una vittima designata…

“Non è stato affatto dimostrato che il Mannino fosse finito anch’egli nel mirino della mafia a causa di sue presunte e indimostrate promesse non mantenute (addirittura, quella del buon esito del primo maxi processo) ma, anzi, al contrario, è piuttosto emerso dalla sua sentenza assolutoria per il reato di cui agli art. 110, 416 bis c.p., che costui fosse una vittima designata della mafia, proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a ‘cosa nostra’ quale esponente del governo del 1991, in cui era rientrato dal mese di febbraio di quello stesso anno” così si legge nelle motivazioni della sentenza emessa dai giudici di Appello di Palermo che hanno assolto l’ex giudice Calogero Mannino dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato”. [*]

I giudici, nei fatti, smontano la tesi della procura: nessuna trattativa con la Mafia. Mannino era nel mirino di Cosa Nostra non per non aver rispettato un patto, ma per averla contrastata. È vittima. È come se i pm avessero accusato di omicidio il morto ammazzato.

Poi vorrebbero farci credere che la politica non è un mestiere!

Politici

Un veloce giro tra le bacheche ed è inevitabile sorridere dei selfie-reportage dei nostri impegnatissimi social-politici. Non tanto per la mediocrità dei contenuti, quanto per il surreale accumulo di apparizioni multiformi a qualunque ora del giorno, seduti in televisione e in piedi a stringere le mani, in primo piano, a figura intera, di profilo, in macchina, a piedi, in giro per l’Italia per le elezioni, tra gli studi televisivi per le interviste e nella nowhere land dei social. Ovunque. Sempre. E costantemente. Oggi come ieri. Solo che oggi l’impietosa ribalta dei social, per giunta auto-prodotta, avvicina subdolamente a noi quelle persone che un tempo ci faceva comodo considerare altri, quasi una specie separata, coabitanti alieni. Facce sui manifesti, appunto. Provvisori imbrattamuri che poi vedevamo sbiadire, screpolare, strappare e infine sparire il giorno dopo il verdetto delle urne. Subitissimamente.
Mi chiedo, sinceramente, come facciano oggi i politici, nell’attimo della loro massima riproducibilità tecnica, a non sentirsi fagocitati, dati in pasto, divorati dal pubblico sguardo. Perché le modelle e gli attori – icone pubbliche per antonomasia – sono solo interpreti di un ruolo, truccatissimi, travestitissimi. Ma un politico è sempre e solo lui, non ha vie di fuga, la sua faccia è la stessa del suo personaggio, le sue parole le stesse della sua eterna esibizione. Silvio Berlusconi, per dire, interpreta Silvio Berlusconi. Non ci sono alternative. Anche nelle sue più fantasiose smentite, Silvio Berlusconi interpreta Silvio Berlusconi.
Poi ci vengono a dire che la politica non è un mestiere! Lo è a tale punto che non conosce tregua, neanche di notte, quando il politico dorme (o è in convalescenza forzata) ma la sua immagine circola, inesausta, parlando, parlando, parlando…

…una cattiva maestra

  
Come i peperoni, il dibattito si ripropone, ha una sua intrinseca ciclicità specie — ça va sans dire — in periodo pre- e post- elettorale. Tema: il ruolo politico della televisione; sottotitolo: occupare gli schermi davvero significa ottenere un’influenza decisiva sull’opinione pubblica?
A sentir gli argomenti di chi si sente estromesso dal mezzo di comunicazione, verrebbe da rispondere subito con uno schietto ‘sì’ al quesito proposto. Ma la risposta sarebbe — spero ne converrete — un riflesso condizionato più che un ragionare ancorato sui dati.
Proviamo, per quanto possiamo, ad abbozzar un pensiero attraverso quello che il fisico danese Hans Christian Ørsted definiva un gedankenexperiment — esperimento mentale.
Siamo nel Tremila. Con noi è un illustre storico che sta provando, poveretto, a sintetizzare la storia a noi (sue cavie) più prossima. Osserva lo storico. Negli anni cinquanta, e per buona parte dei sessanta, i dettami seguiti della televisione in Italia erano quelli democristiani. Sul piano della morale — sono sempre le considerazioni dell’amico storico — la televisione virava decisamente verso il bigotto: era attenta a non mostrare nudità perturbanti, calzamaglie coprivano voluttuose cosce; i servizi religiosi erano oculatamente diluiti lungo tutto il palinsesto televisivo; i personaggi positivi avevano tutti i capelli corti, cravatta e modi gentili. Risultato: di lì a poco sarebbe esplosa la generazione del Sessantotto: capelli lunghi, libera convivenza sessuale, lotte per divorzio e aborto, odio per il sistema, anticlericalismo…
Poi — continua ad osservare lo storico — è arrivata la televisione lottizzata: sul piano del costume, a poco a poco, è giunta a mostrare i seni nudi (e a tarda notte anche altre parti più intimamente segrete), ha dato spettacolo di spregiudicatezza, sarcasmo, rissosità, scarso rispetto per le istituzioni. E su questo piano del costume ha prodotto una generazione che a poco a poco è rientrata nei valori religiosi, e pratica il sesso con prudenza. Sul piano politico ha inculcato, sia pure dividendosi su tre canali che si volevano ideologicamente diversi, il rispetto per una classe politica che si mostrava in video ogni qual volta poteva e riaffermava, con l’invadenza della propria immagine, il proprio potere e (presuntivamente) la propria popolarità. Risultato? Una parte dei cittadini si è ribellata autonomamente a questa classe politica attraverso l’opzione anticasta (o fintamente tale); tutti gli altri, non appena si è aperta una falla nel sistema, non hanno atteso un momento per salutare nei magistrati, nei comici o negli arruffapopoli di ogni specie i propri giustizieri, e hanno incominciato a tirare duomi e uova marce (non solo per metafora) a quei politici che vedevano in video, non appena ora li scorgono per strada. Il nostro storico del Tremila potrebbe persino trarre l’avventata conclusione che una televisione democristiana ha prodotto il più massiccio avanzare di un Partito comunista mai verificatosi in Europa occidentale, mentre il graduale accesso dei comunisti al controllo dei canali ne ha provocato la recessione. Se il nostro storico vivrà in un’epoca di religiosità spinta e sentita, ne concluderà che la televisione era l’Impero del Male per chi cercasse di piegarne, a proprio uso, i poteri persuasivi o, più semplicemente, che quel medium portava una sfiga pazzesca a chiunque si affacciasse dai teleschermi. Se avrà invece disposizioni al ragionamento analitico e alla formulazione di ipotesi scientifiche dirà che questo mezzo invadente potrà forse aver sensibilmente influenzato il modo di pensare della gente sul piano dei consumi, ma non certo su quello delle passioni e decisioni politiche. Si chiederà allora costernato come mai per il possesso di questo mezzo si fossero scatenate tante lotte, e ne concluderà che gli uomini del nostro secolo non capivano un cazzo di comunicazione massmediale.

Cinque a Due…

Siamo alle solite: hanno fatto così anche con Berlusconi, per vent’anni, e non è servito a un cazzo. Avranno imparato la lezione, uno pensa. Macché, anche stavolta hanno pensato che a far perdere consensi al demagogo potesse bastare mostrare le contraddizioni con se stesso, dar prova che sia un gran cazzaro, che cambi idea con la disinvoltura con cui una puttana si scopi un cliente o l’altro, che tratti la questione morale con l’elasticità di un copertone per automobili, tirandola e sformandola a seconda di come più gli aggrada.
Certo, dice, la battuta d’arresto c’è stata — ma relativa, ché quello delle Regionali era, in partenza, un test assai poco significativo: Renzi, in soldoni, vince comunque cinque a due. Eppure s’era lì a sparare nel mucchio, l’imbarazzo della scelta era davvero tanto: De Luca che piscia allegramente sulla legge Severino ma dice che la sua è una pisciata “di scuola”, lo scivolone mediatico della Bindi e la lista degli impresentabili, i candidati sbagliati in Liguria e in Veneto… un catalogo delle contraddizioni davvero voluminosissimo, roba da far invidia alla Treccani! Niente, cinque a due.
È che questi lodevolissimi commentatori delle altrui contraddizioni, indice teso a mostrar il paradosso, sotto sotto so’ sentimentalmente democratici e sfacciatamente ottimisti: convinti che alla gente faccia difetto solo la memoria. Magari! È che alla gente, oltre la memoria, fa soprattutto difetto la buona coscienza. E poi, cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – qui da noi, da sempre, fanno il deus ex machina.
È che, diciamolo chiaro, la gente ha bisogno di un millantatore in cui versare tutte le proprie speranze, qualcuno che incarni i suoi stessi difetti con l’autocompiacimento di chi li sappia volgere a pregi, esaltandoli a carattere nazionale. Mente? Suvvia, lo farà a fin di bene, per catalizzare le positive forze della speranza. Imbroglia!? E chi non imbroglia. Ma è mai possibile che nessuno riesca a cogliere negli atteggiamenti, nei toni e nei tic comportamentali di questi Uomini della Provvidenza, più o meno unt(uos)i, gli stessi atteggiamenti, gli stessi toni e gli stessi tic di chi applaude loro? Di questa gente sono semplicemente il medium. Fosse bastato rammentare alla plebaglia la promessa di un milione di posti di lavoro e la sconfitta del cancro, quanto sarebbe durato Berlusconi? Volevano credergli, dovevano credergli e nessuno avrebbe potuto togliergli la malia del feticcio, se non chi avesse trovato il modo di fottergliela.

Dice: possibile che la gente sia tanto ottusamente in malafede? Non tutta, la maggioranza sì, però. Ed è una maggioranza che rimane salda e solida attraverso gli anni, forte come l’ignoranza quando si pavoneggia, compatta e rigida pure quando i flussi elettorali la descrivono liquida e mobile, senza soluzione di continuità anche quando si dilania in due schieramenti: è l’anonima maggioranza inetta alla libertà, quella che schifa le responsabilità, tutte le forme di responsabilità. Perché un paese con questa maggioranza dovrebbe salvarsi dallo sberleffo, dal fallimento? Non sarebbe giusto, via.

La Metamorfosi?


Una mattina Petr, lo scarafaggio, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nella sua tana, in un minuscolo e lindo politico. Era disteso con la schiena sulla terra nuda, dura come solo la faccia di certi suoi colleghi, e alzando un poco la testa poteva ben vedere il suo ventre molle, chiaro, obeso, coperto da peli lunghi e radi, in cima a cui la coperta del letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica.
Due gambe e due braccia, mostruosamente grosse rispetto alla sua mole, si muovevano davanti ai suoi occhi.
«Che cosa mi è accaduto?», si domandò. Non stava affatto sognando. La sua tana, una normale tana per blatte, anche se un po’ troppo piccola, era sempre lì quieta come l’aveva lasciata prima di addormentarsi…