La schiena dell’Occidente…

Il servilismo ha sempre un buon vocabolario. Non dice mai: obbedisco. Dice: equilibrio. Dice: responsabilità. Dice: rapporto storico. Dice: prudenza.
È il suo modo di profumarsi prima di entrare in salotto.
Da mesi assistiamo a questa liturgia un po’ stanca e un po’ oscena: uomini e donne di governo che chiamano alleanza ciò che spesso somiglia alla postura del cameriere; che chiamano realismo ciò che, visto da vicino, ha il colore pallido della paura; che parlano di Occidente come si parla di una vecchia foto di famiglia, nascondendo con il pollice il parente impresentabile.
L’Occidente. Che parola enorme, se detta bene. E che parola minuscola, se usata per coprire tutto.
L’Occidente dovrebbe essere il limite al potere, non il suo servizio d’ordine. Dovrebbe essere la legge più forte del capo, non il capo più forte della legge. Dovrebbe essere l’università che dissente, il giornale che non si inginocchia, il Parlamento che resta sacro anche quando il voto non piace. Dovrebbe essere la dignità della forma, non il culto della forza. Invece, davanti alla prepotenza, alla cafoneria elevata a sistema, al potere trattato come proprietà privata, alle istituzioni usate come scenografia familiare, ci siamo sentiti raccontare la favola dei valori comuni.
Quali valori?
Perché si può parlare con tutti. Si deve parlare con tutti. La diplomazia non è un corso di buone maniere per anime candide. Ma parlare non significa benedire. Trattare non significa applaudire. Difendere un’alleanza non significa accettare che il più forte entri in casa, si sieda sul tavolo e venga pure ringraziato per il dinamismo. La politica non deve essere pura. Sarebbe già molto se non fosse domestica.
La frase più rivelatrice, in questi casi, è sempre quella sospesa: non condivido, però non condanno. Sembra prudenza. È una fuga. È la coscienza che tenta di salvarsi la faccia senza perdere il posto a tavola. È il modo elegante con cui ci si mette di lato mentre qualcuno calpesta ciò che, fino al giorno prima, si dichiarava sacro.
Non condivido, però non condanno. E allora cosa fai? Contempli? Mediti? Ti sistemi l’anima in una zona neutra tra il bene e il comunicato stampa?
Ci sono momenti in cui non condannare non è equilibrio: è complicità con una cravatta decente. Ci sono momenti in cui tacere non è saggezza: è vassallaggio con l’aria condizionata. Ci sono momenti in cui la misura non consiste nel parlare piano, ma nel non mentire. Nessuno chiede guerre. Nessuno chiede gesti teatrali. Nessuno pretende che un Paese medio, fragile, indebitato, esposto, faccia la parte dell’eroe tragico davanti agli imperi. Ma tra la guerra e l’inchino esiste un territorio vastissimo: si chiama dignità.
La dignità non cambia i rapporti di forza, ma cambia il modo in cui li si abita. Non impedisce al gigante di restare gigante, ma impedisce al piccolo di diventare zerbino. Non abolisce gli interessi, ma vieta di travestirli da valori. E invece noi abbiamo questa vocazione antica al maggiordomato. Appena compare un padrone sufficientemente rumoroso, ci affrettiamo a trovargli una profondità. Se insulta, è schietto. Se minaccia, è pragmatico. Se ricatta, è negoziale. Se umilia, è perché conosce il linguaggio della forza. E noi, educati da secoli di anticamere, annuiamo. Poi, quando il personaggio si mostra per intero, quando la sua volgarità non è più folklore ma metodo, quando la sua arroganza comincia a sporcare anche i tappeti degli alleati, allora tutti scoprono la distanza. Tutti diventano autonomi. Tutti erano critici da sempre. Tutti avevano capito.
No. Non avevano capito. O, peggio, avevano capito benissimo.
Avevano solo scelto di stare dalla parte comoda della vergogna.
È qui che cade la maschera. Non sul giudizio verso il potente di turno, che passerà come passano tutti i potenti convinti di essere il clima e invece sono soltanto una stagione. La maschera cade su chi gli è stato accanto con il sorriso disponibile, su chi ha scambiato l’alleanza per subordinazione, su chi ha chiamato fedeltà ciò che era solo paura di essere escluso dalla fotografia.
Il problema non è l’America. Sarebbe persino banale dirlo. Il problema è l’idea miserabile secondo cui, per restare amici dell’America, bisogna diventare cortigiani del suo momento peggiore.
Un Paese serio distingue. Un Paese adulto parla. Un Paese libero tratta, discute, resiste, media, ma non si inventa comunanze morali dove ci sono solo convenienze materiali. Non chiama visione ciò che è abuso. Non chiama Occidente ciò che dell’Occidente conserva appena la bandiera, il mercato e la potenza di fuoco.
Perché l’Occidente, se ha ancora un senso, non è il luogo geografico dove si sta. È il modo in cui si tiene la schiena. E la schiena, a furia di piegarla, non diventa flessibile. Diventa abitudine.

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