Il teorema del ponte mancante…

Ah marescià, qua la situazione è chiara come l’acqua dello Stretto — cioè per niente. No, sentite, ve lo dico col massimo rispetto dell’Arma e della geografia, ma il Ponte, quello di Messina, è diventato come il mostro di Loch Ness: ogni tanto qualcuno giura di averlo visto, poi sparisce, poi riappare, poi lo fotografano sfocato nei rendering ministeriali.
Guardate qua, marescià, leggete: “opera strategica di collegamento stabile tra la Sicilia e la penisola italiana”. Strategica, sì. Come la linea del tram che non arriva mai. Dice che sarà lungo tremila e passa metri, che resisterà al vento, ai terremoti e pure alle polemiche. Queste ultime però, mi permetta, sono già categoria sismica a parte.
E poi ci sta lui, il ministro. Quello col caschetto, il sorriso e la promessa pronta: “Si farà!”. Ogni conferenza stampa pare la prova generale per la resurrezione del Ponte. “Si farà!” — dice — “in nome dell’Italia che costruisce!”. E voi, marescià, che siete uomo d’ordine, già lo vedete: la colonna di mezzi che parte da Villa San Giovanni e sbuca… in un cantiere. Perché la Corte dei Conti, eh, la Corte, ha detto: “Aspettate un attimo, fateci vedere le carte”. E lì il miracolo ingegneristico s’è trasformato in un teorema pure quello, ma mica dei carabinieri: questo è il Teorema del Ponte Fantasma. Funziona così, marescià: c’è il progetto, poi c’è il finanziamento, poi c’è la revisione, poi c’è la sospensione, poi c’è il nuovo ministro che rispolvera tutto, e si torna al punto di partenza. È un ciclo infinito: ogni volta sembra che ci siamo, che stavolta il ponte spunterà davvero, che da Reggio potremo andare a Messina in macchina senza neanche accendere la radio. Poi però arriva la realtà — che non è mica comunista, è solo sobria — e ci ricorda che per attraversare lo Stretto serve ancora il traghetto, il paziente traghetto, che da cent’anni fa avanti e indietro come un pendolo rassegnato.
E allora, marescià, io ve lo dico con rispetto e un filo di poesia: lo Stretto è come certe promesse d’amore fatte a fine estate — “Non ti dimenticherò, tornerò presto” — e poi passa l’inverno, poi un altro governo, poi un’altra revisione, e di quel ponte resta solo la nostalgia… e qualche bella slide in PowerPoint.
Ah, ma il bello è che se uno osa dire che non si farà mai, subito lo accusano di disfattismo. Invece no, marescià, non è disfattismo. È fisica applicata: finché non esiste, il ponte sta in sovrapposizione quantistica — è sia costruito che bocciato. Solo che la Corte dei Conti, aprendo il fascicolo, ha osservato la particella, e puff! È collassata la funzione d’onda.
Morale, marescià: finché non ci passiamo sopra con la macchina, il Ponte di Messina resta il più grande esperimento di meccanica immaginaria mai concepito. Un monumento all’idea stessa di “quasi fatto”.

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