Fine pena mai(?)

  
Lo avevano interpellato non a un incarico di potere, bensì a far parte di un gruppo di esperti a elaborare proposte per l’umanizzazione delle carceri italiane; “esperto” di carcere — non foss’altro in qualità di ex ospite delle patrie galere (malgré soi) — , uomo di carcere, Adriano Sofri era stato contattato dal ministero affinché, da intellettuale libero, avesse da dire la sua sulla più abominevole delle nostre istituzioni, denunciata a livello internazionale come indegna di un paese che si definisce democratico. In che senso — questa la prima domanda — sarebbe stato “inopportuno” il suo contributo su una realtà che ha vissuto, analizzato e descritto come pochi altri?

Nessun incarico di potere (lo ripeto), nessuna paga (e con quanta pena c’è da rilevare che bisogna sottolineare anche questo dato; come se farsi pagare per un servizio reso sia di per sé una colpa), nessun privilegio: un contributo al ragionamento, un punto di vista informato per cercare di provare a risolvere un problema spinoso e oggettivamente schifoso. Odiando i pettegolezzi, il “chiasso” intorno alla sua persona, è bastato un minimo accenno di polemica, un labile cinguettio, e Sofri si è “dimesso”, ovvero, se preferite la banalità dell’ovvio, ha rinunciato a partecipare a un incontro del quale sarebbe stato protagonista autorevole e sensibile; “dimesso” perché ne ha abbastanza — e qui uso le sue stesse parole — “delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare.”

Detto questo — che è già tanto — la domanda, la seconda domanda da farsi a questo punto, ve la formulo schietta in questi termini: a che cazzo serve, in Italia, scontare una pena, se averla poi scontata non serve a cazzo? La certezza della pena – se si ammette un suo fine rieducativo – non può non tener conto che gli esseri umani cambiano: restano gli effetti dei loro reati, ovviamente, ma il risarcimento non può consistere nella vendetta, se non vogliamo imbarbarire anche gli innocenti.

Da mihi factum, dabo tibi ius…

don massimo iuculano 

Don Massimo Iuculano, il prete di Vercelli, s’è fatta scappare una mezza confessione: «Sono cosciente dei miei errori e delle mie debolezze». Per lui le accuse sono di violenza sessuale aggravata e prostituzione minorile: sette mesi di indagini, intercettazioni e riprese in cui i riscontri si sono fatti sempre più evidenti e dipinto un quadro che gli stessi inquirenti hanno definito «inquietante». Pare — a voler dar retta alle cronache sui giornali — che il prelato s’inculasse i ragazzini in parrocchia con la scusa di avere particolari competenze terapeutiche e sportive, offrendo loro qualche ricarica telefonica e un paio di scarpe da calcio.

Il garantismo tante volte invocato per più di un prete accusato di aver stuprato decine e decine di bambini, qui, par di capire, va a farsi fottere allegramente e pure l’Arcivescovo di Vercelli, monsignor Marco Arnolfo, lo dà già per colpevole. Ne, a quanto pare, nessun pio giornalista s’è preso ancora la briga di imbastire un appassionato richiamo ai diritti dell’imputato e un dolente rammarico per come la Chiesa si faccia trascinare dal mainstrem forcaiolo. Nulla. Don Iuculano è solo, al momento non c’è un cane a difenderlo. Nessuno stigmatizza la violazione della privacy che è stata fatta con quelle intercettazioni ambientali. Nulla. E poi, tanto per dire, nessuno prende in considerazione il fatto che uno di quei ragazzi potrebbe aver detto al prete di essere maggiorenne o, peggio ancora, di essere nipote di Maradona, e quello gli abbia creduto, e per salvarlo dalla tossicodipendenza…

Sì, lo so, sto facendo ipotesi del cazzo, ma è che per il povero don Iuculano nessuno spende una parola a difesa, e allora ci ho pensato io. Diciamo che, se fosse stato qualche noto politico — mi si consenta l’ipotesi — adesso sui social c’era l’ola degli innocentisti. Cribbio!

…dov’è la strage?

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“Come parla! Come parla!
Le parole sono importanti.
Come parlaaaaaaaaaa!”

Palombella rossa, Nanni Moretti

Ammetto di aver controllato. Non si può mai sapere, chessò, potrei aver letto o, peggio ancora, ricordare male. E invece no, c’è scritto proprio così sul dizionario: “stràge /♫ ˈstradʒe/ [vc. dotta, dal lat. strāge(m) ‘abbattimento, macello’, da stĕrnere ‘abbattere’. V. †sternere ☼ av. 1363] – s.f. Delitto commesso da chi, per uccidere, compie atti idonei a mettere in pericolo l’incolumità pubblica […] di un numero indeterminato di persone”. E, continuando, si legge che alla base del concetto di strage c’è l’atto sconsiderato di un folle disegno criminale che colpisce la collettività in quanto tale, fatta bersaglio, pur nella sua disomogeneità, perché investita di una identità che è essa stessa, di riflesso, bersaglio del folle. Nel caso dell’omicidio plurimo avvenuto l’altro giorno nel tribunale di Milano, invece, c’è, di fondo, una scelta premeditata e precisa delle vittime, freddate perché responsabili, secondo la logica criminale del folle assassino, del suo stato di imputazione. E allora, chiedo: dov’è la strage? Forse che a strumentalizzare quel gesto torna molto più comodo farlo passare per tale?

domanda…

D'Alema

Un Massimo D’Alema tosto, asciutto, lucido, convincente, con diverse buone ragioni e bene argomentate: ieri contro i giornalisti non ha sbagliato una virgola. Incazzato sì, incazzato nero direi, ma a ragione, ché quanto gli veniva addebitato avrebbe fatto girare non poco i coglioni pure ai politici che hanno studiato dai gesuiti. La notizia? Avere buoni rapporti con una cooperativa fra le maggiori della LegaCoop.
Domanda: erano necessarie le intercettazioni per sospettarlo? Era necessario, poi, darle in pasto ai giornalisti a valorizzare una tale acquisizione investigativa? Beh, calma: prima di arrischiare una risposta – alleggerendola, magari, con qualche fragorosa pernacchia – tenete in conto anche questo dato: il pm dell’inchiesta è Henry John Woodcock.

clamoroso…

“Clamoroso”, è questo l’aggettivo più usato per definire il verdetto che, finalmente, mette fine alla complicata vicenda giudiziaria, durata otto anni, per l’omicidio di Meredith. Complicata, dicevo, ché fin da subito si è cercato di provare la colpevolezza degli imputati, mortificandoli all’opinione pubblica, a fronte di una inconsistenza della prove a loro carico.
Sono immensamente felice che la stessa magistratura che mi ha condannato ingiustamente mi ha restituito oggi la libertà e la dignità”, ha dichiarato Raffaele Sollecito ed è giusto che sia così, visto che il ragazzo e la Kercher si sono visti rubare anni di vita per il solo fatto che il p.m. s’era ostinato a credere non potessero non essere colpevoli. Un castello di carte per tener su prove che a malapena riuscivano a starsene in piedi da sole, zoppe tesi preconcette, inutili ingiurie. Clamoroso semmai è che si siano spese tante energie per sostenere tanto vuoto; per dire, neanche si è riusciti a dimostrare che i due, quella sera, fossero sul luogo del delitto.

a dar retta a quello che dice Coppi…

Coppi

Interrogato sulla sentenza della Cassazione che tanto ha fatto e sta facendo parlare, l’avvocato Coppi, al Corriere della Sera, ha, tra le altre cose, così dichiarato: «Io non ci sono in quel processo. E non smanio per esserci». Di quale processo si tratta? È il cosiddetto Ruby ter, quello che vede – giusto per dar qualche informazione sommaria – Berlusconi accusato di aver corrotto i testimoni nel processo in cui è stato assolto. L’implicazione, insomma, assolto nel processo principale, assolto in quello secondario, non è implicazione automatica; anzi, a dar retta a quello che dice Coppi, non è manco tanto scontata.

tutte l’ore cò ‘sta fetenzia / che sputa minaccia e s’à piglia cò me…

Cutolo

“Barra ha avuto un’infanzia difficile. Ma ha rovinato il povero Tortora. Che Enzo Tortora era innocente lo dissi subito. Chiesi ai magistrati di essere interrogato. Non mi vollero nemmeno sentire”. Così, in chiusura, l’intervista rilasciata ieri a la Repubblica da don Raffaé. Barra, morto pochi giorni fa, l’arma crudele e fidata di Cutolo, viene ricordato, tra le altre nefandezze, come accusatore di Enzo Tortora. Fu – come ricordano le cronache – il primo camorrista a pentirsi ma non il primo a tirare in ballo il famoso presentatore televisivo. Fu Pandico, altro fedelissimo cutoliano, a fare per primo il nome di Tortora. E solo quando gli si disse che Pandico aveva parlato di Tortora, anche Barra ne parlò. “Barra, perché non ci hai parlato di Tortora?”, chiesero i due pm. “Tortora chi?”. “Come chi? ‘O presentatore. Pandico ci ha detto che è affiliato”. “Ah, sì? E certo. Sta pure Tortora. Ve lo stavo per dire oggi”. Il seguito della storia, purtroppo, è noto. Meno nota è la storia professionale dei due pm: il dottor Felice Persia e il di lui collega dottor Lucio Di Pietro. Uno fu eletto al Csm, l’atro ha finito la carriera come procuratore generale di Salerno.