una vittima designata…

“Non è stato affatto dimostrato che il Mannino fosse finito anch’egli nel mirino della mafia a causa di sue presunte e indimostrate promesse non mantenute (addirittura, quella del buon esito del primo maxi processo) ma, anzi, al contrario, è piuttosto emerso dalla sua sentenza assolutoria per il reato di cui agli art. 110, 416 bis c.p., che costui fosse una vittima designata della mafia, proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a ‘cosa nostra’ quale esponente del governo del 1991, in cui era rientrato dal mese di febbraio di quello stesso anno” così si legge nelle motivazioni della sentenza emessa dai giudici di Appello di Palermo che hanno assolto l’ex giudice Calogero Mannino dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato”. [*]

I giudici, nei fatti, smontano la tesi della procura: nessuna trattativa con la Mafia. Mannino era nel mirino di Cosa Nostra non per non aver rispettato un patto, ma per averla contrastata. È vittima. È come se i pm avessero accusato di omicidio il morto ammazzato.

Così è, se vi pare. Così è.

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Copio-incollo l’attacco dell’articolo di Leandro Del Gaudio in edicola stamani con Il Mattino: “Tre inchieste sull’emergenza rifiuti in Campania, indagini di quelle che promettevano sviluppi, due pool di magistrati che lavoravano in modo autonomo, puntando ad obiettivi diversi. Poi, all’improvviso, alle porte della Procura di Napoli bussano quelli di Fanpage, che raccontano il loro lavoro, la fatica degli ultimi sei mesi. Ed è così che due mondi, quello delle indagini penali della Procura napoletana, e quello dei giornalisti di Fanpage entrano in contatto, con risultati ed esigenze non sempre compatibili.”
Domanda: è normale, questo? E — altra domanda — bisogna augurarsi che anche altri facciano altrettanto, che per esempio altre testate giornalistiche si armino di squadre di agenti provocatori, e che magari lo stesso facciano le segreterie dei partiti per istigare la commissione di reati da parte dei politici colleghi sul fronte avverso schierati?
La tentazione fa l’uomo ladro — recita il noto proverbio. Appunto, lo fa: mica lo rivela semplicemente? lo crea. E quindi, per moralizzare il Paese, per estirpare la gramigna della corruzione, dobbiamo creare ad arte le possibili tentazioni, ingrossare le file già belle corpose dei ladri, per poterli infine arrestarli tutti? Sì, mi par di capire. C’è, in effetti, chi pensa che si debba fare proprio così. E manco vale la pena scriverlo chiaramente chi è — ché tanto lo si capisce. La sete giustizialista, che tanto appaga il partito dei manettari, spinge a che venga stabilito un clima poliziesco, di sospetto, di paura e di diffidenza; un clima in cui — è tesi che danno per dimostrata — nessuno vorrà più corrompere o lasciarsi corrompere, per il timore appunto di trovarsi di fronte a un corrotto farlocco, un collaboratore delle forze dell’ordine . Tanto — è il corollario del loro argomentare — gli onesti non avranno mai nulla da temere.
E così, per selezionare un manipolo di onesti incorruttibili (tali, ovviamente, fino a prova contraria, che, ça van sa dire, può arrivare in qualunque momento — come un bonifico è lo status di incorruttibile: c’è sempre la possibilità di revocarlo…) si è disposti a gettare nel terrore tutti gli altri. Cioè noialtri, i potenziali ladri e corruttori (secondo la loro logica), che, se non accettiamo questa visione delle cose, mostriamo già di voler delinquere, o almeno di non essere sicuri di non volerlo fare. Siamo già tutti sospettati o sospettabili. Corrotti e corruttibili in potenza. Tutti. I più, poi, avvezzi alla corruzione. Ma se non si ha la forza di respingere questa logica da stato di polizia, di denunciarla pubblicamente per timore di finire nell’elenco dei potenziali delinquenti, si guardi almeno a cosa sta accadendo, cosa questo piano inclinato scivolosissimo sta combinando: l’uso fai-da-te della giustizia spinge a usare un pregiudicato in cerca di ribalta mediatica per stanare corrotti e corruttori. Che a farlo non è neanche un magistrato — che certamente non ci avrebbe mai pensato — ma un gruppo di giornalisti. E che, facendolo, interferisce pesantemente con indagini in corso — quelle serie, dico — mandando un lavoro di intelligence allegramente a puttane. Così è, se vi pare.
Naturalmente al cospetto dei video, nella foga di condividerli sui social e, soprattutto, nell’intento di sollevare un polverone mediatico che possa nascondere (almeno in parte) l’altro scandalo in corso, che rischiava di danneggiare troppo la credibilità della parte politica amica, passa fatalmente in secondo piano ogni genere di preoccupazione per il modo in cui quei video sono stati ottenuti, e non sarà certo sui social o, men che meno, sui giornali, che si discuterà dei loro eventuali valori probatori. Robaccia da azzeccagarbugli puntigliosi! L’indignazione, ecco, quella sì che basta a travolgere ogni cosa…
Così è, se vi pare. Così è. Purtroppo.

Possibile che non si riesca a trattare questi casi con pietà e misura?

A cadavere caldo, anche se il cadavere è quello di un balordo [*], bisognerebbe portare rispetto, parlare a bassa voce e non lasciarsi andare in frasi di giubilo o, peggio ancora, cavalcare lo sdegno per squallidi fini elettorali, come invece capita a qualche politico (sì, il solito, sempre lui) da saloon. Ammazzare un ladro per eccesso di legittima difesa non è un atto di giustizia, è un’atroce disgrazia. Su questo punto si dovrebbe essere tutti d’accordo, a meno che non si voglia privatizzare la pena di morte. Gli ammazzaladri, insomma, non si ergano a giustizieri, abbassino lo sguardo e stiano per una volta in silenzio. Quanto alla tifoseria opposta, meno rumorosa ma altrettanto tenace nei suoi pregiudizi, urge una seria riflessione. Un rapinatore in casa propria (sia essa l’attività commerciale o la dimora privata, poco importa) non attenta solo alla roba. Attenta alla persona, alla sua sicurezza, alla sua integrità fisica e psicologica. Chi reagisce fuori misura non può essere trattato come un assassino o come un esaltato. Deve essere trattato come una persona che per rimediare a un reato ne ha commesso un altro. Punto. Possibile che non si riesca a trattare questi casi con pietà e misura? Possibile che ci si debba dividere, con ridicola foga, in “amici del ladro” e “amici del giustiziere? Ci sono storie, ci sono spaventi, ci sono dolori che non sono riassumibili in un’alzata di spalle o in uno sciocco anatema. Un morto non lo si sventola come una bandiera, né per farne una vittima innocente né per farne un lurido parassita da eliminare. Tra il bianco e il nero esiste una infinita scala di grigi. Abbiamo il dovere di testimoniare anche il grigio.

A margine.

Umberto bossi

  Sono necessarie una piccola considerazione e — a margine, seppur stretto — una precisazione su questa ”condanna per vilipendio” — in queste ore è argomento comune sul cartaceo, in tv e on line – che ha visto contrapposti l’ex senatùr Umberto Bossi e l’ex presidente Napolitano.
A voler riassumere la cosa in poche battute andrebbe detto che Bossi nel corso di un comizio, citando il nome di Napolitano chiosò dicendo «nomen, omen, l’è un terùn!». Gli astanti — ricordano le cronache — sottolinearono la battuta con applausi e altri rumori corporali scandendo il classico e scontato «vaffanculo». Chiusura ad effetto dell’ex leader: «Non dite così, magari gli piace». Fine della cronaca. Punto.
Ieri la condanna: un anno e mezzo di reclusione all’ex leader leghista per vilipendio.
Ora, immagino che il presidente Napolitano sia molto più di me sensibile alla tutela, al di là della propria persona, delle dignità della carica che ha ricoperto e che altri ricoprono e ricopriranno, ma la questione rischia di prendere una brutta piega ché quello di vilipendio è, obiettivamente, un reato detestabile quanto il carcere che qui si auspica il senatùr non debba scontare. Insomma, il costo della squallida vicenda giudiziaria è alto, più ancora che per lo spensierato Umberto Bossi, per l’Italia e i capricci della sua giustizia. E questa la considerazione.
A margine: non mi si vengano a tirar in ballo parallelismi e analogie con altri casi giudiziari, alzando magari il vessillo della “libertà di pensiero”. È assolutamente evidente che, nel caso di Bossi, si farebbe un torto alla logica e al pensiero pure.

#iostoconerri

Roberto saviano

Parto da qui, dal post pubblicato ieri da Roberto Saviano sulla sua bacheca Facebook: “il silenzio degli scrittori – leggo tra l’altro – è assordante.”
Non v’azzardate a pretendere dai grandi scrittori italiani di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (sic!) di esporsi con un’opinione difforme dal gregge. Se un collega – un loro collega, dico – come De Luca (invero, piacerebbe a molti di loro essere colleghi di De Luca) si ritrova coinvolto in un accidente per aver espresso un’opinione, i più s’affrettano a scappare per andare a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro: è la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a essere solidale coi membri più famosi del medesimo club. È la felicità perversa che nutre nel massacrarli o, se volete, il solito concentrato di concreto opportunismo e di indignazione di facciata, un tanto al chilo, tutta metafisica, politicamente inerte e perfino un po’ codina: “pronti ad avere parole dure e acide – scrive ancora Saviano – per ricevere l’obolo di una rubrica, pronti a candidarsi a qualsiasi cosa per lo scranno che gli darà pensione, pronti a scannarsi per qualche copia.
Solo opportunismo? invidia? Difficile generalizzare, ché il coraggio – il coraggio di combattere per le proprie idee, intendo – non si impara, nemmeno con tanto tanto (e sfacciatamente pubblicizzato) talento.

Da appassionato lettore, per quanto possa valere, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide battaglie civili.

…come Pertini e Mandela.

Grillo

Condannato (in primo grado) a un anno di reclusione per diffamazione, Beppe Grillo si è detto pronto al sacrificio: «Se Pertini e Mandela sono finiti in prigione potrò andarci anch’io per una causa che sento giusta e che è stata appoggiata dalla stragrande maggioranza degli italiani al referendum». Accostamento dissacrante – oltre che suggestivo. Ché Sandro Pertini – come ricorderanno quelli che hanno studiato la Storia – fu perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, mentre a Nelson Mandela il regime sudafricano dell’apartheid diede addirittura l’ergastolo che lo costrinse agli arresti fino al febbraio del 1990. Ma Grillo – è lecito chiedersi –, contro quale regime si è scagliato? a quale tiranno è andato a pestar i piedi? Beh, il truce despota risponde al nome del professor Franco Battaglia, docente di Chimica ambientale del Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari dell’Università di Modena e Reggio. Stando alle cronache, pare che l’impavido Grillo sia stato condannato «per aver detto in un comizio che il professor Battaglia — per lo stesso principio per cui Rita Levi Montalcini era solo «una vecchia puttana» — affermava delle coglionate in merito al nucleare». Oh, ebbè?! Cazzo avete da ridere?! Non v’approfittate del fatto che ho il braccio troppo corto per darvi lo schiaffone che meritereste! Vi vedo, sapete? Fate poco gli spiritosi, ché se Giuseppe Piero Grillo, detto Beppe, dice d’essere come Pertini e Mandela sarà vero, no? Metti, che ne so, che anche quelli mi pisciavano i paragoni, eh!?

In nome del popolo italiano…

Scattone

Le cose stanno come stanno. Mi son detto — me lo dico spesso — che “cattivi maestri” è una pessima figura retorica, ché o si è bravi a trasmettere un sapere (e allora si è maestro) oppure, se non si sa o se non si è capaci di insegnare, semplicemente non si è maestro. Tutto qui. Un maestro insegna le cose che sa, per questo viene pagato: spiega agli allievi, ad esempio, che chi uccide o chi ruba commette un reato, mentre tocca ai genitori spiegargli che non si uccide e non si ruba. Questa è la prima cosa che m’è venuta in mente leggendo della vicenda di Scattone. La seconda cosa riguarda la funzione “didattica” della pena. La punizione del trasgressore è una sorta di ricompensa che lo Stato assegna a chi rispetta la legge come contropartita al fatto di aver rinunciato a imitare o punire con le proprie mani il colpevole; una soluzione simbolica che dovrebbe placare l’immaginario e le frustrazioni degli osservanti, che dovrebbero rendere sopportabile l’obbedienza collettiva. Fatte le debite proporzioni, l’esecuzione della pena viene sottratta alla comunità, che rinuncia a reagire e si accontenta di delegare [“In nome del popolo italiano…” appunteremmo a margine] e osservare. Almeno secondo i nostri codici, questo dovrebbe bastare. E quasi sempre basta. Tanto più a condanna scontata.