A distanza…

Quando sento dire che la didattica on-line può mettere una pezza a queste settimane senza scuola, penso che sì, è vero… Per molti, però. Non per tutti.

La didattica a distanza serve, certo. Aiuta. Ma in questo momento rischia di aiutare chi ha meno problemi, chi ha mezzi ed è fortunato ad avere il giusto supporto a casa.
Rischia di lasciare indietro, invece, chi avrebbe più bisogno di essere aiutato.

In nome del popolo italiano…

Scattone

Le cose stanno come stanno. Mi son detto — me lo dico spesso — che “cattivi maestri” è una pessima figura retorica, ché o si è bravi a trasmettere un sapere (e allora si è maestro) oppure, se non si sa o se non si è capaci di insegnare, semplicemente non si è maestro. Tutto qui. Un maestro insegna le cose che sa, per questo viene pagato: spiega agli allievi, ad esempio, che chi uccide o chi ruba commette un reato, mentre tocca ai genitori spiegargli che non si uccide e non si ruba. Questa è la prima cosa che m’è venuta in mente leggendo della vicenda di Scattone. La seconda cosa riguarda la funzione “didattica” della pena. La punizione del trasgressore è una sorta di ricompensa che lo Stato assegna a chi rispetta la legge come contropartita al fatto di aver rinunciato a imitare o punire con le proprie mani il colpevole; una soluzione simbolica che dovrebbe placare l’immaginario e le frustrazioni degli osservanti, che dovrebbero rendere sopportabile l’obbedienza collettiva. Fatte le debite proporzioni, l’esecuzione della pena viene sottratta alla comunità, che rinuncia a reagire e si accontenta di delegare [“In nome del popolo italiano…” appunteremmo a margine] e osservare. Almeno secondo i nostri codici, questo dovrebbe bastare. E quasi sempre basta. Tanto più a condanna scontata.

Il prete, il sindaco e la cultura gender…

Brugnaro e Patriciello

Leggo su la Repubblica di stamani la rubrica di Augias dedicata al pio Brugnaro, e mi è partito un link con una lettera aperta pubblicata il 19 agosto scorso su Avvenire a firma di Maurizio Particiello.
A meno di un mese di distanza, la cazzata conserva il suo potere di attrazione sulle anime ingenue. La cazzata? Sì, è la cazzata che mi ha fatto il link.

Augias, parlando di Brugnaro, riporta parte di un discorso, sgrammaticato e incoerente assai, in cui il nostro rievoca e giustifica un gravissimo episodio di ferocia criminalità nazista del 1944, quando – la faccio breve – sette veneziani vennero fucilati innocenti con 500 cittadini obbligati ad assistere, i cadaveri sorvegliati da sentinelle per evitare rimozione e seppellimento.
Non riporto volutamente il giudizio di Augias in merito al discorso – l’articolo è spassoso, vi consiglio di leggerlo; riporto invece le parole di Particiello nell’articolo di Avvenire:

Interprete della Costituzione e del sentire del popolo che lo ha voluto alla guida della città, il sindaco Brugnaro ha ritirato dalle scuole della città i libri sull’educazione all’omosessualità imposti dall’amministrazione precedente.

L’argomento, ve ne sarete accorti, è un argomento inservibile perché viziato da almeno due fallacie retoriche.
È falso – inizio dalla fallacia meno grave – che Brugnaro sia interprete della Costituzione o, addirittura, titolare di un mandato popolare anti-gender. La fallacia ad populum punta, infatti, ad argomentare a sostegno o contro una tesi facendo appello al fatto che la maggioranza è favorevole o contraria: come se il fatto che la maggioranza sia d’accordo possa essere motivo sufficiente per riconoscere la verità della tesi. Tanto più che Brugnaro è stato eletto sindaco con il voto di un quarto degli aventi diritto voto a Venezia.
La fallacia però più subdola inoculata nel testo di Patriciello è quella dell’ambiguità, che, in un argomentare, prova a far leva sul cambiamento del significato di un termine chiave, ché non “educazione alla omosessualità” ma, semmai, educazione alla tolleranza e al rispetto, ad esempio, dei figli delle coppie omosessuali, che nelle scuole sono già numerosi.
Rozzo nel fondo e ipocrita in superficie, la ratio di quell’articolo ci dà – ove ve ne fosse bisogno – ulteriore prova di quanto il dire di certi uomini, esponenti di culture cosiddette “civili”, altro non sia che un modo ipocritamente mascherato di agire contro la libertà; libertà che si va affrancando da antiche regole, le quali non reggono più da tempo alle pesanti istanze rappresentate dai bisogni degli individui. E qui, in quella lettera aperta che s’innestava nella polemica del pericolosissimo “gender” che si vorrebbe insinuare nelle scuole e in quella difesa dallo sgrammaticato sindaco di Venezia rievocata da Augias, l’unica differenza tra la tradizione difesa da Patriciello e quella difesa da Brugnaro è che la prima non ha nemmeno gli strumenti per imporsi con degli argomenti convincenti, sicché è costretta a vagheggiare i fucili di cui si serviva la seconda. Senza nemmeno potersi permettere di farlo in modo esplicito, ma dissimulando in una profezia di sventura. Siamo davvero messi male, direi.

senza oneri per lo Stato…

  
“Il governo è pronto a inserirla nella prossima legge di stabilità o a scrivere un decreto per sancire che le scuole paritarie non devono pagare l’Ici/Imu/Tasi.” Attacca così l’articolo a firma di Giovanna Casadio, su la Repubblica di oggi, in cui viene discussa la sentenza della Cassazione che ha dichiarato illegittima l’esenzione fiscale sugli immobili in cui si svolgono attività didattiche gestite da religiosi.
Dovrei, a questo punto, intrattenermi almeno un pochino sull’argomento, ché questo pare sia il temino sul quale la blogosfera è chiamata a fare il compito in classe, e a consegnare il foglio in bianco si fa una figuraccia, non sia mai detto. Ma — ma… — il rischio, visto il supporto dei filoclericali che siedono al Governo e in Parlamento e vista, soprattutto, l’offensiva clericale in atto, beh — visto tutto sto po’ po’ di roba, dicevo — pare impresa a dir poco assurda: provare a illustrare e a contestare punto per punto i motivi avanzati contro la sentenza è davvero tempo perso. Ché poi, a conti fatti, sono sempre i soliti motivi. Quali? Beh, quelli che da decenni hanno allegramente ignorato — neanche pisciato di striscio, ecco — l’articolo 33 della Costituzione: «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Perdere tempo a discutere sul resto, davvero, non mi sembra il caso e comunque, visto i presupposti, c’è davvero poco da discutere.

Era già scritto tutto…

Era già scritto tutto in una newsletter dello zotico che presiede il Consiglio dei Ministri di questo sciagurato Paese. Le agenzie di stampa ne avevano, giustamente, estratto l’essenziale nell’affermazione che «le assunzioni hanno senso solo se cambiamo la scuola». Il legame, il doppio filo, cui era legata la riforma della scuola e il regolarizzare la precaria condizione di 100’701 insegnanti precari era tutto lì: assumo i precari solo se passa la riforma per una «diversa organizzazione» della scuola (condizione necessaria); ovvero, se preferite: se non si fa come dice Matteo Renzi i precari potrebbero rimanere precari, senza alcun problema, né per loro, né per la scuola in generale. Ma – chiedo – non era la precarietà di questi lavoratori, operanti già all’interno della scuola, a essere di fatto “il” problema per sé stessi e per la scuola in generale a prescindere dalla struttura organizzativa che questa veniva ad assumere? Non c’era stato detto a più riprese e in più modi che non è lecito tenere in condizioni di precarietà degli insegnati che in molti casi sono impiegati da decenni a far fronte alle esigenze di un’istituzione pubblica?

Retorica a parte, al netto di tutto, il ricatto – e chiamiamo le cose col loro nome, cazzo! – il ricatto, dicevo, delle assunzioni che veniva legato indissolubilmente all’approvazione della riforma mostrava e mostra, mi pare lampante, la natura strumentale del nesso di necessità stesso e assume anzi la valenza di vera e propria offesa sia, soprattutto, perché offende l’intelligenza sia perché dà ad intendere, in ultima analisi, che assumere stabilmente a libro paga quei lavoratori comunque sarebbe come beneficarli di un «ammortizzatore sociale».
Il Jobs act; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; lo Sblocca Italia; la riforma della pubblica amministrazione; le riforme costituzionali; la riforma della scuola in chiave autoritaria e gerarchica che, sia detto per inciso, in realtà non dà alcuna autonomia a quanti a vario titolo sono attori del processo educativo, limitandosi a piramidalizzarne le competenze in una logica che risponde alle esigenze di un vero e proprio mestierificio… ecco, dicevo, quest’elenco corposo di azioni intraprese, a testa bassa, contro (quasi) tutti rischiando financo una spaccatura interna e una sublimazione dei voti del partito, stanno lì a delineare l’ideologia della deregulation, della privatizzazione, della liberalizzazione selvaggia, della cancellazione dei diritti dei lavoratori e delle tutele dei cittadini, imposti – e qui ci sarebbe da ragionar un bel po’ – dall’Europa e realizzati da questo Parlamento-supino su mandato di questo Governo-sicario.

C’è da stupirsene? Non direi. Era nelle corde del puparo che s’era scelto per portare a termine il lavoro che s’è poi fatto: il demagogo era stato piazzato lì proprio per condurre in porto un’azione di tale portata. Chiaro: demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo – per definizione, direi – è anche colui che inganna. Renzi demagogo e dunque opportunista e ingannatore: un attento lettore del Principe, verrebbe da dire. Testardo e capace di tutto — mica come quello sfessato di Enrico Letta?! Tanto per dire – e qui chiudo – si tratta di quello che, da Sindaco di Firenze, avrebbe voluto sfregiare l’orologio a lancetta unica della Torre d’Arnolfo, aggiungendoci quella dei minuti. «La gente – diceva – deve vedere bene l’ora, mica deve essere un orologio filosofico». E a chi gli faceva presente che quell’orologio era del Trecento e andava rivisto l’intero meccanismo interno per apportare le modifiche, rispondeva di botto: «Mica voglio metterci un orologio al quarzo – rassicurava – è che così ’un funziona mica!». Ecco. Queste erano le premesse, tutto era già scritto. Piaccia o no, lo zotico che presiede il Consiglio dei ministri è (anche) questo.

…protestate!

Scuola

«Ritiro del disegno di legge sulla scuola: autoritario, anticostituzionale, sfruttatore». I toni della mattinata di ieri sono sempre stati pesanti, le scenografie allegre: le “balle spaziali” a Milano, le mani colorate dei professori della capitale… Piazze piene e classi vuote. Un successo di partecipazione – dicono i più – contro la Buona Scuola: “Siamo mezzo milione”, hanno fatto sapere gli organizzatori enfatizzando a sera i dati che hanno visto settantamila presenti a Roma, tremila a Milano, ventimila a Bari. Duecentomila in piazza, secondo le stime del ministero dell’Interno…
Ma a raccontarla così la cosa, forse, vuol dire far dell’epica dove non c’è che cronaca. Bisognerebbe provare, invece, a raccontare il tutto senza metterci passione, come l’apologo di una di quelle tante leggi e leggine che si scopriranno inefficaci o, peggio ancora, dannose solo dopo che un altro schieramento deciderà, a suo tempo, di cambiarle con una serie di leggi o leggine – il più delle volte è così – peggiori delle precedenti.
Leggi e leggine proposte (e poi, a seguire, approvate) nell’indifferenza pressoché generale della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, che rimane indifferente, segue magari il flusso maggioritario, s’inebria per la protesta, il tempo necessario per presenziare a qualche manifestazione, e carpisce qua e là uno scampolo di notizia, masticandola e digerendola per quel che può o che gl’interessa di capire. Com’è stato col Porcellum, no? o con l’Italicum – giusto per citare qualche legge di sopraffine stronzaggine attuale. Lo schema, del resto, è il solito: un minchione qualsiasi scrive una legge a cazzo di cane che viene incensata e osannata da una maggioranza parlamentare prona e pronta a votarla. Il tempo di approvarla e sperticarsi in lodi per cotanta vis legislativa che le opposizioni a smadonnare, a scendere in piazza per provare a bloccare l’obbrobrio. E la stragrande maggioranza del Paese alla finestra che se ne fotte, finge interesse ma distratto ché “graduatorie a esaurimento”, “collegialità” e, chessò, “bonus agli insegnanti” [*] sono termini incomprensibili quanto “capolista bloccato” o “premio di maggioranza”.

Per carità di Dio, protestate, ché vale sempre la pena spendersi pure per le guerre senza speranza alcuna di vittoria. Ma senza sperare troppo in quella che v’affannate a chiamare “gente”, perché ormai da tempo è massa, plebaglia.

Chissà…

Mattarella

Mi auguro che la domanda non sia irriverente o blasfema al punto da non poter essere accolta, o che non sia troppo ingenua da farmi passare per uno sciocco sprovveduto, meno che mai puzzasse di anticlericalismo di stampo ottocentesco: perché mai – laddove, ben intéso, non manca il servizio pubblico – bisognerebbe sovvenzionare, a suon di sgravi o contributi fiscali, le scuole private? quelle stesse scuole che, in buona parte, sono gestite più o meno direttamente dal Vaticano? In una sola parola: è costituzionale?
Da Presidente della Repubblica è facile intascare il plauso per una nobile dichiarazione di massima ogni tanto, che faccia salda l’ormai derisa e mortificata indipendenza tra Stato e Chiesa, la sbeffeggiata e spernacchiata laicità dello Stato. Chissà se il tanto accorto Mattarella vorrà essere tanto coraggioso, non dico da mandare a fare in culo Renzi e tutto il suo Esecutivo, ma almeno a non firmare e rispedire al mittente un eventuale provvedimento di tal genere. Chissà…