un uomo semplice ed educato…

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Ieri mattina una fila di volti noti e non, immensa, ordinata, lenta, silenziosa ha invaso l’ingresso della Rai di viale Mazzini per rendere l’ultimo saluto a Fabrizio Frizzi.
Lunedì la morte del conduttore qui l’abbiamo trascurata un po’ – per dire, manco una freddura gli abbiamo dedicato sulla nostra bacheca Facebook: dispiace certo, ma in fondo era uno della televisione, cosa volete che sia? E dire che con certe sue trasmissioni ci siamo cresciuti: a Tandem, ad esempio, qui ci si divertiva a risolvere gli indovinelli di Ottiero 2000. Eppure, le moltitudini di italiani, di normali telespettatori che in questi giorni hanno voluto salutare e ringraziare quest’uomo morto troppo in fretta insegnano invece qualcosa, parlano di qualcosa che, per superficialità o per supponenza, a torto, avevamo finto di non capire. Che in questa nostra Italia, in questo mondo che ci sembra a volte infarcito soltanto da trogloditi urlanti e beceri, un uomo semplice ed educato è riuscito ad attirare affetto e tanta tanta attenzione, anche trasversale, anche quella di giovani più avvezzi a star chinati sui cellulari che a guardare la tivù. Gente che è riuscita a cogliere non tanto (o soltanto) la buona televisione, ma attraverso Frizzi la positività bella della vita. Per quel suo modo di essere semplice, un po’ ingenuo, mai sopra le righe, quella sua risata (troppo) larga.
Cantava Guccini: “Quanti anni giorno per giorno dobbiamo vivere con uno / per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è / Turisti del vuoto, esploratori di nessuno / che non sia io, o me”. Ecco. La fila di ieri ce l’ha insegnato. E grazie, Fabrizio. Anche se in ritardo.

…non riusciamo nemmeno più a piangere.

Davanti al corpo di un giovane uomo che si è dato la morte non si può non pensare all’insopportabile peso della disperazione e dell’incomprensione. Sì, è vero: i padri hanno il dovere di dire ai propri figli che la vita è così forte e così bella da riuscire a superare ogni dolore. Ma a questo dovere andrebbe aggiunto la condivisione di un peso terribile – quello della coscienza del dolore, dell’ingiustizia e dell’indifferenza. Chi riesce a crescere lo fa anche perché, in mezzo a tanto marcio, chiude gli occhi, tappa il naso, e infine respira forte il profumo della propria fredda ostinazione. Eppure, questa legittima capacità di resistere al dolore e alle delusioni per certuni quasi non è spiegabile: sembra pura viltà, rinuncia all’amore e al coraggio. “L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto.” (Dante, Inferno, canto XIII, vv.70-72)
Facciamo poco, noi padri, per raccontare ai nostri figli quanto ci è costato crescere. E ancora meno sappiamo dire loro che ciò che li offende, riesce a offende anche noi. Noi, che a volte, per vergogna, non riusciamo nemmeno più a piangere.

Questo vagar mio breve, / Il tuo corso immortale?

  
Mentre la maggior parte di noi boccheggia nel grande caldo di questi giorni, su Plutone le cose vanno decisamente meglio: la temperatura media è di -228 °C. Il Sole, visto da laggiù, è null’altro che una delle tante piccole stelle che trapunta il cielo notturno: puntino luminoso a rischiarar la notte.
Per arrivarci, la sonda americana New Horizons ha impiegato nove anni e mezzo: niente, se paragonati ai 248 anni scarsi che il pianeta impiega per compiere la sua orbita di 36.5 miliardi di chilometri intorno al Sole.
Godersi le foto di quel pianeta da vicino – le fotografie ad alta risoluzione ci consentono di vedere dettagli come se sorvolassimo Plutone con un aereo di linea – ha insito qualcosa di magico e, al contempo, di terribilmente realistico: l’immagine giallo-rosa di Plutone riesce a trasmette l’emozione dell’autentico, il brivido del viaggio e l’azzardo dell’ignoto fino alle porte dello spazio profondo.
Eppure, il volto di Plutone non è poi molto diverso da quello che vediamo ogni notte alzando gli occhi alla sfera celeste: anche il nostro satellite naturale, la nostra amata Luna, è nient’altro che un disco butterato di crateri e vulcani, solcato da catene montuose e crepacci, attarversato da vallate e ampie pianure; panorama desolato e senza vita. Un po’ come se il nostro unico satellite naturale fosse lì, ogni notte, a mostrarci la desolazione dell’universo e per suggerirci, se non l’unicità, certo l’eccezionale straordinarietà del nostro pianeta: unico, tra quelli del sistema solare, che visto dallo spazio si mostra vestito di un ammaliante blu.
Così, continueremo ad esplorare l’universo fino alla fine dei (nostri) tempi, secondo il nostro destino di ulissidi: e ogni volta che scopriremo un’altra luna inospitale torneremo a casa con una lieve inquietudine, e un poco sbigottiti.

  

La letteratura come esperienza di vita…

Nell’insonnia di questa notte, con frammentaria e incandescente chiarezza, mi pareva di essere arrivato a una risposta sulla letteratura, su che cosa è la letteratura — “La letteratura come esperienza di vita”, a dirla con le parole del tema proposto quest’anno ai maturandi. Ma ora, qui, non so ripeterla. È come quando, a scuola, chiamati a ripetere il canto di Dante mandato a memoria il giorno avanti, inaspettato s’incagliava il filo della memoria su di uno scoglio pericolosamente affiorato dal nulla a trattenere le parole, nonché la memoria di quel canto, la memoria nella sua interezza e nella sua essenza. 
Di quella riflessione — se tale era, dico —, di quella risposta, non faccio che riportare, a mo’ di esempio, i versi 127-136 del V canto dell’Inferno di Dante, su cui mi pareva di aver verificato il concetto: e può darsi che, avulsi da quel contesto ormai come svanito, ancora e in qualche modo funzionino:

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per piú fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Ora, nel trascrivere i versi mi colpisce – a darmi non so che certezza o non so che smarrimento: come avessi di colpo bevuto un bicchiere di vino troppo forte – la bellezza del suono di quelle parole. Un evento infinitesimale, un adultero bacio “tutto tremante”, uno di quegli eventi che il nulla onnipresente e onnivorace continuamente ingoia: ma ecco che fermato su una pagina, spiaccicato in scrittura, diventato letteratura, poesia sublime, attraversa immortale i secoli pieni di rumori, colmi di morte, di inganni e furori e arriva, carico di rifrazioni, a me: a occupare la mia mente, a essere parte di un mio stato d’animo. E questo, si badi, al di là del significato ultimo dei versi, senza star lì a scomodare la logica o la parafrasi delle terzine, evitando — volutamente, confesso — che il lettore possa interferire “con la sua sensibilità e il suo gusto anche il proprio mondo pratico, diciamo pure il suo quotidiano, se l’etica, in ultima analisi, non è che la riflessione quotidiana sui costumi dell’uomo e sulle ragioni che li motivano e li ispirano”: è nell’essenza dell’intreccio di quei versi i sentimenti, i ricordi, le emozioni…
Non credo che la vita sia qualcosa da contrapporre alla letteratura. Credo che l’arte faccia parte della vita”, dice Borges in Conversazioni americane; ecco sì, la letteratura come un sistema di “oggetti eterni” (e uso con impertinenza questa espressione del professor Whitehead) che variamente, ciclicamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, per poi tornare a splendere e a eclissarsi – e così via – alla luce della verità. Come dire: un indispensabile sistema solare.

(forse.)

Avessi una spada e un toro agonizzante pieno di banderillas sul groppone potrei finirlo per un senso di pietà e misericordia — lo stesso tipo di compassione che mi assale se vedo un insettucolo claudicante che si dimena a terra; che faccio lo schiaccio oppure resisto nel lago d’indifferenza, l’essenza della disumanità che alberga calmo nel mio cuore? Lo schiaccio, anche se poi generalmente, un attimo dopo mi pento di aver preso simili decisioni demiurgiche. Chi sono io per occuparmi della vita altrui? Già fatico a occuparmi della mia, incastrato in tutta quella monotona serie di attenzioni che servono per mantenere un precarissimo equilibrio omeostatico, tra il dare e il prendere, l’avere e l’essere, il mangiare e il defecare. Una fatica!
«Forse / che di sedere in pria avrai distretta!». Starsene rannicchiati «come l’uom per negghienza a star / si pone» e attendere, purgarsi, indifferente al peso degli anni. Tanto, a poco a poco, un giorno dopo l’altro, il paradiso, vedrai, arriverà. (Forse.)

…l’ottimismo

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Nel mare di pessime cose che ci circonda, e minaccia impetuoso di sopraffarci, anche un legno marcio apparso all’improvviso ci sembra la scialuppa di una nave amica su cui mettersi in salvo.
Così, quando con lirico vittimismo ci si lamenta di un’offensiva così snervante e pervasiva da parte delle cose della vita, mi chiedo cos’è che ci freghi: non il pessimismo, la noia, la depressione. Quello che ci frega, e ci fa continuare ad andare avanti nonostante tutto, è l’ottimismo. Se solo lo sguardo sul mondo fosse un poco più realista avremmo già provveduto, da tempo, a dare le dimissioni.