
L’Aula sorda e grigia non è ancora un bivacco per i suoi manipoli. Poteva, ma non ha voluto ché è tanto bello sentire Schifani declamare da lì le sue letteruzze.

L’Aula sorda e grigia non è ancora un bivacco per i suoi manipoli. Poteva, ma non ha voluto ché è tanto bello sentire Schifani declamare da lì le sue letteruzze.

«Oggi Marco Travaglio ha ricevuto delle durissime critiche, sia dalla maggioranza che da quella che dovrebbe essere l’opposizione, per aver citato dei fatti su Renato Schifani, presidente del Senato…». È l’incipit di un post datato 11 maggio 2008 (roba vecchia, insomma), scritto dall’onorevole Di Pietro sul suo blog. Mi è capitato sotto gli occhi più o meno per caso. La faccenda – molti di voi l’avranno già capito – si riferisce alle dichiarazioni di Marco Travaglio fatte su Raitre nella trasmissione di Fabio Fazio a proposito del presidente del Senato, Renato Schifani. Se ve ne cale, il post lo trovate qui: é uno striminzito commento sui fatti che (al di la di com’è scritto) bene evidenzia un modo d’intendere del diritto, della libertà di stampa, della politica e della sintassi del tutto incompatibile con qualsiasi partito democratico. A voler essere forzatamente coincisi, la cosa mi pare possa risolversi con uno stringato inciso: fuori da ogni polemica, non mi sconvolge – nel modo più assoluto, direi – il fatto che l’Italia dei valori non abbia accattato di fondersi col Pd di Veltroni quanto piuttosto il fatto che quest’ultimo, accoratamente, gliel’abbia proposto.

«Io faccio parte – é il dott. Antonio Di Pietro a parlare – di quelle persone che non ha alcuna fiducia né nell’uomo né nel politico Berlusconi e per questa ragione ritengo di proporre una politica diversa da quella che fa lui, soprattutto con riferimento alle persone che possono andare in parlamento. Noi dell’Italia dei Valori ci siamo sempre battutti… siamo rimasti l’unico partito che abbiamo imposto ai nostri candidati di non avere pendenze processuali, con sentenze penali passate ingiudicate… egli ogni volta che c’è da valutare l’azione della magistratura sta sempre dall’altra parte ».
A parte il fatto che sarebbe il caso di segnalare il dott. Di Pietro alla signora Grammatica Italiana nel caso quest’ultima decadesse al punto da voler agire, violentemente, con una sua personalissima gangbang; ma non è di questo che qui si vuol parlare – anche se l’argomento, da solo, basterebbe a spiegare tante cose. «Siamo rimasti l’unico partito che abbiamo imposto ai nostri candidati di non avere pendenze processuali »… e Leoluca Orlando?

«Noi – a parlare è Ritanna Armeni – non sappiamo se Anna Maria è colpevole o innocente, ma ora dovrebbe prevalere un sentimento di pietà, di solidarietà. Non è un sentimento ignobile, anche se negli ultimi anni, mesi e giorni, tutti stanno cercando di convincerci di questo». Senza manco aver letto la sentenza, tutta ’sta bella intelligenza nostrana (sia detto con una punta d’ironia, si capisce) chiede la grazia per la signora Franzoni così, per un sesto senso o forse per simpatia (ma anche la maliziosa ipotesi del freddo calcolo utilitaristico ci sta tutta): tutti pronti a firmare in blocco senza pretendere di produrre né fatti nuovi né inedite controprove; senza nemmeno avanzare l’ipotesi di un’incompatibilità alla detenzione da parte della condannata. Nulla di nulla: si assolve, a prescindere, l’una per mandare a puttane il lavoro di ben 14 giudici rei – secondo il modo di ragionare di questi innocentisti ad oltranza – d’aver visto nei fatti la colpevolezza de “la madre di Cogne”. Il pretesto, ad ogni modo, è buono – per quelli di Rifondazione, dico – soprattutto per mostrare a tutti che anche loro (loro che vantano l’amicizia dei vari Travaglio, dei Di Pietro e financo dei Pecoraro Scanio) hanno (avuto) il “dono della pietà” – e che pietà! – e che questo dono intendono usarlo fino in fondo: dopo tanto giustizialismo, appendono le manette ai chiodi e iniziano a chiedere grazie.
C‘è dell’altro? E certo che c’è dell’altro ché – e diciamolo francamente – la richiesta di una grazia a meno di 24 ore dalla sentenza di colpevolezza significa accreditare l’idea che la signora sia stata l’ennesima vittima del bislacco sistema giudiziario nostrano. Nonostante i tre gradi di giudizio, insomma, il delitto di Cogne rimane opinabile mentre il diritto si trasforma in arroganza: giudici senza cuore che non riescono a comprendere il dolore di una mamma. «In fin dei conti nel caso Cogne – continua l’Armeni – rimane un forte elemento di incertezza, nessuno ha dimostrato la colpevolezza della madre, e nel dubbio pro reo»… e che quelli dalla Corte di Cassazione, con la loro sentenza – l’aggiunta è mia; Ritanna non si spinge fino a questo punto –, se l’andassero a prendere in culo.
Per farla breve – e qui chiudo – siamo alle solite: la sola certezza, dalle nostre parti, è l’incertezza.
«Io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro».

Lo sventurato rispose.
E l’altro – a ragione, direi – gli fece un mazzo tanto.

Passi per il fatto di essere riuscito a mettere in relazione il ministro Paolo Romani con Maurizia Paradiso (l’articolo potete leggerlo qui) che – credo, comunque, sia un mio limite – non si sa poi perché questa citata sarebbe una frequentazione rilevante ai fini della cronaca. Forse – azzardo – perché Maurizia Paradiso è un trans? Una persona dalla moralità corrotta? Può essere. Ché Travaglio, sotto la scorza da giustizialista, tiene sempre e comunque un cuore di destra (del resto è da lì che viene, o no?). Ma lasciamo perdere, davvero, ché non è di questo che qui si vuol parlare, quanto piuttosto di Angiolino Alfano così com’è stato dipinto dal puntuto giornalista: «è stato filmato – dice Travaglio del neo ministro – mentre baciava il boss mafioso di Palma di Montechiaro, Croce Napoli, al matrimonio della figlia. Ma lui naturalmente ha precisato di non sapere chi stesse baciando e di essere stato invitato dallo sposo. Lui bacia a caso, come càpita, ’ndo cojo cojo. È un piccolo Vasa Vasa, ecco. Un Vasino Vasino». Posso solo pensare, a questo punto, che quando Travaglio viene invitato ad un matrimonio chiede, per ogni bacio che elargisce, la fedina penale delle persone che non conosce. A me – tanto per parlare di cose che possono capitare a chiunque – è capitato di fare gli auguri e di “vasare”, ad un matrimonio, un po’ di persone che non conoscevo: dite che a giorni m’arriverà qualche avviso di garanzia? A Travaglio – è questo un mio personalissimo pensiero – farebbe bene un pochetto di gogna mediatica, qualche pettegoluzzo spiattellato ai quattro venti, schizzi di merda incontrollati rispediti al mittente, insomma; roba da niente, si capisce, e magari – tiè, crepi l’invidia – anche un po’ di carcere. Ma da innocente, sia ben inteso: un bell’errore giudiziario, ecco quello che ci vorrebbe. Giusto il tempo per fargli asciugare la bava alla bocca.
«Il gruppo, accompagnato dall’Arcivescovo di Boston Sean O’Malley – si legge in una nota diffusa dal portavoce Vaticano – ha pregato insieme al Santo Padre, il quale ha poi ascoltato i loro racconti personali e detto loro parole di incoraggiamento e di speranza». Insomma, tolti i fronzoli e asciugato il superfluo, pare di poter dire – con assoluta certezza – che un gruppetto di cinque-sei persone adulte, che da bambini hanno subito abusi sessuali da parte di qualche chierico, si sono sobbarcati l’onere di un’ulteriore violenza: incontrarsi con l’insabbiatore delle loro sofferenze nonché capo dei loro carnefici.