Il retro dell’arazzo…

La mia scrivania mi somiglia più di quanto io sia disposto ad ammettere. Non perché sia ordinata, naturalmente. L’ordine è una virtù che rispetto da lontano, come certe vite altrui: luminose, geometriche, impraticabili. La mia scrivania, invece, non ha mai creduto alla purezza delle superfici libere. Accoglie, trattiene, rimanda. Cinquanta penne, forse di più. Dodici matite, un astuccio stanco, un pezzo di stoffa vecchia, una cornice vuota, due gomme usate fino alla vergogna. Dodici graffette di varia misura e colore. Una lampada spenta. Fili, fogli, appunti, ritagli, oggetti senza più incarico, sopravvissuti alla loro funzione. Non è disordine. È una forma di autobiografia.
A chi guarda da fuori, questo accumulo può sembrare una resa: l’incapacità di scegliere, di alleggerire, di fare spazio. A me pare invece una fedeltà minore, quasi domestica. Non conservo gli oggetti perché servano ancora, ma perché hanno smesso di servire senza smettere di significare. Una penna scarica non scrive più, ma ricorda il tempo in cui ha scritto. Una gomma consumata non cancella più niente, ma conserva l’idea ingenua che gli errori, una volta, potessero essere tolti via strofinando. Ho costruito negli anni il retro dell’arazzo. Non la figura ordinata, il disegno compiuto, il lato presentabile da mostrare agli ospiti o a me stesso nelle giornate di fiducia. Ho costruito il dietro: nodi, fili spezzati, sovrapposizioni, cuciture incerte, colori che non sembrano accordarsi e invece, da qualche parte che non so vedere, forse disegnano qualcosa. Davanti alla tela, però, non ci sono mai arrivato.
Ho tessuto oggetto per oggetto, inutilità per inutilità. Alcune cartoline vecchie, biglietti d’aereo immaginari, una foto di Einstein, un articolo di matematica, due libri di Borges, un ritratto di Leonardo. Un quaderno che credevo perduto e che, tornando fuori da una pila di carte, mi ha dato la stessa inquietudine delle persone incontrate per caso dopo molti anni: la gioia del ritrovamento e il disagio di non essere più quelli che ci si aspettava di essere. In una scatola riposano boccette d’inchiostro, ceralacca, un timbro, gomme, un tagliacarte. Sembrano strumenti di un ufficio antico, oppure di un ministero privato dell’inutile. Una burocrazia dell’anima. Come se da qualche parte ci fosse ancora da sigillare una lettera importante, da imprimere un marchio, da aprire una busta arrivata con ritardo, da certificare ufficialmente che qualcosa è accaduto.
Non butto via gli oggetti perché separarsene vorrebbe dire separarsi dal percorso. O forse, più onestamente, perché mi sono confuso con il percorso. Ho scambiato le tracce per il cammino, i resti per la prova, gli appigli per la realtà. Una vecchia calcolatrice, un paio di forbici, dei ritagli di carta, un racconto incominciato e mai finito, stilografiche con l’inchiostro indurito dal tempo, un bicchiere d’acqua senza acqua: tutto resta lì, in una specie di parlamento muto, a deliberare sulla mia permanenza. E poi ci sono gli oggetti più difficili, quelli che non appartengono più alle mani ma alle assenze. Piccoli relitti di chi c’era e per un tratto ha camminato accanto a me. Le cose lasciate da altri hanno una voce diversa: non chiedono di essere usate, chiedono soltanto di non essere tradite. Restano nel punto esatto in cui il tempo le ha depositate e sembrano dire: non siamo noi a essere importanti, ma il fatto che qualcuno, un giorno, ci abbia toccato.
L’accumulatore viene giudicato male perché appare schiavo della materia. Ma non è sempre così. Certe volte è schiavo della durata, della paura che tutto passi senza lasciare una minima resistenza. Accumula non per possedere, ma per opporsi alla sparizione. Costruisce una diga con oggetti ridicoli contro l’alluvione del tempo. Sa benissimo che la diga non reggerà. Ma intanto mette una graffetta, poi una penna, poi un foglio, poi una fotografia. Fa quello che può con ciò che resta.
Forse ogni scrivania è un autoritratto involontario. Non quello che scegliamo per rappresentarci, ma quello che ci sfugge mentre viviamo. La disposizione degli oggetti, le cose che tornano sempre nello stesso punto, quelle che non abbiamo il coraggio di spostare, quelle che promettiamo di sistemare domani: tutto dice più di quanto sapremmo confessare. La vita, prima di diventare racconto, è deposito. E il deposito non mente.
Nessuno di questi oggetti mi salverà. Nessuna penna, nessun quaderno, nessuna cornice vuota potrà trattenere davvero ciò che il tempo ha deciso di portare via. Eppure continuo a tenerli. Non per illudermi dell’eternità, ma per praticare una forma più modesta di resistenza: restare in rapporto con le cose che mi hanno attraversato, concedere loro un ultimo domicilio, lasciare che il passato non sia soltanto passato ma materia ancora presente, polvere con un indirizzo.
Le cose della mia vita mi parlano raramente. Quando lo fanno, non hanno voce solenne. Non spiegano, non consolano, non assolvono. Parlano con l’incertezza di chi sa di essere provvisorio quanto me. Mi ricordano che tutto ciò che tocchiamo ci sopravvive per un poco, poi cede. Che anche noi siamo stati appoggiati da qualche parte, su una scrivania immensa e disordinata, in attesa che qualcuno capisse quale figura stavamo formando. E forse non la vedrà nessuno. O forse la figura era proprio questa: il retro, i nodi, i fili scoperti, la fatica nascosta. Non l’arazzo compiuto, ma il suo lavoro segreto. Non il disegno, ma il tentativo ostinato di tenerlo insieme.

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