Ci siamo passati tutti. Quell’ansia, quella corsa sfrenata a “finire il programma” prima della fine dell’anno scolastico. Genitori preoccupati, studenti in affanno, insegnanti che accelerano il ritmo delle lezioni come se fossero in una maratona, spuntando argomenti da una lista immaginaria, perché “così si è sempre fatto”. Ma poi, un momento: quale programma? Esiste davvero ancora un elenco rigido di contenuti che devono essere trasmessi entro giugno, senza possibilità di deviazioni, di approfondimenti, di adattamenti?
La realtà è che questa idea del programma da completare è un retaggio del passato. Un passato in cui la scuola era concepita come un contenitore di nozioni da riversare nelle menti degli studenti, in un ordine prestabilito, senza deviazioni. Un passato in cui il sapere era lineare, monolitico, impartito dall’alto, come una legge inappellabile. Ma la scuola di oggi non è più (o almeno non dovrebbe essere) così.
Le Indicazioni Nazionali, che hanno sostituito i vecchi programmi ministeriali, non parlano di un elenco fisso di argomenti da trattare, né stabiliscono in quale anno scolastico debbano essere affrontati. Parlano invece di traguardi di apprendimento, di competenze, di un percorso formativo che si costruisce intorno agli studenti, ai loro bisogni, ai loro ritmi. Non è una gara a chi arriva prima. Non è una corsa contro il tempo. È un viaggio.
Eppure, il mito del “siamo indietro” resiste. È radicato nella mentalità di chi ha vissuto la scuola come un insieme di tappe obbligate, dove l’unico obiettivo era terminare il libro di testo, come se fosse un sacro Graal dell’istruzione. Ma ha davvero senso? Se un argomento viene trattato in fretta e furia, con gli studenti che a malapena riescono a seguirne il filo, è davvero “insegnato”? O è solo una parvenza di apprendimento, un’illusione che soddisfa la burocrazia ma non la crescita reale degli studenti?
Forse dovremmo chiederci: vogliamo davvero una scuola che si preoccupi di “coprire il programma” o una scuola che insegni davvero? Perché la differenza è enorme. Coprire il programma significa spuntare argomenti come caselle di un elenco. Insegnare significa adattarsi, ascoltare, modulare il percorso in base agli studenti che abbiamo davanti. E se questo significa soffermarsi più a lungo su un argomento perché la classe ne ha bisogno, allora ben venga. Se significa saltarne un altro perché verrà ripreso più avanti in modo più efficace, allora così sia.
Non siamo indietro. Non esiste un traguardo unico per tutti, un punto preciso in cui ogni studente dovrebbe trovarsi a maggio, pena il fallimento educativo. Esiste invece un processo di apprendimento che è diverso per ciascun gruppo, per ciascun individuo. E il ruolo della scuola non è far correre tutti allo stesso passo, ma accompagnare ciascuno nel proprio percorso.
Dunque, smettiamola di misurare la scuola con il metro del “programma completato”. Iniziamo a chiederci invece: i nostri studenti stanno imparando davvero? Stanno sviluppando competenze, curiosità, capacità di pensiero critico? Se la risposta è sì, allora non siamo indietro. Siamo esattamente dove dovremmo essere.
Mese: Gennaio 2025
…saper anticipare il cambiamento prima che sia troppo tardi.

L’ingresso di DeepSeek nel panorama dell’intelligenza artificiale ha scosso gli equilibri consolidati del settore, lasciando investitori, esperti e aziende occidentali in un misto di stupore, incredulità e inquietudine. La startup cinese, fino a poche settimane fa pressoché sconosciuta, ha presentato due modelli di AI—V3 e R1—che sembrano reggere il confronto con i migliori prodotti di OpenAI e Google DeepMind, ma con un’efficienza di calcolo sorprendente e costi drasticamente inferiori. Se le cifre dichiarate da DeepSeek sono veritiere, la narrazione dominante secondo cui la supremazia nell’AI sarebbe appannaggio esclusivo delle grandi corporation americane viene messa seriamente in discussione. Questo evento segna un possibile cambio di paradigma, non solo nel settore tecnologico, ma anche nell’ambito geopolitico ed economico. L’intelligenza artificiale non è soltanto un tema di innovazione, ma anche un asset strategico che può determinare il primato di un Paese su un altro. Gli Stati Uniti si erano illusi di poter mantenere la Cina in una posizione di rincorsa permanente grazie a severe restrizioni sull’export di chip avanzati. Ma DeepSeek, con un colpo di scena degno della migliore tradizione della tecnologia disruptiva, sembra aver dimostrato che l’AI non è solo una questione di hardware, ma soprattutto di efficienza algoritmica. Ed è proprio su questo punto che si concentrano le domande più pressanti.
L’annuncio di DeepSeek ha generato una reazione a catena di proporzioni storiche. Le azioni delle principali aziende di AI americane, comprese OpenAI e Google, hanno registrato una contrazione significativa, mentre Nvidia, il colosso dei microchip, ha subito una caduta in borsa, segnale evidente di un’improvvisa perdita di fiducia da parte degli investitori. Il motivo è chiaro: se davvero un’azienda con risorse limitate ha ottenuto prestazioni paragonabili ai migliori modelli occidentali usando una frazione dell’hardware e dell’energia, il business dell’AI potrebbe essere radicalmente trasformato. Tuttavia, il quadro è ancora nebuloso. La comunità tecnologica si sta affannando a esaminare ogni riga di codice, ogni parametro di addestramento e ogni dettaglio dell’infrastruttura di DeepSeek per rispondere a due domande fondamentali. La prima riguarda la presunta efficienza senza precedenti. La riduzione dell’uso di chip e il taglio drastico dei costi di addestramento potrebbero dipendere da ottimizzazioni software rivoluzionarie oppure, al contrario, da una sottostima dei costi effettivi. Alcuni analisti suggeriscono che l’azienda potrebbe aver omesso spese legate alla ricerca, ai salari e all’infrastruttura, per creare un effetto mediatico dirompente. Anche se il costo fosse superiore a quello dichiarato, tuttavia, il solo fatto che DeepSeek si sia avvicinata alle prestazioni di OpenAI con un investimento ridotto sarebbe comunque un segnale dirompente. La seconda questione è ancora più delicata: quanto è “originale” DeepSeek?
L’altro grande interrogativo riguarda la provenienza dei dati e delle architetture utilizzate. Alcuni sospettano che DeepSeek possa aver sfruttato, legalmente o meno, tecnologie occidentali per il proprio addestramento. Il rischio di un “free riding tecnologico” è una delle preoccupazioni principali negli Stati Uniti, dove si teme che le restrizioni sui chip imposte alla Cina abbiano generato una risposta non ortodossa: il riuso, o addirittura il furto, delle tecnologie AI sviluppate in Occidente. Se DeepSeek ha veramente trovato un modo per ottenere prestazioni di alto livello con hardware più economico e meno dispendio energetico, il modello di business dell’AI su larga scala potrebbe cambiare per sempre. Ma se i suoi risultati fossero frutto di pratiche poco trasparenti o di un uso massiccio di tecnologia già esistente, allora il suo impatto potrebbe ridimensionarsi rapidamente.
Un altro aspetto fondamentale riguarda la questione dell’open-source nell’AI, un tema che è diventato centrale nel dibattito contemporaneo. Nell’ambito del software tradizionale, il concetto di open-source si riferisce alla possibilità di accedere, modificare e ridistribuire il codice sorgente. Nell’intelligenza artificiale, però, la situazione è molto più complessa. Un sistema di AI non è solo un insieme di istruzioni codificate, ma dipende in modo critico dai dati di addestramento. È proprio qui che nasce il problema: un’AI può essere tecnicamente open-source nel senso che il suo codice è disponibile, ma se i dati utilizzati per l’addestramento rimangono proprietari, la riproducibilità e l’accessibilità reale del modello restano fortemente limitate. Alcuni progetti come Meta Llama o Mistral AI hanno cercato di adottare un approccio più aperto rispetto a OpenAI e Google, ma anche in questi casi i dataset completi non sono resi pubblici, lasciando aperta la questione della vera accessibilità.
La strategia di DeepSeek sembra collocarsi in una posizione ambigua su questo fronte. Se da un lato ha reso pubblica parte della documentazione scientifica sui propri modelli, dall’altro resta il dubbio sulla trasparenza reale dei dati utilizzati per l’addestramento. Se il successo di DeepSeek dipendesse dall’aver sfruttato massicciamente dataset occidentali già esistenti, senza una chiara attribuzione o senza un vero accesso open-source, allora la sua innovazione sarebbe meno rivoluzionaria di quanto si voglia far credere. Al contrario, se DeepSeek avesse sviluppato nuove tecniche di addestramento capaci di ottenere prestazioni elevate con dati meno costosi o meno numerosi, allora il suo contributo all’AI potrebbe risultare una svolta autentica, aprendo la strada a modelli più leggeri ed efficienti accessibili a una gamma più ampia di aziende e istituzioni.
Se la rivoluzione promessa da DeepSeek si confermerà, avremo davanti tre principali conseguenze. La prima riguarda la fine dell’oligopolio dell’AI, con l’emergere di realtà più piccole in grado di competere grazie a innovazioni algoritmiche anziché a pura potenza di calcolo. La seconda conseguenza è geopolitica, con la ridefinizione degli equilibri di potere tra Stati Uniti e Cina e la possibilità che il governo americano riconsideri le sue strategie di controllo tecnologico. Infine, la terza riguarda il mercato finanziario, con il rischio di una bolla speculativa sulle aziende AI attualmente dominanti e una possibile ridefinizione del valore del settore.
Siamo di fronte a una svolta epocale o a un fuoco di paglia? DeepSeek rappresenta una rivoluzione tecnologica autentica o solo un abile gioco di marketing? Al momento, le risposte definitive non ci sono. Tuttavia, l’evento ha già avuto un impatto enorme: ha scosso la fiducia delle Big Tech americane, ha acceso il dibattito sul futuro dell’AI e ha sollevato questioni geopolitiche di vasta portata. Se DeepSeek riuscirà a mantenere le promesse e a resistere allo scrutinio globale, avremo la prova che l’efficienza può battere la potenza bruta, e che l’AI avanzata non è più un gioco esclusivo per chi ha miliardi da investire. In caso contrario, resterà comunque l’ammonimento che la superiorità tecnologica non è mai definitiva, e che nessuna nazione o azienda può permettersi di dormire sugli allori in un settore in così rapida evoluzione. La vera intelligenza, forse, sarà quella di saper anticipare il cambiamento prima che sia troppo tardi.
Come quadri alla parete…
Sergio De Simone viveva a Napoli, in una casa al numero 8 di Via Morghen, nel cuore del Vomero. Una vita tranquilla, la sua, scandita dalle attenzioni di sua madre Gisella. Lei, una donna sola, nata a Fiume e trasferitasi a Napoli dopo il matrimonio con Eduardo. Ma quel senso di solitudine non era solo una questione privata. Era il peso di un’intera società che li escludeva.
Dal 1938, con le leggi razziali, Gisella e Sergio erano diventati invisibili, marginali, privati di ogni diritto. Ogni giorno portava con sé nuove restrizioni, nuovi divieti, nuove umiliazioni. E, nonostante la gentilezza dei vicini Parlato o il conforto dell’amica Piera Nardi, la vita per loro era una continua battaglia contro l’indifferenza generale.
Poi venne l’estate del 1943. Gisella, sopraffatta dalla solitudine e dalla paura, prese una decisione. Fiume, la città della sua infanzia, poteva essere un rifugio sicuro. Pensava che lì, con la sua famiglia d’origine, avrebbero potuto trovare pace. Ma forse, se fossero rimasti a Napoli, gli Alleati e l’armistizio li avrebbero salvati.
Non fu così.
A Fiume, la tragedia li raggiunse. Gisella, sua sorella Mira e le nipotine Andra e Tatiana furono catturate e deportate ad Auschwitz. Anche Sergio fu preso. Da quel momento, il suo nome smise di essere un nome: era diventato il prigioniero A179614.
Gisella, Mira e le bambine sopravvissero. Ma Sergio no. Lui fu strappato alla madre, portato in una sezione separata del campo, dove conobbe il Dottor Mengele. Quell’uomo che si nascondeva dietro il camice bianco, quell’uomo che chiamavano medico ma che era il simbolo stesso dell’orrore. Mengele lo selezionò per gli esperimenti. Sergio era solo un bambino, ma per loro era solo un corpo. Gli inocularono la tubercolosi.
E quando non servì più, venne ucciso. Lo impiccarono, insieme ad altri venti bambini, “come quadri alla parete”. Era il 20 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra.
Sergio De Simone, però, non era un numero, non era una cavia, non era un quadro. Era un bambino. Aveva solo 7 anni.
Sette anni. E un’intera vita che qualcuno gli aveva rubato.

O forse non guarda nemmeno.

Oggi, a Washington, nel Campidoglio che quattro anni fa fu assediato dai suoi sostenitori, Donald Trump si insedia come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. È una giornata carica di simboli, di tensioni, di significati che sembrano urlare più forte delle parole. Qui, dove si è vista la democrazia vacillare, oggi siede di nuovo il suo sfidante più controverso. È quasi ironico, no? O forse no. Forse è tutto perfettamente coerente con lo spirito dei tempi.
C’è una folla, certo, ma non è quella dei cittadini, delle masse che accorrono per celebrare un simbolo di unità. È una folla selezionata, ristretta, quasi esclusiva. Ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, quasi una caricatura della ricchezza globale riunita sotto il cielo plumbeo di Washington. Si stringono le mani, sorridono, parlano di futuro, ma il futuro, quale futuro? Uno dominato dai loro algoritmi, dai loro droni, dalle loro infrastrutture digitali che avvolgono il mondo come una ragnatela invisibile ma soffocante.
E Musk, Musk non è solo uno spettatore. È il primo miliardario ad attraversare quella linea sottilissima tra chi finanzia e chi governa. È dentro il governo, è il governo. I confini tra potere economico e politico sembrano evaporati come nebbia al sole. Bezos, Zuckerberg, Sundar Pichai, Sam Altman, tutti lì, tutti parte di un nuovo ordine. Un potere così concentrato che non serve nemmeno un tavolo grande per contenerlo. Una manciata di uomini, quasi tutti bianchi, quasi tutti americani, con le donne presenti solo come silenziose accompagnatrici, decorazioni di un trionfo che non le riguarda.
E non è che con i democratici fosse diverso, non è che la politica fosse mai stata un banchetto per i poveri. Ma oggi, oggi è tutto più scoperto, più nudo. Non ci sono neanche più le maschere. È una celebrazione del potere puro, del capitale, della tecnologia che non connette ma domina. Un nuovo re, con la sua corte di magnati e visionari, si insedia. E intanto il popolo, quello vero, quello che sta fuori, guarda. O forse non guarda nemmeno.
Ora. Non domani.
È una ferita aperta, un’infamia che scorre silenziosa tra le pieghe di un sistema che ha dimenticato la scuola e chi, ogni giorno, la rende viva. Da mesi, migliaia di docenti precari sono senza stipendio. Non è solo un ritardo, non è solo inefficienza. È un messaggio chiaro: per chi governa, chi insegna è irrilevante, invisibile, sacrificabile.
Dietro le cattedre non ci sono numeri, non ci sono codici fiscali o contratti a termine. Ci sono vite. Uomini e donne che si alzano ogni mattina, che preparano lezioni, che accendono nei ragazzi la scintilla del sapere. Eppure, quella stessa dedizione è tradita, schiacciata, ignorata. Come si può chiedere a qualcuno di continuare a educare, quando gli si nega il minimo per vivere? Affitti da pagare, bollette che scadono, carrelli della spesa sempre più vuoti. Non sono storie lontane, sono realtà quotidiane.
E intanto loro, quelli che stanno in alto, parlano di “ritardi tecnici”. È sempre colpa di un sistema che non funziona, di fondi che non arrivano. Ma chi vive di promesse? Chi sopravvive di “domani sistemiamo tutto”? Il tempo passa, le vite vanno in pezzi. È incapacità, sì, ma è anche una scelta. Una scelta che rivela una verità amara: la scuola, per questo Paese, non è una priorità. È un problema da rimandare, un costo da tagliare, una voce secondaria nel bilancio.
Eppure, quei docenti, quegli eroi dimenticati, continuano. Continuano a insegnare, a spiegare, a credere che il sapere possa ancora cambiare le cose. Ma fino a quando? Fino a quando si può resistere senza un sostegno, senza una speranza concreta? Non si resiste da soli. Non si può.
Serve un grido, una rivolta collettiva. Basta precarietà. Basta salari negati. Basta vite spezzate dalla disorganizzazione e dall’indifferenza. La scuola non è fatta di proclami, di carte, di slogan. La scuola è fatta di persone. Mani che scrivono alla lavagna, occhi che guardano i ragazzi, cuori che battono per un futuro migliore. E queste persone meritano rispetto. Ora. Non domani.
una lotta per il futuro dell’umanità

C’è qualcosa di affascinante, quasi epico, nella competizione tra Elon Musk e Jeff Bezos per la conquista dello spazio. È una sfida che trascende la semplice ambizione personale e il desiderio di profitto; è una battaglia di visioni, di filosofie e di approcci che risuonano nel nostro immaginario collettivo. Da una parte, Musk, con la sua SpaceX, sembra incarnare lo spirito pionieristico dei cercatori d’oro del vecchio West, un mix di audacia, velocità e voglia di rischiare tutto pur di raggiungere l’obiettivo. Dall’altra, Bezos con Blue Origin, più calcolatore, più metodico, come un ingegnere che costruisce un ponte, pezzo dopo pezzo, seguendo un piano preciso e dettagliato.
E poi arriva la Starship, quel mastodontico razzo simbolo della visione di Musk per un futuro in cui l’umanità non sarà più confinata sulla Terra. Un razzo che esplode al settimo tentativo, certo, ma che allo stesso tempo ci racconta una storia diversa: quella di un apprendimento continuo, di un progresso che si alimenta anche e soprattutto degli errori. “Prova, fallisci, riprova” è il mantra di SpaceX, e non è solo un approccio tecnico; è una filosofia di vita che ci spinge a guardare al fallimento come a una tappa necessaria verso il successo.
Bezos, invece, ci mostra un altro volto dell’esplorazione spaziale. New Glenn, il suo razzo, decolla con successo al primo tentativo, frutto di anni di pianificazione e sviluppo accurato. Non è solo un trionfo tecnologico, è un’affermazione di una visione che privilegia la stabilità e la sicurezza. Ed è un successo che si inserisce in una strategia più ampia: non è la Luna o Marte l’obiettivo ultimo di Bezos, ma uno spazio orbitale popolato di infrastrutture, di satelliti, di un’umanità che vive e lavora in un ambiente a metà strada tra la Terra e l’infinito.
E mentre Musk guarda a Marte, progettando razzi rifornibili in orbita, Bezos punta alla Luna, con il suo Blue Moon che si prepara a diventare il veicolo di riferimento per le future missioni lunari. Due visioni diverse, due futuri che si intrecciano e si contrappongono. Perché in fondo, il sogno di Musk è quello di colonizzare lo spazio profondo, di creare una nuova civiltà su un altro pianeta, mentre Bezos sembra più interessato a costruire una nuova casa per l’umanità nello spazio vicino.
E poi c’è la politica, quella dimensione in cui le ambizioni personali si mescolano con gli interessi nazionali e globali. Musk, con i suoi contratti solidi con la NASA, sembra ormai aver consolidato il ruolo di SpaceX come “compagnia di taxi” per l’agenzia spaziale americana, trasportando astronauti verso la Stazione Spaziale Internazionale. Ma questo rapporto simbiotico solleva anche dubbi e perplessità: è giusto che chi regola il settore aerospaziale possa avere un’influenza così diretta su una delle aziende che beneficiano di quei contratti?
E Bezos? Anche lui ha ottenuto una vittoria importante con il contratto per il lander lunare Blue Moon, strappato a SpaceX dopo un acceso appello. È la dimostrazione che Blue Origin sta guadagnando terreno, che non è solo una pedina di rincalzo nella partita per il dominio dello spazio.
Ma dietro tutto questo si nasconde una domanda più grande, una questione che riguarda tutti noi: chi controllerà lo spazio? Perché il rischio è che queste infrastrutture, dalle comunicazioni satellitari ai sistemi di navigazione, finiscano per essere monopolizzate da poche aziende private. E allora non si tratta più solo di tecnologia o di esplorazione, ma di sovranità, di chi avrà il potere di definire il nostro futuro.
La competizione tra Musk e Bezos è quindi molto più di una semplice gara tra miliardari. È una lotta per il futuro dell’umanità, per il modo in cui ci rapporteremo allo spazio e, di riflesso, a noi stessi. È un monito e un’ispirazione, un richiamo a non dimenticare che il cielo non è più il limite, ma solo l’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia.
La doppia ingiustizia: quando la sicurezza diventa pretesto per colpire i più deboli
Tra le pieghe oscure del più recente disegno di legge sulla sicurezza — ormai una saga infinita di decreti, pacchetti e misure che sembrano più alimentare l’insicurezza che combatterla — emerge una norma che lascia increduli. Si vuole eliminare l’obbligo di rinvio della pena per donne incinte o con figli di meno di un anno. Una volta approvata, anche queste madri finiranno dietro le sbarre, salvo che un giudice non decida diversamente, e per farlo dovrà presentare motivazioni più che solide.
Il paradosso è servito. La norma viene spacciata senza veli come un’arma contro i rom, accusati di sfruttare donne gravide o con neonati per borseggiare nei trasporti pubblici e per strada. Il ragionamento è semplice: si ritiene che queste donne, una volta scoperte, non finiscano mai in carcere grazie alla protezione offerta dalla legge. Il risultato? Una gravidanza dopo l’altra, una sorta di impunità perpetua per continuare a delinquere. La soluzione del legislatore? Mandare tutte in prigione, pancione o bebè al seguito, così da spezzare questo presunto circolo vizioso.
Dietro questa trovata, che alcuni potrebbero definire geniale con una buona dose di sarcasmo, si nasconde un problema più grave: anziché intervenire per proteggere queste donne dallo sfruttamento e offrire una via d’uscita, si preferisce cancellare una norma di civiltà. Così facendo, si chiudono in cella madri e figli, ignorando alternative come le case famiglia, che potrebbero accogliere entrambi e sottrarli al controllo di padri o mariti aguzzini. Ma si sa, i fondi per queste soluzioni sono inesistenti o destinati altrove.
Ecco il quadro desolante: prima lo sfruttamento nelle comunità e poi il pugno duro dello Stato. Essere una donna o un bambino rom, oggi in Italia, significa trovarsi schiacciati tra due ingiustizie: la crudeltà di chi ti usa come strumento e la cecità di chi dovrebbe proteggerti. Una doppia condanna che non lascia spazio alla dignità e, men che meno, alla speranza.
La Lavagna: Il Teatro della Scoperta Matematica

C’è qualcosa di magico nel gesto del matematico che impugna un gessetto e traccia segni su una lavagna nera. Quel semplice strumento, così essenziale, diventa un portale verso un universo invisibile, un luogo dove le linee tracciate e le formule scritte sembrano aprire strade verso la verità. La lavagna non è solo uno strumento per esporre idee; è il terreno fertile dove nascono intuizioni, si sviluppano congetture e si costruiscono dimostrazioni.
Per molti matematici, la lavagna rappresenta la quintessenza del pensiero creativo. Il nero intenso dello sfondo, graffiato dal bianco puro del gesso, non è solo un contrasto visivo: è la metafora perfetta del rapporto tra caos e ordine, tra ignoto e conosciuto. Ogni tratto è un tentativo di dare forma all’invisibile, di rendere tangibili concetti che altrimenti esisterebbero solo nella mente.
La fotografa Jessica Wynne, affascinata da questo connubio tra arte e scienza, ha immortalato le lavagne di alcuni dei più grandi matematici contemporanei. Le sue immagini raccontano storie di ricerca e creatività, rivelando il legame profondo tra l’immaginazione del matematico e la fisicità del gesso sulla superficie ruvida della lavagna. Per Wynne, osservare una lavagna significa entrare in un mondo dove le idee si trasformano in figure e le intuizioni in bellezza visiva. Ogni linea tracciata è il riflesso di una mente che aspira a svelare le leggi fondamentali dell’universo.
Per un matematico, la lavagna non è solo un mezzo per comunicare, ma uno spazio in cui dialogare con se stesso e con la propria ricerca. Le formule disegnate, le correzioni, le cancellature e le riscritture non sono solo segni: sono i passi di una danza intellettuale che si muove verso la scoperta. La lavagna è il luogo dove l’astratto prende forma, dove le domande trovano risposte e dove la verità si rivela, un tratto alla volta.
Chiunque abbia avuto la fortuna di osservare una lavagna dopo una lezione di un grande matematico sa che ciò che vi rimane è molto più di un insieme di simboli. È un’opera d’arte, un quadro che racchiude la bellezza del pensiero umano al lavoro. Forse è proprio questo che rende la lavagna così speciale: non importa quante tecnologie sofisticate siano state introdotte, nulla può sostituire quel sogno di scoprire la verità, tracciando linee e disegnando formule in un universo nero graffiato di bianco.

Oliviero Toscani: ordine e caos nei contorni del mondo

Oliviero Toscani era caos e ordine. Il suo bastone, grosso e ingombrante, si muoveva con grazia tra oggetti minuti, fotografie, gabbie, frammenti di storie. Era ordine attorno e disordine dentro, precisione nei contorni e tempesta nei pensieri. Rideva, parlava, litigava come un vulcano, ma i suoi spazi – la casa a Casale Marittimo, le linee nette della tenuta, i due parallelepipedi bianchi per la scuola che voleva – raccontavano un bisogno insopprimibile di nitidezza. Non era estetica, era visione: un modo di mettere a fuoco il mondo, di scegliere ciò che conta, di togliere il superfluo per lasciare spazio all’essenziale.
La sua vita era una lotta, un dialogo continuo tra realtà e rappresentazione. Il padre Fedele, maestro della cronaca fotografica, gli aveva dato una lezione che non avrebbe mai dimenticato: ciò che accade va visto, raccontato, ma anche pensato. Così Oliviero, dopo Zurigo e la Kunstgewerbeschule, dopo la disciplina delle forme della Bauhaus, portò questa lezione nell’arte applicata che chiamava pubblicità. Ma per lui non era mai solo commercio. Era politica, cronaca, conflitto. Bianco e nero. Cuori e corpi. Preti e suore che si baciano. Mani ammanettate. Cuori umani. Il mondo si poteva raccontare così, dentro il linguaggio della pubblicità, con la stessa forza della cronaca, con la stessa urgenza dell’arte.
E se i colori di Benetton – l’arcobaleno dei desideri che si scontrava con il buio delle ingiustizie – sono diventati un simbolo, lo devono a lui. Ha preso il mercato e ci ha infilato la verità. Ha usato i muri delle città per ricordare a tutti che il mondo era storto e che qualcosa, forse, si poteva fare. Lo odiavano per questo, lo accusavano di sporcare l’arte con il denaro, ma lui sapeva che il confine era già crollato. L’arte, il mercato, il consumo, tutto era fuso, e ignorarlo era ipocrisia.
Quando il tempo ha cominciato a scivolargli via, ha provato a lasciarsi qualcosa dietro. Fabrica, la scuola di Villorba, i progetti per Casale Marittimo. Ma il mondo non era pronto per la sua continuità. Toscani era unico, e forse lo sapeva. I suoi contorni non potevano essere replicati. Le sue idee non potevano diventare metodo. Il suo sguardo non poteva essere moltiplicato. Eppure ha lasciato segni, nitidi e indelebili, nel modo in cui guardiamo le cose, nei confini che non vediamo più.
Oliviero Toscani era ordine e caos, visione e conflitto. Bianco e nero. Ma nel suo maneggio rideva dei suoi cavalli appaloosa, pezzati, confusi, mischiati. Come se anche nel disordine ci fosse un ordine che vale la pena di cercare.
Epifania: tra rivelazione e mistero

Ci sono date che brillano, che si alzano come fari nella nebbia del tempo, segni impressi nel calendario e nella memoria. Il 6 gennaio è una di quelle. L’Epifania. La manifestazione (ἐπιφαίνω). Gesù bambino, Dio che si fa carne, mostrato al mondo. I magi che arrivano con i loro doni carichi di significati simbolici – oro per la regalità, incenso per la divinità, mirra per la mortalità – e il mondo intero che si inchina davanti al mistero dell’umano e del divino intrecciati in un corpo. È un racconto che affonda nella teologia e nella poesia, ma si perde anche nella polvere delle strade antiche e nelle tradizioni di un popolo.
E poi, ecco, c’è la Befana. La vecchia con la scopa, logora e affaticata, che porta dolci o carbone, giudicando il merito e la colpa, il bene e il male. È folclore, certo, ma è anche qualcosa di più. C’è il senso di un tempo che si rinnova, che spazza via l’anno vecchio con la scopa di una vecchia strega benevola. È Diana che ritorna, la dea della natura e del ciclo della vita, travestita con il cappuccio di una saggezza antica. È il pagano che si nasconde sotto il cristiano, come il carbone che si cela sotto i dolci. Perché non c’è manifestazione senza una qualche ombra, non c’è luce che non lasci dietro di sé una scia di mistero.
Dodici giorni dal solstizio d’inverno, dodici come un numero che ritorna, tra apostoli, mesi e segni dello zodiaco. Dodici giorni per transitare da una nascita che è promessa a una manifestazione che è rivelazione. Ma a chi? Ai magi, certo, stranieri in una terra lontana, simboli di un mondo che guarda al mistero con occhi spalancati e forse increduli. E a noi? Forse anche a noi. Perché ogni 6 gennaio non è solo la festa di un bambino che viene mostrato, ma la possibilità che ognuno di noi si manifesti. Che si mostri per ciò che è, senza maschere e senza veli.
La Befana, con le sue calze cariche di simboli, ci ricorda che siamo tutti bambini, in attesa di un giudizio, ma anche di un dono. E l’Epifania, nella sua semplicità straordinaria, ci dice che non c’è bisogno di essere re per essere accolti davanti al mistero: basta essere. Forse è questo il significato più nascosto, quello che non si trova nei libri, ma si intuisce tra le righe. Un invito a guardare il mondo con lo stupore di chi arriva da lontano e scopre qualcosa di più grande. Una rivelazione. Un’occasione, forse.