A distanza…

Quando sento dire che la didattica on-line può mettere una pezza a queste settimane senza scuola, penso che sì, è vero… Per molti, però. Non per tutti.

La didattica a distanza serve, certo. Aiuta. Ma in questo momento rischia di aiutare chi ha meno problemi, chi ha mezzi ed è fortunato ad avere il giusto supporto a casa.
Rischia di lasciare indietro, invece, chi avrebbe più bisogno di essere aiutato.

un uomo semplice ed educato…

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Ieri mattina una fila di volti noti e non, immensa, ordinata, lenta, silenziosa ha invaso l’ingresso della Rai di viale Mazzini per rendere l’ultimo saluto a Fabrizio Frizzi.
Lunedì la morte del conduttore qui l’abbiamo trascurata un po’ – per dire, manco una freddura gli abbiamo dedicato sulla nostra bacheca Facebook: dispiace certo, ma in fondo era uno della televisione, cosa volete che sia? E dire che con certe sue trasmissioni ci siamo cresciuti: a Tandem, ad esempio, qui ci si divertiva a risolvere gli indovinelli di Ottiero 2000. Eppure, le moltitudini di italiani, di normali telespettatori che in questi giorni hanno voluto salutare e ringraziare quest’uomo morto troppo in fretta insegnano invece qualcosa, parlano di qualcosa che, per superficialità o per supponenza, a torto, avevamo finto di non capire. Che in questa nostra Italia, in questo mondo che ci sembra a volte infarcito soltanto da trogloditi urlanti e beceri, un uomo semplice ed educato è riuscito ad attirare affetto e tanta tanta attenzione, anche trasversale, anche quella di giovani più avvezzi a star chinati sui cellulari che a guardare la tivù. Gente che è riuscita a cogliere non tanto (o soltanto) la buona televisione, ma attraverso Frizzi la positività bella della vita. Per quel suo modo di essere semplice, un po’ ingenuo, mai sopra le righe, quella sua risata (troppo) larga.
Cantava Guccini: “Quanti anni giorno per giorno dobbiamo vivere con uno / per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è / Turisti del vuoto, esploratori di nessuno / che non sia io, o me”. Ecco. La fila di ieri ce l’ha insegnato. E grazie, Fabrizio. Anche se in ritardo.

quando dentro a quel pezzo di carta dovevi farci un buco…

Le cose che non hai fatto restano appena sotto il pelo dell’acqua, come sughero galleggiano in eterno, ondeggiano, stanche di respirare. Non vanno mai sul fondo, tutte le cose che non hai detto. Tutte le parole che avresti voluto ma non hai usato (o osato), hanno il peso di niente, fluttuano leggiadre in un relativo eterno e per ritrovarle non serve affatto trattenere il fiato e immergersi; semplicemente basta camminare a riva, tendere una mano subito sotto l’acqua salata, e ritrovarle tutte, toccarle una a una e riportarle a galla, le cose che non hai fatto, detto, scritto. Ma non è vero che c’è sempre tempo. Non è vero che tanto poi puoi sempre rimediare, che oggi o chessò domani non cambia niente. E sì che quella storia dei treni che passano una volta soltanto è ‘na cazzata, ma è una cazzata pure che il biglietto stretto in tasca dura in eterno. Li preferivo, i biglietti, quando dentro a quel pezzo di carta dovevi farci un buco, un foro per dire a te stesso, guardandolo, che era quello il momento esatto di salire e che esattamente dopo, tutto intorno a quel vuoto, nulla si sarebbe più mosso nella direzione per cui avevi pagato.
Tutte le cose che avresti voluto restano lì, ferme per strada, schiacciate dalle auto, tormentate dal vento, dal piscio dei cani randagi durante la notte, dalla pioggia calda ad agosto e dal sole freddo a dicembre, dagli sguardi indiscreti nascosti dietro alle tende dopo l’ora di cena, con la luce spenta che vedi fuori ma da fuori nessuno ti può vedere. Ritornare a pagina cinquanta del libro più bello che hai letto e sforzarti a recitarlo ad alta voce; mettere in moto, a spinta, alle prime ore del mattino per andare ad aspettare che le braccia più belle che ti abbiano mai stretto scendano a farlo di nuovo; chiedere scusa guardando qualcuno negli occhi; piangere senza aver paura del giudizio; desiderare senza che sia peccato; rivedere quel film che hai già visto un milione di volte e continuare a non ricordare il nome di quell’attrice che però ti ha sempre fatto impazzire; provare a contattare quell’insegnante che ti lesse la prima volta, commossa, e con gli occhi bagnati su un volto sorridente ti disse, nel più vero dei modi, di continuare, — di continuare, così mi disse — sperare che non sia troppo tardi per fare in tempo a dirle un semplice grazie, che senza quei pochi minuti forse ti saresti già fermato da un pezzo; ridere senza pentirti; dormire senza sentirti il peso di una colpa; aiutare e avere il coraggio di chiedere aiuto; concederti la libertà di abusare delle virgole e fottertene di chi ti ha sempre detto che ogni tanto bisogna metterci un cazzo di punto. Adesso, anche adesso, è il momento in cui puoi ancora ricordare come sarai e cambiare il corso degli eventi affinché tu sia quello che hai sempre desiderato di essere.

…nemmeno ciao.

  

E così, quando B. arrivò correndo nel luogo stabilito, lei chiaramente non c’era nella piazza del paese dove s’era convenuto d’incontrarsi; eppure aveva fatto appena un quarto d’ora di ritardo! I telefonini, allora, non esistevano e lui, affannato e sudato, con lo sguardo disperato girava a compasso la piazza e, in fondo, in una stradina laterale di accesso, gli sembrò di intravederla. Fu un attimo: fece una corsa, era lei, triste: aveva il muso lungo, gli occhi spenti, era bella ma non gli disse manco ciao. E sì che si scusò, che dette la colpa a quella cazzo di catena della bici, e a un suo amico che lo aveva importunato per chiedergli un consiglio su non ricordo bene quale problema aveva con la sua pupa, ma lei niente, zitta, camminava a testa bassa, incurante e fredda, nessun segno di comprensione. A lui, improvvisa, giunse un’eccitazione mista allo sconforto: c’era quel fiore di vita pieno, acerbo, a portata di mano e sentiva di non poterlo cogliere. La rabbia montava, la disperazione bastarda prendeva il sopravvento. Così, dal mazzo che s’era preparato per quell’incontro, pensò di giocare la carta stupida dell’indifferenza e disse, tra lo strafottente e il serio: «Va be’, per un’ultima volta: mi spiace, non ho fatto apposta… accetta le mie scuse, altrimenti pazienza, ciao, buona passeggiata». Lei alzò la fronte da terra e per un attimo posò, altrettanto seria, gli occhi dentro i suoi. Un brivido di esitazione e le lucide labbra di marzapane lievemente si schiusero a lasciar filtrare i raggi bassi del sole negli spazi lievemente pronunciati tra un dente e l’altro. Un sospiro? Una parola soffocata in gola? Dio come era bella, buona, tanta! Un gesto, un solo gesto, e l’avrebbe seguita ovunque nonostante l’alterigia, l’orgoglio e l’ostentato disprezzo che, come velo funebre, le coprivano il viso. Ma fu impossibile. Quello sguardo di grazia pieno si diresse ovunque tranne dov’era posto lui. Non gli disse nemmeno ciao. Lui, stordito, non le disse nemmeno vaffanculo.

Né cuore, né fede, né fegato…

Coniglio oca

Folla di persone in fila a osservare una macchia grigiastra affiorata su un muro; macchia che ha fattezze di un volto – quello Santo di Padre Pio, manco a dirlo. Lo aveva scorto – questo è il ricordo – una donna e ne aveva dato voce al paese intero. Storcevano il muso i cinici e gli scettici: l’è umidità, il piscio d’un cane bla-bla-bla. Nulla, nessuno dei presenti accorsi si curò di quelle voci stonate e tutti sfilarono, piansero, videro e pregarono, a ribadire la superiorità della nostra cultura giudaico-cristiana su quella dei fanatici mussulmani. Il vero Dio, è risaputo, sa a chi mandare i segni. La differenza la fa il cuore di chi vi si pone di fronte, ai segni, e col cuore la fede.
Questo ricordo riaffiora alla mente come efflorescenze di salnitro su un muro e me ne richiama un altro legato a ciò che mi diceva, quand’ero adolescente, S.: dottore in ingegneria, temibile scassacazzo, cirrotico e, dimenticavo, d’animo cinico assai; morì giovane (ne soffrii nel profondo, stragiuro). Egli, fumando beato la sua cicca (accesa e spenta chissà quante volte) e sorseggiando, di nascosto dai suoi ma non da me, la mitica Sambuca Molinari, era solito indicarmi nella vastità del cielo, a lavoro finito – uno dei tanti che svogliatamente conduceva e che mi costringeva a seguire –, qualche barocca nuvola lontana, che a me di volta in volta pareva somigliare a galeone, amerindio o pescecane. Ed egli a me, svogliatamente, col labbro sporgente e sempre screpolato: “Ma no, ma no, testa di cazzo, non hai un briciolo di sensibilità artistica… Ma qua’ indiano o pescecazzo. Guarda là, guarda bene quella è una vulva! Non la vedi?” E guai ad ostinarsi col pescecane o col pellerossa. Io, poi, pur molto affezionato e a lui legato da una devozione pressoché filiale o, se volete, di paracula riconoscenza (ché lui poi, a modo suo, m’aiutava con la matematica), non ero mai capace di convenire, foss’anche per rispetto o per antipatico dispetto. Al massimo, ammettevo: “Sì, a ben vedere un galeone e una vulva…”. Sempre stato di una civiltà inferiore, io. Né cuore, né fede, né fegato.