un uomo semplice ed educato…

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Ieri mattina una fila di volti noti e non, immensa, ordinata, lenta, silenziosa ha invaso l’ingresso della Rai di viale Mazzini per rendere l’ultimo saluto a Fabrizio Frizzi.
Lunedì la morte del conduttore qui l’abbiamo trascurata un po’ – per dire, manco una freddura gli abbiamo dedicato sulla nostra bacheca Facebook: dispiace certo, ma in fondo era uno della televisione, cosa volete che sia? E dire che con certe sue trasmissioni ci siamo cresciuti: a Tandem, ad esempio, qui ci si divertiva a risolvere gli indovinelli di Ottiero 2000. Eppure, le moltitudini di italiani, di normali telespettatori che in questi giorni hanno voluto salutare e ringraziare quest’uomo morto troppo in fretta insegnano invece qualcosa, parlano di qualcosa che, per superficialità o per supponenza, a torto, avevamo finto di non capire. Che in questa nostra Italia, in questo mondo che ci sembra a volte infarcito soltanto da trogloditi urlanti e beceri, un uomo semplice ed educato è riuscito ad attirare affetto e tanta tanta attenzione, anche trasversale, anche quella di giovani più avvezzi a star chinati sui cellulari che a guardare la tivù. Gente che è riuscita a cogliere non tanto (o soltanto) la buona televisione, ma attraverso Frizzi la positività bella della vita. Per quel suo modo di essere semplice, un po’ ingenuo, mai sopra le righe, quella sua risata (troppo) larga.
Cantava Guccini: “Quanti anni giorno per giorno dobbiamo vivere con uno / per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è / Turisti del vuoto, esploratori di nessuno / che non sia io, o me”. Ecco. La fila di ieri ce l’ha insegnato. E grazie, Fabrizio. Anche se in ritardo.

…e poi?!

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Per quei pochi che non lo sapessero la cosa è andata più o meno così. Quelli di Sky Uno HD, in seconda serata, mandano in onda, dal lunedì al venerdì, una trasmissione che si chiama “E poi c’è Cattelan”. In una delle ultime, Cattelan, il conduttore brillante, scherza con la bella Noemi sui luoghi comuni dei testi delle canzoni. S’arriva a Sanremo e qui parte il riferimento al brano vincitore, quello di Ermel Meta, appunto. Tra un sorrisino e uno sberleffo, s’insinua, candidamente, che si tratti di un testo banale. Apriti cielo! Ermel s’incazza su Twitter: pretende il contraddittorio e s’attacca alle buone maniere. Gli ermelini, che – stando alle cronache – pare siano molti, s’incazzano a loro volta. E di brutto. Parte una di quelle crociate contro Cattelan che grillini contro piddini scansate proprio. Catalan, non contento di aver preso in giro un artista di cotanto seguito qual è Ermel, ancora ne ride nella puntata successiva. E qui, lasciandovi solo immaginare il casino tra rancori e bordate che n’è venuto fuori sui social, la pianto. Però, il punto: di fronte a un fatto sì grave, com’è che il Corriere, o il senatore Zanda, o Franceschini, o peggio ancora la Finocchiaro non hanno ancora chiesto a Renzi di dimettersi immediatamente?

E per fortuna, aggiungo.

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Mettere in scena la vita di un poeta della musica, renderla fiction, raccontarla. Dev’essere stato sicuramente il rigore filologico a ispirarne l’idea. Forse ché la poesia ha un quid di arcigno e di respingente, e che il pubblico di massa ha necessità di conoscere anche il famoso “lato umano” dei poeti per sentirsi più in confidenza con loro? Sarà. Ma a me continua sfuggire perché si debba essere così in confidenza coi cantautori (ma il discorso vale paro paro anche con gli scrittori). Non mi sembra neanche una facilitazione, semmai un impiccio alla fruizione delle loro opere: come se un attore, nel bel mezzo dell’Otello, ti dicesse che cosa ne pensa lui dell’amore e della gelosia. Un poeta, un cantautore (ma anche uno scrittore, appunto) per uno che ne apprezza la produzione artistica, per uno che ne riconosce il valore letterario, dovrebbe essere quasi una non persona, puro testo, eterèo come la musica. Poi filologia e critica si occuperanno, giustamente, di capire meglio il contesto, anche privato, nel quale i poeti scrivono. Su apposite riviste, però, noiose e appartate. E per fortuna, aggiungo.