Il passato gode di ottima salute…

Ci eravamo convinti che il tempo fosse una faccenda seria, una specie di funzionario scrupoloso che procede in una sola direzione, archivia i secoli, mette ordine nelle epoche e, soprattutto, impedisce al passato di tornare a disturbarci. Avevamo sistemato le guerre di religione nei libri di storia, le epidemie nei trattati di medicina, i tiranni nei musei e le superstizioni in qualche romanzo d’appendice. Tutto accuratamente catalogato, numerato, consegnato alla memoria. Con l’ingenua presunzione di chi crede che basti aver superato qualcosa per essersela lasciata definitivamente alle spalle.
E invece il passato, che evidentemente non ha mai imparato a rispettare gli appuntamenti, si è ripresentato senza nemmeno bussare. È entrato con le scarpe infangate, ha appeso la spada all’attaccapanni e, dopo essersi guardato intorno con una certa soddisfazione, ha chiesto la password del Wi-Fi.
Perché questo nostro tempo ha qualcosa di prodigiosamente contraddittorio. Abbiamo imparato a esplorare l’universo, a osservare l’infinitamente piccolo, a costruire macchine capaci di ragionamenti che fino a ieri sembravano prerogativa esclusiva dell’intelligenza umana. E tuttavia continuiamo a scannarci per un confine, a invocare Dio per giustificare l’odio, a confondere l’appartenenza con la superiorità, la forza con la ragione, la patria con la proprietà privata di chi la governa. Abbiamo mandato sonde oltre il sistema solare, ma non siamo ancora riusciti a convincere certi uomini che il mondo non finisce dove comincia quello degli altri.
Adesso, a completare il repertorio delle nostre antiche novità, tornano perfino le voci della peste. Non sappiamo quanto siano fondate, se si tratti di allarmi giustificati, di sospetti o di quel genere di notizie che prosperano nell’oscurità e si nutrono della paura. Ma è già significativo che simili timori possano apparire plausibili. Che dalla Russia dei nuovi zar, dove il potere sembra aver scambiato il progresso per una fastidiosa concessione all’Occidente, si possa temere persino il ritorno di un’antica pestilenza. Il sospetto non è una prova, naturalmente. Ma quando un governo fa del segreto un’abitudine e della minaccia un linguaggio, finisce per rendere credibile anche ciò che dovrebbe risultare inconcepibile.
È questo, forse, l’aspetto più malinconico della faccenda. Non tanto la possibilità che ritornino le malattie di un tempo, quanto la constatazione che certe malattie dell’animo umano non se ne siano mai andate. La scienza, fortunatamente, ha fatto passi da gigante nella cura delle infezioni. Per l’ossessione del dominio, il fanatismo, la prepotenza e la convinzione che la propria grandezza debba necessariamente misurarsi sulla sofferenza degli altri, invece, non sembra ancora disponibile una terapia efficace. E temo che non basti aumentare i finanziamenti alla ricerca.
Forse abbiamo commesso l’errore di considerare il progresso scientifico una garanzia di progresso morale. Come se l’intelligenza, aumentando le proprie conoscenze, dovesse necessariamente diventare più saggia. Come se la civiltà fosse una conquista definitiva, un titolo di studio conseguito una volta per tutte, da esibire senza ulteriori verifiche. E invece la civiltà assomiglia piuttosto a una casa che ha bisogno di manutenzione quotidiana. Bisogna riparare le crepe, aprire le finestre, impedire che qualcuno ne occupi tutte le stanze pretendendo di essere l’unico proprietario. E soprattutto ricordarsi che anche le case più belle, se abbandonate, finiscono per diventare rovine.
Non c’è niente di inevitabile nella nostra presunta superiorità sul passato. La storia non è una scala sulla quale ogni generazione si trova necessariamente un gradino più in alto della precedente. È semmai una lunga, faticosa contrattazione tra ciò che abbiamo imparato e ciò che ostinatamente ci rifiutiamo di capire. Una trattativa che talvolta procede, talvolta si interrompe e qualche volta ricomincia dal punto in cui credevamo di aver finalmente chiuso ogni discussione.
In questo senso, il Medioevo non è mai davvero finito. Ha semplicemente cambiato abbigliamento. I sovrani hanno sostituito le corone con le cravatte, gli eserciti le spade con i missili, i predicatori i pulpiti con i social network. Le vecchie superstizioni viaggiano alla velocità della luce e la propaganda dispone di strumenti che farebbero impallidire persino i più fantasiosi inquisitori. Un tempo, per diffondere una menzogna, occorrevano messaggeri, cavalli e una certa pazienza. Oggi bastano una connessione e qualcuno abbastanza disposto a crederci. Non sempre, bisogna ammetterlo, la velocità è sinonimo di miglioramento.
Intanto discutiamo, con comprensibile apprensione, dei rischi dell’intelligenza artificiale. Ci domandiamo se un giorno le macchine potranno sfuggire al nostro controllo, decidere autonomamente, diventare pericolose per l’umanità. Sono interrogativi legittimi, persino necessari. Ma trovo singolare che ci preoccupiamo tanto di insegnare alle macchine a rispondere correttamente alle nostre domande, mentre continuiamo a tollerare uomini potentissimi che non intendono rispondere delle proprie azioni.
Ecco, forse il problema è tutto qui. Abbiamo inventato strumenti sempre più sofisticati senza preoccuparci abbastanza delle mani alle quali li affidavamo. Abbiamo moltiplicato le possibilità dell’intelligenza senza riuscire a diminuire, nella stessa proporzione, quelle della stupidità. E abbiamo chiamato progresso anche ciò che, a guardarlo meglio, non era altro che un modo più efficiente di ripetere i nostri errori.
Non so se tornerà davvero la peste. Mi auguro naturalmente di no. Sarebbe piuttosto seccante, dopo tutti questi secoli di studi, vaccini, antibiotici e conquiste della medicina, dover ricominciare a discutere degli untori.
Mi piacerebbe, piuttosto, che riuscissimo finalmente a guarire da quella nostra ostinata inclinazione a trasformare ogni conquista in una nuova possibilità di distruzione.
Perché il passato, a ben vedere, non torna mai da solo. Siamo noi, ogni volta, a spalancargli la porta. E a chiamarlo futuro.

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