Vicepresidente del Senato…

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Che meraviglia sei diventato senatore
e mo’ te senti il più gran signore
lasci interviste e fai il politico sapiente
per me sei poco più de gnente.



Paola Taverna, Vicepresidente del Senato

Io questa Paola Taverna la conosco. E la conoscete anche voi. L’abbiamo vista dietro il bancone di una pescheria. In fila all’ufficio postale. Alla cassa di un supermercato. La segretaria del poliambulatorio sotto casa. Paola Taverna, l’Anna Magnani der Parlamento, è una di noi. La parola casta è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario (mo’ te senti il più gran signore) alieno alla brava gente che lavora, quasi un corpuscolo di invasori. Isolati, facilmente identificabili. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’è osmosi, e un continuo, costante, incessante passaggio di consegne. Taverna, con l’umiltà che le viene dall’ignoranza, s’è messa a studiare la Costituzione e adesso è vicepresidente del Senato. Taverna è un prodotto della democrazia. Molti italiani che oggi sbraitano contro la casta, ove ne facessero parte, sarebbero identici alla Taverna, per il semplice fatto che sono identici a Paola Taverna anche adesso. Non si cambia un Paese se non cambia il suo popolo, non migliora un Paese se non migliorano le persone, la loro cultura, le loro ambizioni.
Il mito della democrazia diretta non mi cattura perché non tiene conto di un fondamentale dettaglio: se a decidere direttamente chi dovrà rappresentarli sono le tante Paola Taverna, eleggeranno in eterno Paola Taverna.

la prossima sommossa

Una condizione disperata, che li emargina dalla società, li tiene lontani dalla televisione, li rende poco appetibili dalla politica e dalla pubblicità. No, non mi riferisco agli analfabeti funzionali (oltre un italiano su quattro) recentemente censiti dall’Ocse. Sto parlando dei milioni di alfabetizzati cronici che ancora si ostinano a leggere i quotidiani e i libri, vanno ai concerti, frequentano le mostre, amano viaggiare, affollano i dibattiti e le letture pubbliche, puntano a un dottorato di ricerca (i casi più disperati), ai master (quelli veri, da frequentare), a uno stage di specializzazione, a una carriera in campo culturale, magari – udite, udite! – a lavori dequalificati come l’insegnamento. Ecco: cosa fare di questa irriducibile minoranza di esclusi, di ostinati, che vagano per i palinsesti senza mai trovare porto, che vengono scartati dalle agenzie perché troppo qualificati, ai quali nessun politico nessuno si rivolge per rinfrancarli? Che fare di questo folto gruppetto di italiani acculturati che disprezzano i reality show e non sopportano i dibattiti televisivi fatti di urla e slogan, e insomma rifiutano ostentatamente di integrarsi? Ricerche sociologiche più o meno accreditate sostengono che esiste ancora, in questo Paese, chi non ha idea di che cazzo abbiano mai fatto nella vita Fedez e Ferragni da essere così famosi e sa invece apprezzare gli scritti di Hawking, non ha mai visto L’isola ma ha visitato Ponza. Le autorità sono preoccupate. È in quella sentina di ostinati, di socialmente diversi che può annidarsi la prossima sommossa.

Il prete, il sindaco e la cultura gender…

Brugnaro e Patriciello

Leggo su la Repubblica di stamani la rubrica di Augias dedicata al pio Brugnaro, e mi è partito un link con una lettera aperta pubblicata il 19 agosto scorso su Avvenire a firma di Maurizio Particiello.
A meno di un mese di distanza, la cazzata conserva il suo potere di attrazione sulle anime ingenue. La cazzata? Sì, è la cazzata che mi ha fatto il link.

Augias, parlando di Brugnaro, riporta parte di un discorso, sgrammaticato e incoerente assai, in cui il nostro rievoca e giustifica un gravissimo episodio di ferocia criminalità nazista del 1944, quando – la faccio breve – sette veneziani vennero fucilati innocenti con 500 cittadini obbligati ad assistere, i cadaveri sorvegliati da sentinelle per evitare rimozione e seppellimento.
Non riporto volutamente il giudizio di Augias in merito al discorso – l’articolo è spassoso, vi consiglio di leggerlo; riporto invece le parole di Particiello nell’articolo di Avvenire:

Interprete della Costituzione e del sentire del popolo che lo ha voluto alla guida della città, il sindaco Brugnaro ha ritirato dalle scuole della città i libri sull’educazione all’omosessualità imposti dall’amministrazione precedente.

L’argomento, ve ne sarete accorti, è un argomento inservibile perché viziato da almeno due fallacie retoriche.
È falso – inizio dalla fallacia meno grave – che Brugnaro sia interprete della Costituzione o, addirittura, titolare di un mandato popolare anti-gender. La fallacia ad populum punta, infatti, ad argomentare a sostegno o contro una tesi facendo appello al fatto che la maggioranza è favorevole o contraria: come se il fatto che la maggioranza sia d’accordo possa essere motivo sufficiente per riconoscere la verità della tesi. Tanto più che Brugnaro è stato eletto sindaco con il voto di un quarto degli aventi diritto voto a Venezia.
La fallacia però più subdola inoculata nel testo di Patriciello è quella dell’ambiguità, che, in un argomentare, prova a far leva sul cambiamento del significato di un termine chiave, ché non “educazione alla omosessualità” ma, semmai, educazione alla tolleranza e al rispetto, ad esempio, dei figli delle coppie omosessuali, che nelle scuole sono già numerosi.
Rozzo nel fondo e ipocrita in superficie, la ratio di quell’articolo ci dà – ove ve ne fosse bisogno – ulteriore prova di quanto il dire di certi uomini, esponenti di culture cosiddette “civili”, altro non sia che un modo ipocritamente mascherato di agire contro la libertà; libertà che si va affrancando da antiche regole, le quali non reggono più da tempo alle pesanti istanze rappresentate dai bisogni degli individui. E qui, in quella lettera aperta che s’innestava nella polemica del pericolosissimo “gender” che si vorrebbe insinuare nelle scuole e in quella difesa dallo sgrammaticato sindaco di Venezia rievocata da Augias, l’unica differenza tra la tradizione difesa da Patriciello e quella difesa da Brugnaro è che la prima non ha nemmeno gli strumenti per imporsi con degli argomenti convincenti, sicché è costretta a vagheggiare i fucili di cui si serviva la seconda. Senza nemmeno potersi permettere di farlo in modo esplicito, ma dissimulando in una profezia di sventura. Siamo davvero messi male, direi.

Così penso…

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Quando qualcosa mi disturba, sarà per carattere, mi chiedo sempre se la causa del disturbo non sia, in qualche modo, da ricondursi a me, by-passato da stili e voghe che galoppano o da vie da tracciare più o meno rette. È rischioso e forse sbagliato, peraltro, imputare sempre e solo alla maturità, all’esperienza, alla formazione culturale, i sentimenti di rifiuto a certe affermazioni, di ostilità a certe squallide dichiarazioni propagandistiche. Magari ci sono situazioni che “oggettivamente”, com’era uso dire un tempo, ledono la dignità o la verità o la bellezza che cose e persone custodiscono, anche quando non se ne accorgono più o se ne sono dimenticate. Così penso, tutto sommato, che è meglio dire uno schietto ma vaffanculo!, rischiano il moralismo o, chennesò, d’essere tacciato per uno snob con la puzza al naso, piuttosto che tenersi dentro la tristezza.

Né cuore, né fede, né fegato…

Coniglio oca

Folla di persone in fila a osservare una macchia grigiastra affiorata su un muro; macchia che ha fattezze di un volto – quello Santo di Padre Pio, manco a dirlo. Lo aveva scorto – questo è il ricordo – una donna e ne aveva dato voce al paese intero. Storcevano il muso i cinici e gli scettici: l’è umidità, il piscio d’un cane bla-bla-bla. Nulla, nessuno dei presenti accorsi si curò di quelle voci stonate e tutti sfilarono, piansero, videro e pregarono, a ribadire la superiorità della nostra cultura giudaico-cristiana su quella dei fanatici mussulmani. Il vero Dio, è risaputo, sa a chi mandare i segni. La differenza la fa il cuore di chi vi si pone di fronte, ai segni, e col cuore la fede.
Questo ricordo riaffiora alla mente come efflorescenze di salnitro su un muro e me ne richiama un altro legato a ciò che mi diceva, quand’ero adolescente, S.: dottore in ingegneria, temibile scassacazzo, cirrotico e, dimenticavo, d’animo cinico assai; morì giovane (ne soffrii nel profondo, stragiuro). Egli, fumando beato la sua cicca (accesa e spenta chissà quante volte) e sorseggiando, di nascosto dai suoi ma non da me, la mitica Sambuca Molinari, era solito indicarmi nella vastità del cielo, a lavoro finito – uno dei tanti che svogliatamente conduceva e che mi costringeva a seguire –, qualche barocca nuvola lontana, che a me di volta in volta pareva somigliare a galeone, amerindio o pescecane. Ed egli a me, svogliatamente, col labbro sporgente e sempre screpolato: “Ma no, ma no, testa di cazzo, non hai un briciolo di sensibilità artistica… Ma qua’ indiano o pescecazzo. Guarda là, guarda bene quella è una vulva! Non la vedi?” E guai ad ostinarsi col pescecane o col pellerossa. Io, poi, pur molto affezionato e a lui legato da una devozione pressoché filiale o, se volete, di paracula riconoscenza (ché lui poi, a modo suo, m’aiutava con la matematica), non ero mai capace di convenire, foss’anche per rispetto o per antipatico dispetto. Al massimo, ammettevo: “Sì, a ben vedere un galeone e una vulva…”. Sempre stato di una civiltà inferiore, io. Né cuore, né fede, né fegato.

L’intelligenza…

  

“Идите, идите ио леcтницe, кoтoрая наз- cя цивилизацией, nporpeccoм, кулbтурой, нo куда идти? Право не энаю.” “Andiamo, andiamo — riflette Čechov — su per la scala cosiddetta del progresso, della civiltà e della cultura. Ma dove si va? Io davvero non lo so.” Questa riflessione dello scrittore russo, nella sua lineare chiarezza, mostra come la cultura contemporanea continuamente perda pezzi: forfora di saperi, cumuli di isole resi quasi inservibili, ché mancano i ponti, collante per tentare di tenerli assieme; è smemorata la cultura contemporanea, non ricorda, utilizza il tempo per il tempo, come fosse un luogo orizzontale, una freccia scagliata per dritto, e non scava a fondo, non mette radici e non sfrutta quelle del passato. O, comunque, crea con questi legami così flebili da risultare inefficaci e vani. I miti antichi, i cosiddetti classici, sono importantissimi per la nostra psiche, la psiche di noi uomini contemporanei. Ma quasi più nessuno legge di mitologia, né prova a recuperare i saperi perduti: non c’è tempo — si dice. E lo si dice con tanta superficialità e convinzione come se si sapesse davvero cos’è il tempo, come se fosse semplice rendersi conto di cosa si parla quando ci si riferisce al tempo.

“Mηϰέτι πάπταινε πóρσιoν”, ammoniva Pindaro, “non guardare troppo lontano”, proiettato troppo nel futuro; ma nessuno è più capace di fermarsi per far sedimentare il sapere. L’intelligenza, soprattutto nell’era del web, è velocità, rapidità, concretezza. La lentezza è vista come uno spreco di risorse, non è moderna. Un lusso che nessuno può più permettersi. Solo che si spaccia — con efficacia, visti i risultati — si spaccia, dicevo, per intelligenza un surrogato di essa: proiettiamo sull’individuo, sul singolo, un concetto che di per sé non può essere singolare; decliniamo un concetto collettivo in modo soggettivo, personale, individualista. E ristretto. L’intelligenza, per come l’intendiamo, è capacità di comprendere, di prendere decisioni, è efficacia: nella contemporaneità è talmente staccata dalla cultura a cui apparteniamo che può anche diventare artificiale, può essere gestita attraverso una serie più o meno complessa di algoritmi numerici.

Ma l’intelligenza che conta, quella che incide profondamente nel sistema organizzativo, consolidandone l’identità, quella che aiuta a capire è sempre un’intelligenza collettiva. È l’intelligenza collettiva che spinge al progresso, perché è capacità di leggere il passato attraverso strumenti che sono di tutti e sono condivisi: il linguaggio, la scienza, l’arte, la storia, la religione, in una parola la cultura. 

E — e questo è, se volete, l’aspetto più inquietante — più le società perdono gli strumenti di comprensione, di codifica delle cose, più il sistema tende a rifiutare le origini e a proiettarsi in un futuro snello, veloce, sbiadito tra le maglie del web, più vanno a dissolversi i saperi, più il sistema culturale diventa inutile e più si immagina che l’intelligenza sia qualcosa di infuso dall’alto, dote innata che brilla, solitaria, in un grigiore che tutti accomuna. E questa visione, di per sé, conduce, inevitabilmente, all’impossibilità di progettare il futuro, di fare dell’intelligenza collettiva il punto di partenza di qualsiasi cosa. “If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants”, scriveva Newton a Hooke, “Se ho visto più lontano, ho potuto farlo stando in piedi sulle spalle di giganti”, sfruttandone, appunto, le conoscenze, i pensieri. Studiandoli.

Insomma, e qui chiudo, l’intelligenza — a dirla con una massima — non è un sapere autoreferenziale, spirale che collassa in un punto, ma è sapere condiviso, assieme agli altri. Non è la velocità del tempo, il lampo dell’intuizione, scintilla viva nel buio, non è l’eccezione del genio solitario, ma è il sentimento del tempo.