
Vannacci non ha inventato niente. È questa, forse, la cosa più umiliante per lui e più deprimente per noi.
Non ha inventato il rancore, non ha inventato la paura del diverso, non ha inventato la nostalgia muscolare per un mondo ordinato a colpi di fischietto, alamari e buon senso da dopolavoro. Non ha nemmeno inventato il ridicolo. Lo ha solo disciplinato. Gli ha dato una divisa, una postura, una sintassi da rapporto militare. Ha preso l’Italia dei pregiudizi da bar, quella che ride sempre un secondo prima di diventare cattiva, e l’ha messa sull’attenti.
Il punto, dunque, non è Vannacci. Vannacci è il nome proprio di una cosa comune. È l’amministratore provvisorio di un condominio morale che esisteva già: pianerottoli pieni di sentenze, ascensori saturi di “io non sono razzista però”, cucine dove l’omosessualità è ancora una stranezza da spiegare ai bambini e l’immigrazione un guasto idraulico da tamponare prima che salga l’acqua.
La novità non è l’idea. La novità è la sua promozione. Prima certe frasi uscivano col gomito appoggiato al bancone, tra una sambuca e una schedina. Ora salgono sui palchi, si fanno programma, percentuale, trattativa, identità. Prima erano il sottoscala del Paese. Ora chiedono il salotto buono.
E qui entra il comico, che in Italia è sempre la prima forma della tragedia.
Perché Vannacci non sembra – come chiosa, questa mattina, Michele Serra su la Repubblica – il prosecutore di Sordi, che almeno aveva la grandezza amara dell’italiano smascherato, dell’uomo piccolo mostrato nella sua vigliaccheria con una precisione quasi chirurgica. Sordi non assolveva: sezionava. Faceva ridere perché ci metteva davanti lo specchio, e nello specchio eravamo brutti, pavidi, servili, geniali nel trovare una giustificazione alla nostra miseria.
Vannacci, invece, è più vicino a Zalone. Ma non allo Zalone migliore, quello che usa il cretino per denunciare il cretino. Piuttosto allo Zalone preso alla lettera da chi non capisce il dispositivo della parodia e scambia la caricatura per un libretto d’istruzioni. Gli “uomini sessuali” non sono più una gag: diventano categoria antropologica, ossessione burocratica, allarme nazionale. La battuta, quando smette di essere battuta e trova un elettorato disposto a prenderla sul serio, diventa ministero dell’ovvio feroce. Da ridere, se non ci fosse da piangere. Da piangere, se non facesse già ridere di suo.
Il meccanismo è sempre quello: dire una cosa mediocre, aspettare lo scandalo, chiamare “coraggio” l’assenza di pudore, chiamare “libertà di parola” il vecchio vizio di parlare senza pensare. Poi, quando qualcuno si indigna, compiacersi. Perché l’indignazione altrui è il carburante perfetto di chi non ha idee ma ha moltissimo pubblico. Il loro eroismo consiste nel pronunciare ad alta voce ciò che milioni di persone hanno sempre pensato a bassa voce, non per nobiltà, ma per vergogna residua.
Vannacci non libera il pensiero: libera il rutto.
E Salvini lo guarda come si guarda un parente rozzo ma utile ai matrimoni: imbarazza, certo; dice cose impresentabili, certo; però fa tavolata, fa rumore, porta gente. È il cugino che rovina il brindisi ma tiene allegra la parte peggiore della famiglia. Lo si corregge in pubblico, lo si blandisce in privato, lo si sopporta perché serve. Non per governare il Paese: per tenere in vita un’area emotiva, un magazzino di rabbia, una riserva indiana del risentimento.
È politica di bassa macelleria simbolica: si prende una minoranza, la si appende al gancio, la si mostra al pubblico, e il pubblico applaude perché finalmente qualcuno ha dato una forma alla sua paura. Non importa che quella paura sia falsa, sproporzionata, ridicola. La paura non ha bisogno di prove. Le basta un nemico con un nome facile.
E allora eccolo, il generale: non come pericolo assoluto, ma come sintomo. Non la malattia, ma la febbre. Non il crollo della civiltà, ma il rumore sordo delle sue crepe. Un uomo che organizza in plotone le frasi fatte, che mette l’elmetto ai luoghi comuni, che trasforma la nostalgia in disciplina e la volgarità in destino nazionale.
Il problema non è che esista Vannacci. Il problema è che Vannacci funzioni.
Perché un Paese è davvero stanco quando non riesce più a distinguere la franchezza dalla rozzezza, il dissenso dalla brutalità, il coraggio dalla cafoneria. Quando chi semplifica viene scambiato per chi chiarisce. Quando chi abbassa il livello viene applaudito perché “finalmente parla come noi”. Come se parlare come noi fosse un merito. Come se il compito della politica fosse confermare il peggio che abbiamo in tasca, non pretendere da noi un centimetro di altezza in più.
Così il generale avanza. Non da solo. Avanza portato a spalla da un’Italia che ride per non capire, che capisce e ride lo stesso, che chiama buon senso il proprio rancore e tradizione la propria paura.
E alla fine resta questo spettacolo da avanspettacolo funebre: il Paese che applaude una caricatura credendola un condottiero; la destra che finge di governare la bestia mentre le tiene aperta la gabbia; noi che ridiamo, amarissimi, perché la scena è comica; e piangiamo, asciutti, perché la commedia ha già cominciato a fare danni.
Gli uomini sessuali, alla fine, erano una canzone. Gli uomini risentiti, invece, votano (purtroppo!).







