Amen…

Krzysztof Olaf Charamsa

Da queste parti siamo liberali – abbiamo la fissa dell’autodeterminazione dell’individuo. A voler sintetizzare, insomma, pensiamo che un prelato (più o meno alto nei suoi incarichi) abbia tutto il diritto di fare della propria vita ciò che gli pare, anche di metterla intera nelle mani altrui, fossero anche quelle lorde di un vizioso pedofilo. Non avanziamo discriminazioni né di credo né di specie: pensiamo che lo stesso diritto abbiano il neofita della setta satanica, il masochista che prende impegno presso il sadico, il giovane gesuita che s’affida agli esercizi spirituali ignaziani o il novizio che si dà a battersi il petto in devozione alla Vergine dell’Arco. Se adulto e consenziente, ciascuno si faccia far male come più gli aggrada, basta che non rompi il cazzo al prossimo lamentandosi della bua e che — ben inteso — non inciampi nel codice penale. Su quello, poi – il codice penale, dico – non è detto che non si possa provar a ragionare, dargli magari una spuntatina qua e là, se è il caso – e a questo scopo, se è il caso, qui si è orientati sempre e comunque per lo strumento democratico. Il nostro commento, quindi, non avrà il tono di chi frulla indignazione e sarcasmo a preparar una densa pappina facile a digerirsi. Diremmo — avendone occasione — al prelato gay: “Figliolo caro, vogliono farti violenza contro la tua volontà? Facci un fischio, a rischio della nostra vita, fieri dell’insegnamento di Voltaire, verremo a salvarti. Ma, se bazzichi tra quelle sacre mura — e, sia detto per inciso, ci bazzichi da parecchio visto che t’hanno fatto segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana e ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede — per tua libera scelta, se a fronte di ciò che hai visto e sentito nel corso degli anni hai continuato a sentirti parte attiva di quella comunità di pervertiti e omofobi incalliti invece di mandali a fare in culo come giustamente meritano di andare, beh, carino, vedi di non romperci il cazzo più del consentito. Nella tua decisione di prendere i voti, nel pacchetto di impegni che liberamente ti sei preso l’onere di firmare, c’era , figliolo caro, l’obbedienza cieca, assoluta, basata sulla perfetta coincidenza della tua volontà e della tua identità con la volontà e l’identità sovraindividuale che è la Chiesa — Extra Ecclesiam nulla salus, ricordi? Tu, proprio tu — segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana e ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede, dico — , non sapevi dell’omofobia della tua Chiesa? Via, smetti i panni della vittima: ti fanno difetto al culo, vedi?”. Insomma, se non fosse stato chiaro, non ce la sentiamo di tentare la presa di una Bastiglia nella quale i prigionieri sono entrati di propria sponte, a mani giunte, cantando, per giunta, con gli occhi al cielo, dalla quale possono uscire in ogni istante, e non escono.
Al prelato gay — avendone occasione — diremmo: “Forse, fratello caro, ci hai frainteso; forse non siamo stati capaci di spiegarci bene: se la Chiesa non pretendesse così spesso – con arroganza, quando le è concesso – di metter becco nella società come fa in seminario, noi stessi smetteremmo di occuparcene, come ce ne fottiamo degli affari privati tra il giovane gesuita in posa estatica, in preghiera forzata da giorni, e il sadico maestro che gli lavora il cervello col crivello del peccato. Piuttosto, carino, in quel che accade con questa presa di posizione in seguito al tuo caming out, noi, se ti può essere utile saperlo, ravvisiamo qualche lieve incongruenza con la Dottrina. Se permetti…”. S’era detto — certo ricorderai — che l’omosessuale non fosse peccatore, se in regime di piena castità. E cioè – tu forse potrai anche elencarci le tre encicliche alle quali qui ci riferiamo – s’era detto che non già l’omosessualità fosse peccato, ma l’atto omosessuale. Ancora: s’era detto che una cosa sia l’errore, altra l’errante. Ora, tu m’insegni, che un prete dovrebbe esser casto per il voto istesso, e allora non si capisce perché non possa essere omosessuale, se tutto astinente – un prete omosessuale non dovrebbe essere un ossimoro, se l’omosessualità non si esprime attraverso atti omosessuali. Certo, e qui ritorniamo al tuo caso, avresti dovuto chiarire meglio la tua posizione, e su questa poi si dovrebbe esser sicuri – la Chiesa, in particolare, vorrebbe esser sicura. Concediamole il punto a favore, ma — ma — nemmeno si capisce perché un prete gay non possa continuare a fare il prete, se si pente ogni volta che pecca, venendo meno all’impegno assunto. Il pentimento e l’assoluzione lavano ogni peccato, no? C’è lo scandalo, indubbiamente. Lo scandalo è il pallino fisso della Chiesa, da sempre — macina al collo e giù a fondo nel fiume, disse quello. Oppure: la questione è relativa all’ufficio dei sacramenti? Ma allora, correggici se sbagliamo, per amor di logica, una suora può essere lesbica, se — ça va sans dire — strettamente astinente, essendole, per definizione, negati il celebrar messa, il battezzare, il dare estrema unzione e viatico, ecc. Il problema qui si complica, però: ché il peccato è già nelle intenzioni, pare, ben al di là – anzi, ben prima – dell’atto. Poi – e ritorniamo a quello che si diceva prima – si complica perché è da stigmatizzare l’errore, non l’errante (l’atto omosessuale e la sua intenzione, non già l’omosessualità se perfettamente astinente). Ma questo smentisce l’assunto di partenza, perché non è data propensione (a quello che si considera devianza) senza intenzione (di deviare). E qui verrebbero alla mente molte obiezioni gentilmente offerte da molti fini intelletti, tutti porporati tuoi ex colleghi: secondo i quali l’omosessualità è stortura biologica (prim’ancora che morale) del disegno creazionale, fino all’affermazione abbastanza recente che “dalla omosessualità si può guarire” — non farci citare Povia, ti prego!
Se questo non fosse un post su un bloghetto, carino, ti racconteremmo poi di quella organizzazione — il Luca di Povia, hai presente? — in cui, soldi alla mano, con tanto di avallo eclesiastico, si vogliono liberare i gay dal demone della perversione, sicché sicché sicché… — amen.

Così penso…

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Quando qualcosa mi disturba, sarà per carattere, mi chiedo sempre se la causa del disturbo non sia, in qualche modo, da ricondursi a me, by-passato da stili e voghe che galoppano o da vie da tracciare più o meno rette. È rischioso e forse sbagliato, peraltro, imputare sempre e solo alla maturità, all’esperienza, alla formazione culturale, i sentimenti di rifiuto a certe affermazioni, di ostilità a certe squallide dichiarazioni propagandistiche. Magari ci sono situazioni che “oggettivamente”, com’era uso dire un tempo, ledono la dignità o la verità o la bellezza che cose e persone custodiscono, anche quando non se ne accorgono più o se ne sono dimenticate. Così penso, tutto sommato, che è meglio dire uno schietto ma vaffanculo!, rischiano il moralismo o, chennesò, d’essere tacciato per uno snob con la puzza al naso, piuttosto che tenersi dentro la tristezza.

il filo spinato intorno alle parole…

Matrimonio

La più cretina – ma proprio la più cretina – di tutte le argomentazioni contro il matrimonio omosessuale è quella che vorrebbe far leva sull’etimo: quello omosessuale – ripete il cretino – non potrebbe essere “matrimonium” perché, nelle premesse, non vi sarebbe una possibilità biologica (ergo “razionale”) di “mater”.
Siamo alle solite, ci si rifiuta ottusamente di voler capire che nulla è più mutevole della biologia, nulla è più “culturale” del concetto di “natura”. Non vi può esser “patrimonium” se non v’è un “pater”? Eppure, anche chi con un certo sforzo culturale mette la mordacchia all’omofobia spalleggiata dalla religione e si mostra possibilista nei confronti delle unioni omosessuali, subito dopo aver dipinto il volto coi colori dell’arcobaleno, tiene a sottolineare che ratificare diritti è un conto, ma solo a patto che “matrimonio” resti un vocabolo per soli etero. La coppia omosessuale potrà forse ereditare un patrimonio, ma di sicuro non contrarrà mai matrimonio! Né è concepibile che i figli, i quali in seno alla famiglia eterosessuale chiamano da tempo mamma la madre non biologica o papà il padre non biologico, facciano lo stesso in una ipotetica famiglia omosessuale senza con questo mettere a rischio il futuro dell’umanità e della chiesa.
Al di là della logica, provare a mettere filo spinato intorno alle parole non serve: esse sono più ospitali di chi le usa e se non lo sono muoiono. Prendiamo per esempio “pupilla”. Il vocabolo di chiara derivazione latina, è diminutivo di “pupula”, a sua volta diminutivo di “pupa”, che significa appunto “bambola” – detta così dalla piccola immagine che si vede riflessa nell’occhio. Eppure nessuno si sognerebbe, usando pupilla, di riferirla a una bambolina quanto piuttosto all’“apertura situata nell’iride, visibile per trasparenza – dice il vocabolario – attraverso la cornea e destinata al passaggio di raggi luminosi”: cadrebbero, in un sol colpo, versi che appartengono al patrimonio della letteratura: «Per la natura lieta onde deriva, / la virtù mista per lo corpo luce / come letizia per pupilla viva».
Formulo quindi rispettosamente un’ipotesi: alla parola “matrimonio” (ma anche a “famiglia”) succederà la stessa cosa che a “pupilla”. Accoglierà presto o tardi le unioni omosessuali e, presto o tardi, bisognerà concentrarsi almeno un poco, prima di ricordarsi che era un vocabolo che rimandava alle copule tra soli maschi e femmine.

…oh!

Todomodo

“Prega con noi e tornerai etero”, a dirlo (la Repubblica, 4.6.2015) è Luca Di Tolve, quello cantato da Giuseppe Povia in “Luca era gay” a un Sanremo di qualche anno fa. Il seminario – perché è di questo che si tratta, di un fottutissimo seminario full-immersion –, organizzato da un’associazione cattolica che propugna le “teorie riparative” dell’omosessualità sotto l’ègida (manco a dirlo) di un frate e un padre passionista, ha i toni gravi delle riunioni settarie degli ex fumatori o degli alcolisti pentiti: «L’omosessualità non esiste – va ripetendo fiero Di Tolve – e voi non siete gay, siete solo persone che hanno un problema» e giù giù per questa china. «Si comincia – è detto nell’articolo – il venerdì e si finisce il martedì. Cinque giorni di messe, canti, preghiere,invocazioni dello spirito santo, confessioni, meditazioni con la luce spenta e soprattutto slide e lezioni dai titoli tipo “I meccanismi della confusione sessuale”, “Narcisismo e idolatria relazionale” e così via.»
E in questo rimbombar di preghiere e profumo d’incenso, a rincoglionir ancora di più ‘sti smidollati che ci cascano come pere flosce, l’ex “vizio” degli attuali leader viene narrato, par di capire, a mo’ di edificante esempio, magari con parole e sospiri da dama di San Vincenzo. Il tutto, e qui l’inculatura, al prezzo di 185 euro pro capite, soddisfatti o meno che si sia del risultato raggiunto – e i gonzi fanno “oh!”.

Prendete Cerasa…

  
Solitamente è raro che nel tentativo di persuasione s’imbastisca un ragionamento su una fallacia detta dell’autorità. Lo si fa, perlopiù, allorquando le ragioni dell’argomento sono mosce e si ha la necessità di appellarsi all’autorevolezza di una fonte sfruttandone la forza della convenzione sociale.
Prendete Cerasa: «Se le parole hanno un senso, il matrimonio è quello che viene celebrato tra un uomo e una donna che si sposano sapendo bene che sull’etimologia delle parole non si può equivocare: matrimonio viene da matrimonium, è l’unione tra due parole latine, mater, madre, e munus, dovere, compito, ed è un’unione che esiste per sancire l’amore tra due persone che si amano e che desiderano rendere legittimi e tutelati i figli nati dall’amore tra due persone di sesso diverso. Il matrimonio è questo, con le parole non ci si può sbagliare» (Il Foglio, 27.5.2015).
Ad imboccar questa china, quando ci si riferisce al papa col termine “pontefice” uno avrebbe da immaginarsi Bergoglio imbardato a capomastro lì a costruire un ponte su di un fiume? O che usando la parola “crisi” (dal gr. krísis), più che alla «fase della vita individuale o collettiva particolarmente difficile da superare e suscettibile di sviluppi più o meno gravi» uno voglia intendere scelta, giudizio o decisione?
In tutta evidenzia, via, qui la logica del direttore – si direbbe nel gergo tecnico-scientifico – “piscia da tutte le parti”, ma sarà che Cerasa si contende la radice con cĕrastēs, verme — come i più sanno — parassita delle piante già noto ai tempi di Plinio il Vecchio.

”…una sconfitta per l’umanità”.

prete

Pigliar per culo gli altri è un arte: devi saperlo fare, occorre tatto. Il punto di equilibrio (invero, instabile assai) l’ottieni nel momento in cui ti spingi, per quel poco che t’è concesso, un po’ oltre il limite della decenza, senza strafare: quel quanto che basta a rendere il colpo degno di nota. La sofisticazione, però, deve essere accorta, attentamente calibrata, l’inganno di livello sopraffino, impalpabile come polvere di talco ché se si tratta di una volgare presa per il culo rischi che il fregato, ravvedendosi, s’incazzi anche – e soprattutto, verrebbe da dire – perché nella grana grossa dell’artificio ci legge un dappiù dell’offesa.
Prendete, a mo’ di esempio, questa dichiarazione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. A commento del risultato del referendum irlandese, l’alto prelato ha definito le nozze gay ”una sconfitta per l’umanità”. Se non è questo un modo per pigliar pel culo, ditemi voi! Una catasta di scandali tra i più schifosi e vergognosi infangano l’operato dei suoi subalterni connazionali e il prelato ha il coraggio di star lì a metter becco sulle unioni omosessuali. Gli dici “faccia di culo” ma non l’offendi a tono ché quella la faccia è tosta più del marmo. Si dice dispiaciuto — lo credo, cazzo se lo credo — ed è sincero: per dire, vi rendete conto come ci rimarrebbe male il povero De Pedis se tornasse?