…un mostro diabolico

una persona che è evaporata

Il portico è quello della filiale della Sumitomo Bank Company. Nel Memoriale del Museo della Pace di Hiroshima, quell’ombra sul gradino viene descritta come “una persona che è evaporata”. Nel 1996, quell’ombra è stata identificata come quella della signora Mitsuno Ochi (nata nel 1903) che all’epoca dell’esplosione aveva 42 anni e i cui discendenti sono tuttora viventi.
Hiroshima è la dimostrazione che l’essere umano può essere un mostro diabolico.

È pretestuoso lo scopo e vergognoso il metodo…

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Spira un vento di stupida emulazione americana dietro l’imbrattamento della statua di Indro Montanelli: c’è sempre più gente in giro che non avendo un cazzo da fare se la prende con i monumenti scatarrando rabbia, insulti e vernice a effetto mediatico. Ecco, come si può giudicare questo sfregio alla memoria se non con il metro dell’imbecillità ottusa e violenta? Perché è pretestuoso lo scopo e vergognoso il metodo, che si commenta da solo: si può discutere, contestare e condannare un episodio che appartiene a una storia lontana, a una guerra coloniale con orrori e sopraffazioni comuni a ogni guerra, evitando di scatenare furiose invettive che sfociano in gesti di pura violenza e in scritte insensate e vigliacche.
Se qualcuno ha avuto l’idea di erigere in memoria del vecchio giornalista una statua nei giardini pubblici di Milano è perché Montanelli è stato un simbolo, il testimone di un secolo, un monumento lui stesso per il giornalismo e per la cultura liberale aperta al dissenso. Vista con i nostri occhi la storia della giovane abissina e del soldato che ne fa la sua sposa bambina per un’usanza vergognosa dell’esercito regio è una storia certamente sbagliata. Ma ci fa vergognare di più chi se la prende con un episodio di novant’anni fa da inserire nel contesto di un’epoca e di una guerra coloniale, quando ancora oggi in tante parti del mondo tante donne (minori e non), indifese e sole, sono vittime di soprusi inaccettabili, di usurpazioni e violenze tollerate da famiglie e da governi ciechi, che ignorano ogni umanità. Quella che Montanelli aveva, e i suoi vili calunniatori non hanno affatto.

A distanza…

Quando sento dire che la didattica on-line può mettere una pezza a queste settimane senza scuola, penso che sì, è vero… Per molti, però. Non per tutti.

La didattica a distanza serve, certo. Aiuta. Ma in questo momento rischia di aiutare chi ha meno problemi, chi ha mezzi ed è fortunato ad avere il giusto supporto a casa.
Rischia di lasciare indietro, invece, chi avrebbe più bisogno di essere aiutato.

una vittima designata…

“Non è stato affatto dimostrato che il Mannino fosse finito anch’egli nel mirino della mafia a causa di sue presunte e indimostrate promesse non mantenute (addirittura, quella del buon esito del primo maxi processo) ma, anzi, al contrario, è piuttosto emerso dalla sua sentenza assolutoria per il reato di cui agli art. 110, 416 bis c.p., che costui fosse una vittima designata della mafia, proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a ‘cosa nostra’ quale esponente del governo del 1991, in cui era rientrato dal mese di febbraio di quello stesso anno” così si legge nelle motivazioni della sentenza emessa dai giudici di Appello di Palermo che hanno assolto l’ex giudice Calogero Mannino dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato”. [*]

I giudici, nei fatti, smontano la tesi della procura: nessuna trattativa con la Mafia. Mannino era nel mirino di Cosa Nostra non per non aver rispettato un patto, ma per averla contrastata. È vittima. È come se i pm avessero accusato di omicidio il morto ammazzato.

la paura

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Il coraggio, il coraggio di fare a pezzi la paura, pezzi piccoli piccoli, e calpestarli, strapazzarli finché gli abiti non cambiano colore per il sudore; il coraggio di ignorare la paura, di prenderla a schiaffi, a calci, a pugni sopra gli zigomi, con le nocche delle mani allineate, pugni forti, decisi a sentire il rumore sordo delle ossa spaccarsi.
Bisogna avere il coraggio di capirla la paura, assecondarla affinché si sveli, provocarla, convincerla a mostrarsi, e solo allora, solo allora, guardarla negli occhi per dirle che lì, oramai, per lei non c’è più posto. Anche quando c’è questa sensazione che pesa sul cuore, questo dolore sordo che s’attacca alla viscere, questa impossibilità di trovare un rifugio, un appiglio, una mezza soluzione. Anche quando tutti gli accorgimenti del mondo non sono affatto sufficienti – ché la malattia, bastarda!, striscia sotto la superficie e si prende il corpo da dentro, come un peso interiore che trascina a fondo, inesorabilmente. E l’acqua scura e pesante avvolge il corpo, le mani e la testa in un vortice profondo. Ecco, sì, anche in queste situazioni, la paura bisogna rimandarla al mittente, rifiutarla, spaventarla, spaccarla, pugnalarla, mortificarla, stringerla forte fino a toglierle il fiato.
Masticala e sputala, deridila, scacciala, umiliala! Sempre. Se ci si vuole salvare, alla paura bisogna avere il coraggio di farle tutto, tranne che scriverne come se esistesse davvero o , peggio ancora, fingere di non averne.