Dopo le elezioni…

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Dopo le elezioni, nei partiti che non hanno guadagnato i voti sperati, sarà — come sempre accade, del resto — la solita corsa a confessar gli errori collettivi. “Abbiamo sbagliato”, diranno impudichi. Hanno ancora sbagliato. Continuano ancora a sbagliare. E poiché si tratta poi di sbagli che — per dirla alla Manzoni — potevan esser veduti da quelli stessi che li commettevano, giocoforza vanno ricondotti — almeno per darsi una spiegazione di quanto è accaduto — o alla passione o all’imbecillità. La ragione sbaglia quando non è capace di valutare correttamente le ricadute di certe azioni. La passione o l’imbecillità, invece, sbagliano sull’evidenza o quando covano rancori.

L’astensionista narciso…

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Nell’astensionismo c’è un po’ di tutto: menefreghismo, rabbia, vendetta, delusione. Ma soprattutto c’è narcisismo, il “nessuno merita il mio voto”; ed è, tra tutte, la componente la meno scusabile. L’astensionista narciso odia doversi specchiare nell’immagine imperfetta e corrotta della politica, non ne accetta i limiti, la parzialità, la fallibilità. È, di fondo, un totalitario, uno che sogna il “voto perfetto” per il ”partito perfetto”. Grida il suo “non mi avrete” ed è fiero di mostrare la sua delusione per tutto e per tutti. È deluso, sì, ma non di se stesso. Anzi, valuta il proprio voto come una moneta troppo preziosa da mettere sul piatto per una posta assai modesta qual è, in fondo, la politica odierna. Così come coloro che sperano di incontrare “la donna ideale” o “l’uomo ideale” difficilmente riescono a star bene con le donne e gli uomini “normali” (e vanno, inevitabilmente, in bianco), l’astensionista narciso spinge a che arrivi sulla scena pubblica un impossibile, quanto improbabile, Partito Ideale, oppure – peggio ancora – rimpiange, idealizzandolo, “il mio partito di una volta”, proprio come si fa con l’età giovane. Intanto che sogna, spera e si dispera, altri elettori, magari ugualmente scontenti o delusi, però (un po’) meno narcisi, decidono di abbassarsi, umilmente, al livello della realtà e sporcarsi, come usa dire, le mani. Un poco invidiano la sdegnosa altezzosità dell’astensionista. Ma alla fine trovano conforto nella comune dignitosa mediocrità di una passeggiata ai seggi elettorali.

Inquietante!

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Pare che un attento e puntigliosissimo partigiano di Lombardia progressista, lista a sostegno della candidatura di Giorgio Gori (Pd) alla presidenza della Regione, abbia offerto su Facebook un minuziosissimo elenco di quanti milanesi di nome Benito andranno a votare. Si scopre così che il prossimo 4 marzo saranno chiamati alle urne ben 276 milanesi che al momento della nascita sono stati battezzati col nome del famoso maestro di Predappio. Non solo: c’è anche la sfilza dettagliata di quelli che portano Benito insieme ad altri nomi. In alcuni, la scelta ideologica appare difficilmente contestabile: cinque elettori, infatti, sono stati battezzati Benito Adolfo, e a uno – perché non ci fossero dubbi – il babbo ha dato come secondo nome Mussolini. Riconducibili alla figura del Duce sono forse anche i due Benito Arnaldo e magari anche i tre Benito Romano. Ma ad affollare la classifica sono una quantità di cittadini, che portano l’odioso marchio solo come secondo, terzo o addirittura quarto nome. Tanto per dire, esiste un Francesco Gabriele Ferdinando Benito Romano, che potrà, qualora fosse chiamato a dar conto di questo crimine, invocare le attenuanti generiche per avere ben tre nomi sinceramente democratici — un paio poi di tendenza marcatamente mistica — prima di quello dispotico, appunto.
La notizia, a ogni modo, comprende il commento del simpatico contabile: «Un inquietante risultato». Beh — non me ne voglia il contabile — ma direi solo “un po’ inquietante” se si pensa che siamo responsabili di tutto, anche della nostra faccia, quantomeno a partire da una certa età, ma non certo del nome che ci viene affibbiato all’anagrafe. Certo, dato il contesto, un rilievo un po’ ambizioso. Venisse poi confermato in qualche modo, aprirebbe scenari interessanti. Tipo, si potrebbe tentare di scovare a uno a uno i Leoluca, come Bagarella, per acciuffare i mafiosi a Palermo, e se pare troppo almeno le Beatrici in Italia per acchiappare le civici popolari (esistono!). Ad ogni buon conto: Milano avrà pure ‘sti 276 Benito, ma volete mettere con noi a Napoli? Un cuofono di Giggino. Inquietante!

ci vado io…

Si parla di politica, della crisi del sistema e della disaffezione alla vita pubblica di noi italiani. Il mio amico a un certo punto dice: «una volta c’era qui una famiglia di buoni mastri-carpentieri. Io avevo bisogno di un lavoretto fatto ad arte e sono andato da loro. Mi dissero: noi non possiamo, c’è molto daffare in questo periodo; ti mandiamo P. – un falegname che conoscevo. E io dissi: e c’è bisogno che me lo mandiate voi, P.? Ci vado io, a chiedergli di venire a lavorare da me». Fa una pausa, coglie il vago nel mio sguardo e così spiega la parabola: «Io ho sempre votato PD e prima ancora Partito Comunista; ma alle ultime elezioni mi sono detto: e che bisogno ho di farmi portare dal PD allo sfascio? Ci vado io. E mi sono astenuto.»

…la volta buona.

Doppio

Considero legittima l’astensione, sempre, non solo quando si tratta di un referendum, ma anche quando si tratta di elezioni politiche o amministrative; io stesso mi sono trovato spesso nella condizione di esservi tentato.
Ho sempre desistito, turandomi una narice, spinto dalla convinzione che l’astensione dal voto, da qualsiasi tipo di voto, sia qualcosa di molto simile ad una vigliaccata, un sottrarsi al dovere – prim’ancora che al diritto – di esprimersi.
Mai disertato una chiamata alle urne, quindi: mi sarei sentito un po’ in colpa. Per ragioni più o meno simili, non ho mai votato scheda bianca, né ne ho mai annullata una: anche quando mi è costato molto, mi sono sempre piegato alla logica del meno peggio.
Ma ‘sta volta è diverso: a ‘sto giro passo, mi sembra proprio la volta buona.