La misura delle scelte…

Ci sono giorni che non chiedono celebrazione, ma misura.
Arrivano senza rumore, si appoggiano sul calendario come una mano sulla spalla, e chiedono soltanto una cosa: essere capiti. Non spiegati, non difesi, non semplificati. Capiti.
La morte, sì, merita rispetto. Sempre. Non esiste morte che possa essere derisa senza che qualcosa, in chi deride, si rompa. Non esiste morte che possa essere pesata senza che la bilancia tradisca. I morti chiedono una sola lingua: quella della pietà. E la pietà, quando è vera, non conosce confini, non distingue, non seleziona.
Ma la pietà non basta a vivere. Perché la vita — quella che resta, quella che continua ostinata tra le mani dei vivi — chiede un’altra lingua. Più aspra. Più esigente. La lingua del giudizio. Non sui corpi che cadono, ma sui passi che li hanno portati fin lì.
C’è una differenza sottile, quasi impercettibile, tra il rispetto e la resa. Tra il comprendere e il giustificare. È una linea che non si vede, ma si attraversa. E una volta attraversata, il mondo diventa opaco, indistinto, come se ogni gesto valesse quanto un altro, come se ogni scelta fosse assolta in partenza dal solo fatto di essere stata scelta.
Non è così.
Non tutte le scelte hanno lo stesso peso. Non tutte le direzioni conducono allo stesso luogo. E dire questo non significa negare l’umanità di chi ha sbagliato, ma riconoscere la responsabilità di chi ha deciso.
Perché è nella decisione che l’uomo si espone.
Il 25 aprile non è un giorno che appartiene alla storia. È un giorno che appartiene alla coscienza. Non celebra una vittoria — le vittorie, col tempo, si scoloriscono sempre — ma custodisce un gesto: quello di chi, a un certo punto, ha scelto.
Non tutti allo stesso modo. Non tutti nello stesso momento. Non tutti con la stessa lucidità. Ma alcuni sì. E questo basta.
Scelsero quando scegliere significava esporsi, perdersi, rischiare di non tornare. Scelsero senza la protezione del senno di poi, senza la consolazione della maggioranza, senza la certezza di avere ragione. Scelsero, e in quella scelta misero tutto ciò che avevano: paura, speranza, contraddizione.
Non erano migliori di noi. Erano, semplicemente, chiamati.
E questo è forse il punto più difficile da dire a un figlio: che non esiste un momento giusto per imparare a scegliere. Che nessuno ti prepara davvero. Che la vita non annuncia le sue domande più importanti con il tono solenne degli eventi storici, ma le nasconde nelle pieghe dei giorni qualunque.
Una parola detta o trattenuta.
Un’ingiustizia vista e ignorata.
Un gesto minimo che decide da che parte stare.
Le grandi scelte somigliano sempre a quelle piccole. Cambia il rumore intorno, non la sostanza.
E allora questo giorno — che qualcuno chiamerà festa, qualcuno ricorrenza, qualcuno pretesto — può essere, per chi vuole, una domanda lasciata aperta.
Non “chi avevi davanti”, ma “dove ti saresti messo”.
Non “cosa è successo”, ma “cosa avresti fatto”.
E forse è così che si protegge davvero la memoria: non trasformandola in racconto distante, ma lasciandola entrare nelle nostre vite come un’inquietudine leggera, come una responsabilità che non si vede ma pesa.
Perché i morti sono tutti uguali, sì. Ma i vivi no.
E nella differenza tra i vivi si gioca, ogni giorno, una forma minuscola e decisiva di libertà.
Non quella che si proclama.
Quella che si sceglie.

Non sempre la fine è un punto.

Non sempre la fine è un punto. A volte è una parentesi che si chiude da sola, un atto di precisione, l’ultimo gesto coerente di chi ha vissuto troppo intensamente per accettare l’approssimazione. Renato Caccioppoli scelse la morte come si sceglie una formula perfetta: senza esitazione, con l’eleganza tragica di chi sa che non c’è più niente da semplificare. Non fu disperazione — o almeno, non solo. Fu lucidità portata all’estremo, la stessa che aveva guidato ogni suo ragionamento, ogni ribellione, ogni sorriso ironico contro il mondo.
Aveva speso una vita intera a misurare ciò che non si può misurare: la libertà. Aveva attraversato il dolore con la compostezza dei matematici e la furia dei poeti. E forse, quando tutto diventò troppo stretto — la città, il tempo, il corpo, le parole — decise di restituire all’universo ciò che aveva preso in prestito: la propria inquietudine.
Non per fuggire, ma per restare intatto. Per non lasciare che la vita, lenta e amministrativa, lo tradisse.
Caccioppoli non morì per resa, ma per fedeltà.
Alla sua idea di bellezza, alla logica severa che impone coerenza anche al caos. Morì perché non sapeva ridursi. Perché ogni compromesso gli sembrava una menzogna e ogni sopravvivenza un’equazione sbagliata.
Non è un atto da giudicare, ma da contemplare — come si guarda una linea che si interrompe proprio nel punto più luminoso. Come si ascolta un silenzio che non significa assenza, ma pienezza. C’è qualcosa di liberatorio in quella fine: il rifiuto del declino, la decisione di non trasformarsi in una didascalia di sé stesso. Un atto di proprietà, forse, sul proprio destino.
La sua vita era stata un esperimento, e anche la morte lo fu: l’esperimento estremo di togliere ogni variabile, di azzerare tutto per vedere cosa resta.
E ciò che resta — a distanza di anni — è un’intensità che non si è spenta. Un’eco che continua a interrogare chiunque ami la conoscenza, la libertà, la verità nuda.
Renato Caccioppoli non ha scelto di morire: ha scelto di non mentire più. E in questo c’è una dolcezza che pochi riescono a capire, ma che chi lo amava riconosce: quella del gesto compiuto per salvare la propria misura, l’armonia segreta di una mente che non sapeva sopravvivere al disordine. La sua morte non è una fuga, è una formula chiusa con grazia. Un addio come un’equazione risolta. E in quel gesto, in quell’istante esatto, c’è tutta la poesia feroce di un uomo che, fino all’ultimo, ha avuto il coraggio di non abbassare lo sguardo davanti all’infinito.

PPP…

Pasolini non si spiegava, si esponeva. Ogni parola che pronunciava era un rischio, una ferita aperta, un modo per costringere chi ascoltava a smettere di essere spettatore. Non chiedeva di essere capito, ma di essere messo in discussione. È per questo che a distanza di cinquant’anni non riusciamo ancora a collocarlo da nessuna parte: né a destra né a sinistra, né tra i poeti né tra i politici. Pasolini è un cortocircuito — e come tutti i cortocircuiti, illumina bruciando.
Nel 1971, davanti a Enzo Biagi, aveva ancora lo sguardo fermo di chi non cerca consenso. Parla di sé, ma sembra parlare di noi. Del nostro modo di consumare tutto, anche i sentimenti. Dice che la borghesia ha vinto perché non ha più bisogno di imporre: seduce, persuade, addestra. È una rivoluzione gentile, che non si nota. Ti vende la libertà, ma confezionata. Ti lascia scegliere, purché tu scelga fra ciò che ti ha già proposto. Lui lo chiama “fascismo del consumo”. Non è una metafora: è un sistema nervoso. Penetra nelle case, nei gesti, nei sogni. Ci insegna che tutto è sostituibile, perfino la felicità. E allora Pasolini reagisce non con la rabbia, ma con una lucidità disperata. Si definisce “anarchico apocalittico”: uno che non crede più nei programmi, nei manifesti, nei partiti. Ma non perché si sia arreso. Semplicemente ha capito che ogni struttura di potere — anche la più ideale — finisce per riprodurre se stessa. Allora sceglie l’unico spazio rimasto incontrollabile: la parola. Quella poetica, disarmata, inservibile. “Produco una merce inconsumabile”, dice. E in quella frase c’è tutta la sua ribellione. In un mondo che trasforma tutto in prodotto, lui rivendica il diritto all’inutile. La poesia come atto economico improduttivo, come fallimento necessario. Un oggetto che non serve, ma resiste.
C’è però in Pasolini un fondo tenero, quasi infantile. Una malinconia che si posa su ogni idea come una polvere sottile. Quando parla della madre, la voce gli si spezza. Quando ricorda il fratello, il dolore è ancora vivo, feroce.
Dietro il poeta, dietro l’intellettuale lucido, c’è un bambino che non ha mai smesso di cercare la madre sotto i portici di Bologna. La cerca nei sogni, la rivede da lontano, la perde ogni volta. E forse è lì, in quella perdita, che nasce la sua ostinazione a capire, a nominare, a dire la verità anche quando fa male.
Amava i semplici. Non perché disprezzasse la cultura, ma perché sapeva che l’istruzione può diventare una corazza, un alibi.
Diceva che chi non ha studiato porta con sé una forma di purezza: l’innocenza di chi non sa mentire bene. E poi, il calcio. Non un passatempo, ma una liturgia. “L’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, la definisce.
Il corpo che corre, che sbaglia, che cade e si rialza. Il gesto fisico come antidoto all’alienazione televisiva.
Guardando un campo di calcio, Pasolini vede ciò che manca alla società dei consumi: la presenza reale. Gli uomini che sudano, il pallone che rotola su un terreno imperfetto. È la sua nostalgia per un mondo dove esiste ancora l’errore, l’imprevisto, la fatica. Forse è per questo che Pasolini continua a turbare. Perché la sua voce non è mai neutra. È un corpo che parla, che pensa, che soffre.
Ogni volta che lo ascolti sembra ti interroghi: “Tu, dove sei? In quale compromesso ti sei nascosto?”
Ha cancellato la parola speranza dal suo vocabolario, ma non l’amore per la verità. E c’è un punto — rarissimo — in cui la disperazione e l’amore coincidono: è quello in cui decidi di non smettere di dire ciò che vedi, anche quando nessuno ti crede.
Pasolini non appartiene al passato, perché il futuro che temeva è già qui. Siamo noi, i suoi personaggi.
Siamo noi a vivere dentro le sue profezie, nei centri commerciali, nei notiziari, nelle frasi pronte, nei sorrisi televisivi.
Forse, più che ascoltarlo, dovremmo fare silenzio. Perché la sua voce non è un ricordo. È un rimprovero.
E certe volte — le più importanti — amare qualcuno significa non riuscire più a giustificarsi di fronte a lui.

O forse non guarda nemmeno.

Oggi, a Washington, nel Campidoglio che quattro anni fa fu assediato dai suoi sostenitori, Donald Trump si insedia come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. È una giornata carica di simboli, di tensioni, di significati che sembrano urlare più forte delle parole. Qui, dove si è vista la democrazia vacillare, oggi siede di nuovo il suo sfidante più controverso. È quasi ironico, no? O forse no. Forse è tutto perfettamente coerente con lo spirito dei tempi.

C’è una folla, certo, ma non è quella dei cittadini, delle masse che accorrono per celebrare un simbolo di unità. È una folla selezionata, ristretta, quasi esclusiva. Ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, quasi una caricatura della ricchezza globale riunita sotto il cielo plumbeo di Washington. Si stringono le mani, sorridono, parlano di futuro, ma il futuro, quale futuro? Uno dominato dai loro algoritmi, dai loro droni, dalle loro infrastrutture digitali che avvolgono il mondo come una ragnatela invisibile ma soffocante.

E Musk, Musk non è solo uno spettatore. È il primo miliardario ad attraversare quella linea sottilissima tra chi finanzia e chi governa. È dentro il governo, è il governo. I confini tra potere economico e politico sembrano evaporati come nebbia al sole. Bezos, Zuckerberg, Sundar Pichai, Sam Altman, tutti lì, tutti parte di un nuovo ordine. Un potere così concentrato che non serve nemmeno un tavolo grande per contenerlo. Una manciata di uomini, quasi tutti bianchi, quasi tutti americani, con le donne presenti solo come silenziose accompagnatrici, decorazioni di un trionfo che non le riguarda.

E non è che con i democratici fosse diverso, non è che la politica fosse mai stata un banchetto per i poveri. Ma oggi, oggi è tutto più scoperto, più nudo. Non ci sono neanche più le maschere. È una celebrazione del potere puro, del capitale, della tecnologia che non connette ma domina. Un nuovo re, con la sua corte di magnati e visionari, si insedia. E intanto il popolo, quello vero, quello che sta fuori, guarda. O forse non guarda nemmeno.

…rispetto ai roghi più grandi.

Nel dibattito che periodicamente si accende sul simbolo di Fratelli d’Italia, la fiammella tricolore sembra mantenere il suo paradossale potere evocativo. Luca Ciriani, in un’intervista a Il Foglio, ha ammesso che prima o poi «arriverà il momento di spegnerla». Una dichiarazione che, a ben vedere, non scandalizza, ma anzi coglie una verità quasi banale: quel simbolo, che per una generazione rappresentava identità e appartenenza, oggi è solo un relitto visivo, insignificante per i giovani. Nulla da eccepire sul ragionamento: i tempi cambiano, i simboli pure.

Eppure, nonostante l’innocuo chiarimento di Ciriani, la fiammella continua a bruciare di un fuoco più polemico che simbolico, alimentando l’ossessione di chi vede in essa una nostalgia mai sopita del passato. Il vero problema, però, non è nel simbolo. È altrove, in una realtà ben più concreta e dannosa per la democrazia: il ruolo sempre più ornamentale del Parlamento. Lo stesso Ciriani, quasi di sfuggita, ha osservato come certi ministri trattino le Camere come un jukebox: inserisci la moneta e ottieni ciò che vuoi.

Una metafora brillante, certo, ma fin troppo generosa: non si tratta solo di certi ministri, bensì di un sistema intero. Da anni, ormai, il Parlamento è ridotto a timbrare decreti scritti altrove, nei ministeri o nelle stanze di Palazzo Chigi, come un notaio che convalida decisioni già prese. La separazione dei poteri, colonna portante della democrazia, è stata progressivamente erosa da governi che si sono succeduti con modalità sempre più simili, tanto a destra quanto a sinistra. Il tutto con un copione noto: quando sono al potere, le forze politiche si adattano perfettamente a questa deriva autoritaria, salvo poi riscoprirsi paladine del parlamentarismo non appena tornano all’opposizione.

Il problema non è il simbolo di un partito. La fiammella non è che una distrazione, utile per chi vuole spostare l’attenzione su battaglie di superficie mentre il vero fuoco arde: quello della democrazia ridotta a routine amministrativa, privata del suo slancio vitale. E chissà, magari spegnere la fiammella sarà davvero un atto simbolico. Ma non certo per ragioni storiche. Forse, semplicemente, perché illumina troppo poco rispetto ai roghi più grandi.

…il palcoscenico del diavolo.

In guerra non c’è spazio per la verità, il linguaggio della guerra è la menzogna, il palcoscenico del diavolo.

il momento giusto per usare la forza…

Le idee di Pasolini vengono rievocate: gli esecutori dell’ordine, polizia e carabinieri, traggono le loro radici dal medesimo humus popolare, un humus che molti, avvolgendo sé stessi nel manto del benessere, guardano da lontano. Essendo gemme dello stesso albero popolare, diventa agghiacciante constatare l’emergere continuo di filmati (gli ultimi due provenienti da Milano e Livorno) che ritraggono una veemenza contenuta che genera sconcerto, veemenza direzionata a quei cittadini che, nel gran quadro sociale, non figurano tra i più potenti.

Ci si richiama alla memoria il palcoscenico descritto da Pasolini, con i proletari (poliziotti) che fronteggiavano i rampolli (studenti). Ma oggi, a subire la violenza sono gli esclusi, il popolo comune. Non si vuol dire che sia meno grave aggredire un magnate o una dama di nobili origini; lo Stato dovrebbe adoperare lo stesso rigore con tutti, ma anche lo stesso rispetto. Questo serve a chiarire che l’interpretazione strumentale del Pasolini “pro-polizia”, cara alla destra, deve essere inquadrata nel suo contesto storico; non è opportuno invocarla quando si osservano figure in divisa, uomini e donne, che aggrediscono transessuali, commercianti ambulanti o senzatetto.

È l’inquietudine di un timore, quello che la destra al potere (non trascurando, per equità, una componente fascista) stia consentendo comportamenti rigidi. Che ragazzi dalle radici semplici, solo per il fatto di indossare un’uniforme, pensino che “ora” sia il tempo giusto per far uso della forza. Un dovere fondamentale della destra al governo dovrebbe essere illustrare che la linea tra il lecito e l’illecito, in uno Stato di diritto, non cambia in base a chi presiede il Viminale, destra, sinistra o chi per loro. Di solito, i criminali considerano il corpo altrui un territorio da violare. E lo fanno con brutalità. Ma coloro che rappresentano lo Stato non devono e non possono comportarsi allo stesso modo, a prescindere da chi sia emerso vittorioso nelle urne.

…un odore di fascismo

Il nucleo centrale del problema nel governo di Giorgia Meloni risiede nell’olfatto. La politica di FDI si è focalizzata sull’aroma delle parole piuttosto che sul loro significato e sulle ripercussioni che queste avrebbero. “Non siamo fascisti”, sussurrano con cautela nei momenti di imbarazzo, ma allo stesso tempo sembrano apprezzare l’aura di fascismo che le circonda. Il richiamo ai bei tempi passati, ai treni puntuali e al razzismo coloniale è il loro aroma distintivo.

Chi riesce a captare i sottintesi, i riferimenti nascosti e le sfumature del linguaggio, comprenderà il messaggio. I media non mancano di evidenziare i “boia chi molla” dei nostri leader, mentre per coloro che non si addentrano in queste sottigliezze, le frasi risuonano come pura razionalità.

Il dibattito sulla “sostituzione etnica” appare privo di senso: Fratelli d’Italia si limita a ripetere le stesse poche idee da tempo, ponendo maggiore enfasi sul suono piuttosto che sul contenuto. Temi come razza, patria, purezza della lingua e famiglia tradizionale evocano il periodo fascista senza citarlo direttamente, accarezzandolo appena.

Le parole di Meloni e soci emettono un odore di fascismo: talvolta solo un accenno, altre volte con forza e un’impressione di soffocamento per chi ne riconosce l’essenza. E così, assistiamo a una parodia olfattiva della politica, un gioco di equilibrismi tra ciò che viene detto e ciò che viene taciuto, tra l’aroma seducente e il senso di nausea.

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