’esaltazione della morte, fare più figli possibile, considerare la politica il fine primario dell’esistenza, ritenere gli italiani il popolo eletto… ecco, di tutto questo che il fascismo chiedeva (anzi, imponeva) agli italiani, cos’è rimasto alla fine nel loro carattere?! Nulla! Anzi, curiosamente questi ideali si ritrovano oggi più nel fondamentalismo musulmano. È lì che si ritrova il culto fanatico della tradizione, l’esaltazione dell’eroe e il “viva la muerte”, la sottomissione della donna, il senso della guerra permanente e l’ideale del Libro e del moschetto. Tutte queste idee gli italiani le hanno assorbite pochissimo (tranne i terroristi di destra e di sinistra, ma anche questi più disposti a far morire gli altri che a sacrificarsi da kamikaze), e prova ne sia il modo in cui è andata la seconda guerra mondiale. Paradossalmente il disprezzo volontario della vita è stato presente solo in un momento, finale e tragico, tra le ultime raffiche di Salò e partigiani. Una sparuta minoranza.
Che cosa invece ha proposto il neocapitalismo, nelle sue varie declinazioni, giù giù fino al berlusconismo? Di acquisire come diritto, magari a rate, l’automobile, il frigorifero, la lavatrice e la televisore; di considerare l’evasione fiscale un peccatuccio veniale, di passare le serate dedicandole al divertimento, alle ceni più o meno eleganti, sino alla contemplazione di attricette scosciate (e, all’estremo limite, oggi, alla pornografia hard a portata di click), di non preoccuparsi troppo per la politica andando sempre meno a votare (andate al mare la domenica, invece di recarsi al seggio elettorale – invitavano alcuni politici), di limitare il numero dei figli per limitare i problemi economici, insomma di cercare di vivere agiatamente evitando troppi sacrifici. La maggioranza della società italiana si è adeguata con convinto entusiasmo a questo modello. E chi si sacrifica andando ad assistere i disperati nel sud del mondo rimane un’esile minoranza. Gente che – come molti dicono – se l’è andata a cercare, invece di starsene comodamente a casa a guardarsi sul web le repliche dei programmi televisivi.

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