Lui, a dire il vero, non sapeva leggerlo, il russo.

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Una volta Puškin ha scritto una lettera a Rabindranath Tagore. «Caro amico lontano», gli ha scritto, «io non La conosco, e Lei non mi conosce. Sarebbe bello conoscerci. Stia bene. Saša.» Quando è arrivata la lettera, Tagore stava meditando. Una meditazione così profonda, che si tagliava con il coltello. La moglie lo scuoteva, lo scuoteva, gli metteva la lettera sotto il naso, niente da fare, non la vedeva. Lui, a dire il vero, non sapeva leggerlo, il russo. Così non si son conosciuti.

Paolo Nori, da I russi sono matti, Utet

Io non mi chiamo Miriam

Io non mi chiamo Miriam”, dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. È da questa rivelazione surreale, da questa verità sfuggita e tenuta segreta per settant’anni, che Majgull Axelsson costruisce un racconto incredibile, il racconto di una ragazzina rom di nome Malika che, sopravvissuta ai campi di concentramento, si finge ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta, durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbruck. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza, continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea, la Axelsson affronta, con rara delicatezza e profonda empatia, uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz.
Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l’altro, verso il diverso da noi, interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della sua vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti: “Non si può dire tutto! Non se si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l’intero secolo”.

Besprizorney

Besprizorney, i bambini orfani e randagi nell’Unione Sovietica tra il 1917 e il 1922, uno dei luoghi inferi del secolo crudele: la Russia dopo l’apocalisse della rivoluzione comunista. Una storia raccontata cucendo in sequenza documenti ufficiali, cronache e testimonianze dell’epoca.
Un dato, il primo, terribile: nel 1922 erano stimati in sei milioni. Una moltitudine. Bambini affamati e malati e organizzati in bande, pronti a tutto pur di non morire di fame, di freddo. Una catastrofe e una tragedia, senza remissione. Sono gli orfani di contadini morti di stenti, che scappano verso sud e le città per sfuggire alla carestia, alla fame, alla morte. Sono i figli dei nemici del popolo spediti ai campi di lavoro o fucilati. Sono russi, tatari, polacchi, ucraini, bielorussi, ciuvasci. Si spostano aggrappandosi ai treni e vivono nelle stazioni, nei cui bui sotterranei dormono, attaccati come disperati ai tubi del riscaldamento. Rubano, mendicano, saccheggiano ‑ quando non uccidono. Si prostituiscono.
Disprezzati e temuti, dal 1935 saranno trattati alla stregua di criminali, quali si atteggiano. Mecacci, in Besprizorney, per i tipi di Adelphi, dosa con sapienza i terribili documenti, le opere letterarie su questi piccoli disperati, che diverranno con sinistra ironia il modello del romanzo di formazione del realismo di regime. Tutto per un libro che è un tassello, prim’ancora che un pugno ben assestato nello stomaco, per una riflessione accantonata: quella sulla orfanilità (Lenin e Stalin erano entrambi orfani precoci), la società (e le famiglie) senza padri.