Il servilismo ha sempre un buon vocabolario. Non dice mai: obbedisco. Dice: equilibrio. Dice: responsabilità. Dice: rapporto storico. Dice: prudenza. È il suo modo di profumarsi prima di entrare in salotto. Da mesi assistiamo a questa liturgia un po’ stanca e un po’ oscena: uomini e donne di governo che chiamano alleanza ciò che spesso somiglia alla postura del cameriere; che chiamano realismo ciò che, visto da vicino, ha il colore pallido della paura; che parlano di Occidente come si parla di una vecchia foto di famiglia, nascondendo con il pollice il parente impresentabile. L’Occidente. Che parola enorme, se detta bene. E che parola minuscola, se usata per coprire tutto. L’Occidente dovrebbe essere il limite al potere, non il suo servizio d’ordine. Dovrebbe essere la legge più forte del capo, non il capo più forte della legge. Dovrebbe essere l’università che dissente, il giornale che non si inginocchia, il Parlamento che resta sacro anche quando il voto non piace. Dovrebbe essere la dignità della forma, non il culto della forza. Invece, davanti alla prepotenza, alla cafoneria elevata a sistema, al potere trattato come proprietà privata, alle istituzioni usate come scenografia familiare, ci siamo sentiti raccontare la favola dei valori comuni. Quali valori? Perché si può parlare con tutti. Si deve parlare con tutti. La diplomazia non è un corso di buone maniere per anime candide. Ma parlare non significa benedire. Trattare non significa applaudire. Difendere un’alleanza non significa accettare che il più forte entri in casa, si sieda sul tavolo e venga pure ringraziato per il dinamismo. La politica non deve essere pura. Sarebbe già molto se non fosse domestica. La frase più rivelatrice, in questi casi, è sempre quella sospesa: non condivido, però non condanno. Sembra prudenza. È una fuga. È la coscienza che tenta di salvarsi la faccia senza perdere il posto a tavola. È il modo elegante con cui ci si mette di lato mentre qualcuno calpesta ciò che, fino al giorno prima, si dichiarava sacro. Non condivido, però non condanno. E allora cosa fai? Contempli? Mediti? Ti sistemi l’anima in una zona neutra tra il bene e il comunicato stampa? Ci sono momenti in cui non condannare non è equilibrio: è complicità con una cravatta decente. Ci sono momenti in cui tacere non è saggezza: è vassallaggio con l’aria condizionata. Ci sono momenti in cui la misura non consiste nel parlare piano, ma nel non mentire. Nessuno chiede guerre. Nessuno chiede gesti teatrali. Nessuno pretende che un Paese medio, fragile, indebitato, esposto, faccia la parte dell’eroe tragico davanti agli imperi. Ma tra la guerra e l’inchino esiste un territorio vastissimo: si chiama dignità. La dignità non cambia i rapporti di forza, ma cambia il modo in cui li si abita. Non impedisce al gigante di restare gigante, ma impedisce al piccolo di diventare zerbino. Non abolisce gli interessi, ma vieta di travestirli da valori. E invece noi abbiamo questa vocazione antica al maggiordomato. Appena compare un padrone sufficientemente rumoroso, ci affrettiamo a trovargli una profondità. Se insulta, è schietto. Se minaccia, è pragmatico. Se ricatta, è negoziale. Se umilia, è perché conosce il linguaggio della forza. E noi, educati da secoli di anticamere, annuiamo. Poi, quando il personaggio si mostra per intero, quando la sua volgarità non è più folklore ma metodo, quando la sua arroganza comincia a sporcare anche i tappeti degli alleati, allora tutti scoprono la distanza. Tutti diventano autonomi. Tutti erano critici da sempre. Tutti avevano capito. No. Non avevano capito. O, peggio, avevano capito benissimo. Avevano solo scelto di stare dalla parte comoda della vergogna. È qui che cade la maschera. Non sul giudizio verso il potente di turno, che passerà come passano tutti i potenti convinti di essere il clima e invece sono soltanto una stagione. La maschera cade su chi gli è stato accanto con il sorriso disponibile, su chi ha scambiato l’alleanza per subordinazione, su chi ha chiamato fedeltà ciò che era solo paura di essere escluso dalla fotografia. Il problema non è l’America. Sarebbe persino banale dirlo. Il problema è l’idea miserabile secondo cui, per restare amici dell’America, bisogna diventare cortigiani del suo momento peggiore. Un Paese serio distingue. Un Paese adulto parla. Un Paese libero tratta, discute, resiste, media, ma non si inventa comunanze morali dove ci sono solo convenienze materiali. Non chiama visione ciò che è abuso. Non chiama Occidente ciò che dell’Occidente conserva appena la bandiera, il mercato e la potenza di fuoco. Perché l’Occidente, se ha ancora un senso, non è il luogo geografico dove si sta. È il modo in cui si tiene la schiena. E la schiena, a furia di piegarla, non diventa flessibile. Diventa abitudine.
La comunicazione politica ha smesso da tempo di voler convincere. Convincere richiede una fatica antica: mettere in fila i fatti, rispettare la pazienza dell’altro, ammettere che tra un’idea e il suo contrario esiste uno spazio di responsabilità. Convincere significa ancora credere che l’interlocutore sia una coscienza, non un bersaglio. Trump ha capito prima di molti che il mondo nuovo non chiede ragioni: chiede urti. Non cerca verità, ma combustione. Non premia chi dimostra, ma chi incendia. Il suo cinismo non consiste soltanto nel mentire; sarebbe quasi poco, ormai. Consiste nell’aver tolto alla menzogna il pudore della clandestinità. La bugia non entra più di nascosto, col passo felpato dell’imbroglio. Sale sul palco, si trucca da evidenza, sorride alle telecamere, pretende applausi. E quando viene smascherata non arretra: rilancia. È qui che la bestia si è evoluta. Un tempo il potere falsificava per nascondere. Oggi falsifica per farsi vedere. Non vuole cancellare le tracce: vuole moltiplicarle. Ogni smentita diventa carburante, ogni indignazione una conferma di efficacia, ogni protesta un pezzo ulteriore della macchina. L’avversario, credendo di opporsi, viene arruolato. Si arrabbia, condivide, commenta, denuncia. E intanto porta acqua al mulino che avrebbe voluto fermare. La comunicazione trumpiana non ha bisogno di essere creduta da tutti. Le basta dominare l’aria. Le basta occupare il giorno, imporre il tema, costringere gli altri a inseguire. È una forma di sovranità atmosferica: non governa soltanto le istituzioni, ma il tempo mentale di chi la subisce. Decide di cosa si parlerà, con quale tono, dentro quale rabbia. E poiché la rabbia è più veloce del pensiero, vince spesso prima ancora che il pensiero arrivi. Il vero scempio non è la volgarità. La volgarità, in fondo, è solo il vestito. Il vero scempio è l’abolizione della vergogna come limite. La vergogna era una frontiera morale: non impediva agli uomini di mentire, ma almeno li costringeva a sapere che stavano mentendo. Ora anche quella frontiera è stata smantellata. Non esiste più il falso da nascondere, ma il falso da esibire; non il torto da giustificare, ma il torto da trasformare in prova di forza. La bestia moderna non ringhia soltanto. Calcola. Sa che l’offesa viaggia meglio dell’argomento, che lo scandalo costa meno della competenza, che un contenuto indecente, se produce abbastanza reazioni, è già una vittoria. Non importa che una frase sia giusta. Importa che funzioni. Non importa che una notizia sia vera. Importa che morda. E allora il punto non è più domandarsi se un uomo politico possa mentire. Il punto è capire che tipo di società nasce quando la menzogna smette di essere un difetto e diventa una tecnica. Quando la slealtà non compromette la reputazione, ma la rafforza presso chi la scambia per coraggio. Quando la brutalità viene venduta come franchezza, la prepotenza come autenticità, l’ignoranza come libertà dal sistema. A quel punto non siamo più davanti a una semplice degenerazione del linguaggio politico. Siamo davanti a una mutazione antropologica della parola pubblica. La parola non serve più a nominare il mondo, ma a ferirlo. Non serve più a cercare una misura comune, ma a dividere il campo tra chi gode dell’umiliazione e chi resta ancora abbastanza umano da indignarsene. La democrazia, però, vive di una lentezza che questa macchina disprezza. Vive di verifica, di memoria, di distinzione. Vive della possibilità di dire: questo è vero, questo è falso; questo è dissenso, questo è abuso; questa è forza, questa è ferocia. Quando queste distinzioni cedono, non crolla subito il palazzo. Prima si guasta l’aria. Poi si ammalano le parole. Infine gli uomini respirano veleno e lo chiamano libertà. Per questo la bestia non va soltanto denunciata. Va disinnescata. E il primo modo per disinnescarla è non concederle il nostro sistema nervoso. Non regalarle ogni volta la nostra indignazione come fosse moneta fresca. Non confondere la reazione con la resistenza. Certe volte il potere non teme l’urlo degli avversari: lo aspetta, lo misura, lo monetizza, lo usa come prova della propria necessità. Occorre tornare a una forma più alta di sobrietà: non il silenzio vile di chi si ritira, ma il silenzio vigile di chi non si lascia addestrare. Occorre opporre alla velocità del fango la pazienza della precisione. Alla provocazione, il giudizio. Alla ferocia, la distinzione. Alla menzogna che luccica, la verità che resta. Perché la verità, a differenza della menzogna, non ha bisogno di diventare virale per esistere. Ma ha bisogno di uomini che non si vergognino più di difenderla.
Ci sono idee che non hanno bisogno di essere vere per funzionare. Basta che siano facili. Basta che entrino nella testa senza attrito, come una parola d’ordine, come una chiave falsa, come una scorciatoia tracciata nel buio. Le idee semplici hanno questo vantaggio sulle idee giuste: non chiedono niente. Non chiedono studio, non chiedono pazienza, non chiedono distinzione. Non costringono a guardare i problemi nella loro interezza, nella loro trama di cause, conseguenze, responsabilità, storia, economia, ferite, paure, diritti. Le idee semplici arrivano e tagliano. Non sciolgono il nodo: lo recidono. E il taglio, da lontano, somiglia sempre a una soluzione. Il generale parla così. Non costruisce un pensiero: produce abbreviazioni. Non interpreta la realtà: la riduce. Non affronta la complessità: la umilia. Le migrazioni diventano un problema di respingimento. I diritti diventano pretese. Le donne tornano a essere collocate, come mobili antichi, nel posto dove qualcuno ritiene che stiano meglio. Gli omosessuali vengono trasformati da persone in eccezioni tollerate, purché non chiedano troppo, purché non disturbino l’arredamento morale della maggioranza. Il carcere smette di essere il luogo terribile e necessario in cui una democrazia misura la propria idea di giustizia, e torna a essere una serratura: chiudere, dimenticare, buttare via la chiave. È una politica dell’accetta. E l’accetta, bisogna riconoscerlo, è uno strumento di grande efficacia scenica. Fa rumore. Produce trucioli. Dà l’impressione di avanzare. Chi guarda da lontano vede cadere qualcosa e pensa: finalmente qualcuno agisce. Ma abbattere non significa governare. Colpire non significa capire. Semplificare non significa chiarire. Il punto non è soltanto ciò che il generale dice. Il punto è ciò che autorizza negli altri. Il suo discorso funziona perché libera la parte meno confessabile del cittadino dalla fatica di vergognarsi. Dice a molti: quello che pensavi in silenzio ora puoi dirlo ad alta voce. Quello che trattenevi per pudore civile ora può diventare programma. Quello che la storia, la cultura, la scuola, la Costituzione, la convivenza democratica avevano faticosamente disciplinato, adesso può tornare nudo, brutale, soddisfatto di sé. Questa è la vera pericolosità delle retoriche reazionarie: non inventano il buio, gli danno cittadinanza. Ogni società porta dentro di sé un deposito di pulsioni arcaiche. Il desiderio di punire senza comprendere. La voglia di escludere chi appare diverso. La nostalgia di un ordine in cui ciascuno stava al proprio posto, soprattutto chi non aveva il potere di scegliersi un altro posto. La tentazione di scambiare la forza per giustizia, la durezza per serietà, la crudeltà per coraggio. La civiltà non consiste nel fingere che queste pulsioni non esistano. Consiste nel non consegnare loro le leggi. La democrazia è precisamente questo: il lento addestramento dell’istinto alla forma. È la decisione collettiva di non trasformare ogni paura in norma, ogni fastidio in divieto, ogni maggioranza in dominio. È il patto fragile e altissimo per cui il diritto non dipende dalla simpatia, dalla somiglianza, dall’appartenenza, dal numero, dalla forza muscolare di chi grida più forte. Per questo la Costituzione resta il vero bersaglio, anche quando non viene nominata. Perché la Costituzione è il contrario esatto di questa politica del rancore. L’articolo 3 dice pari dignità sociale. Non dice pari dignità per chi ci somiglia, per chi ci rassicura, per chi non disturba il nostro ordine mentale. Dice pari dignità. Due parole leggere e immense, più rivoluzionarie di qualunque comizio. Due parole che fanno saltare ogni gerarchia naturale, ogni privilegio travestito da tradizione, ogni superiorità presentata come buon senso. E l’articolo 27 dice che la pena deve tendere alla rieducazione. Non perché lo Stato debba essere ingenuo, tenero, sentimentale. Ma perché lo Stato non è una folla con il timbro. La folla vuole vendetta; lo Stato deve amministrare giustizia. La folla vuole il corpo del colpevole; lo Stato deve occuparsi della colpa senza perdere se stesso. La folla grida “chiudetelo per sempre”; lo Stato, se resta Stato, sa che perfino nella punizione esiste un limite oltre il quale non c’è più diritto ma vendetta organizzata. Dire “buttare via la chiave” piace perché dispensa dal pensiero. È una frase che chiude non solo una cella, ma una domanda. Che cosa produce il carcere? Che cosa restituisce alla società? Che cosa significa sicurezza? Che cosa significa pena? Che cosa significa recupero? Quale uomo resta, dopo il reato? Quale Stato resta, dopo la punizione? Tutte domande difficili, e dunque sgradite a chi preferisce l’applauso breve della durezza. La modernità democratica è nata contro la risposta facile. È nata per dire che il colpevole non coincide interamente con la sua colpa, che lo straniero non coincide con la sua frontiera, che la donna non coincide con il ruolo che altri le assegnano, che l’amore non coincide con la forma approvata dalla maggioranza, che l’identità nazionale non può essere una fortezza abitata da sentinelle nervose. La politica del generale, invece, vive di ripristini. Vuole riportare ogni cosa a un presunto ordine originario. Ma gli ordini originari sono quasi sempre favole raccontate dai privilegiati. Non esisteva un’età armoniosa in cui tutto era al proprio posto. Esisteva un tempo in cui molte persone non avevano voce sufficiente per dire che quel posto era una prigione. La nostalgia, quando diventa programma politico, è una forma elegante di amputazione. Taglia via le conquiste e lascia in piedi il fondale. Poi c’è il numero. Ed è qui che la questione si fa più sottile. Si dice: sono pochi. Meno del dieci per cento, forse. Una minoranza. Un margine. Una zona ristretta del Paese. E questa constatazione, se letta moralmente, potrebbe rassicurare. Ma la politica non si muove solo secondo grandezze morali; si muove secondo equilibri, soglie, ricatti, geometrie parlamentari, convenienze, paure. Il dieci per cento può essere pochissimo se si vuole rappresentare una nazione. Può essere moltissimo se serve a condizionarla. Una minoranza compatta vale spesso più di una maggioranza distratta. Un elettorato piccolo ma disciplinato, acceso, identitario, permanentemente mobilitato dal risentimento, può avere un peso superiore alla sua misura aritmetica. Non decide da solo il destino di un Paese, ma può decidere chi debba inseguirlo. Non scrive interamente l’agenda, ma può spostarla. Non governa il palazzo, ma può costringere il palazzo ad affacciarsi dalla sua finestra. La politica conosce bene il valore dei voti piccoli. I voti piccoli sono quelli che non bastano a vincere da soli ma bastano a far perdere gli altri. Sono i voti-cerniera. I voti-ago. I voti che non costruiscono una casa ma possono decidere da che parte pende il tetto. E quando un sistema politico è fragile, quando le coalizioni vivono di percentuali limate, quando la leadership non produce più visione ma solo sopravvivenza, anche una minoranza sotto il dieci per cento diventa una merce preziosa. Preziosa e tossica. Perché quei voti non arrivano mai gratis. Chiedono parole. Chiedono riconoscimento. Chiedono spazio. Chiedono che ciò che prima era impresentabile diventi discutibile, poi plausibile, poi normale. È così che il discorso pubblico si sposta: non con un colpo solo, ma per acclimatazione. Prima si invita l’estremo in televisione per fare scandalo; poi lo si invita per fare contraddittorio; poi lo si invita perché rappresenta “una sensibilità”; poi quella sensibilità diventa un pezzo della coalizione; poi la coalizione deve tenerne conto; poi il Paese si accorge che il confine è stato spostato e nessuno ricorda più dove fosse prima. Il margine, se lo si nutre, impara presto a comportarsi da centro. In questa dinamica si comprende l’effetto devastante del generale su Salvini. Salvini pensava di usare una forza più estrema per rafforzare se stesso. Pensava di incorporare quel linguaggio, quel bacino emotivo, quella brutalità comunicativa, e di ricondurli dentro la propria macchina politica. Credeva forse di poter imbarcare il generale come si imbarca un carico utile: pesante, rumoroso, ingombrante, ma comunque destinato a stare nella stiva. L’errore è stato non capire che certi carichi non stanno nella stiva. Salgono in plancia. Il generale non si è lasciato usare come accessorio. Ha usato a sua volta il bisogno di chi lo aveva accolto. Ha preso la legittimazione, la visibilità, l’elettorato potenziale, il palcoscenico, e poi ha mostrato che non era una protesi della Lega ma una possibile alternativa alla sua debolezza. Ha reso visibile un fatto crudele: Salvini, che per anni aveva occupato il ruolo del più duro, del più frontale, del più aggressivo, poteva essere superato sul suo stesso terreno. È la legge spietata della politica fondata sull’estremità: esiste sempre qualcuno più estremo di te. Chi costruisce consenso sull’urlo è destinato prima o poi a incontrare una voce più roca. Chi fa della provocazione una strategia prima o poi incontra qualcuno che provoca meglio. Chi sposta continuamente il confine del dicibile, per restare al centro dell’attenzione, prima o poi viene scavalcato da chi quel confine non vuole spostarlo: vuole abolirlo. Salvini si è trovato così prigioniero della sua stessa grammatica. Non poteva respingere fino in fondo il generale senza sconfessare anni di linguaggio politico fondato sulla durezza, sull’identità, sul nemico, sull’invasione, sull’ordine da restaurare. Ma non poteva neppure assorbirlo pienamente senza diventare subalterno alla sua radicalità. Troppo vicino per denunciarlo. Troppo debole per dominarlo. Troppo bisognoso dei suoi voti per liberarsene. Troppo esposto al suo stesso gioco per cambiare tavolo. È una trappola perfetta, perché non l’ha costruita il generale da solo. Salvini l’ha preparata negli anni, mattone dopo mattone, parola dopo parola, slogan dopo slogan. Il generale vi è semplicemente entrato con passo più sicuro. Il punto politico è questo: quando un leader abbassa il livello del discorso pubblico per conquistare consenso, non possiede più quel livello. Lo consegna a chiunque sia disposto ad abbassarlo ancora. Da quel momento non è più lui a guidare la discesa; deve inseguirla. E l’inseguimento verso il basso è una delle forme più rapide di dissoluzione della leadership. Il generale, in questo senso, ha compiuto un’operazione più raffinata di quanto la rozzezza apparente del suo linguaggio lasci supporre. Ha capito che non era necessario offrire un programma completo. Bastava presidiare una soglia simbolica: il punto in cui il rancore diventa identità, in cui la discriminazione si chiama buonsenso, in cui la nostalgia diventa progetto, in cui la durezza sostituisce la competenza. Chi controlla quella soglia controlla una parte decisiva dell’immaginario politico della destra. Non serve avere il cinquanta per cento per condizionare chi vuole arrivarci. Basta avere il pezzo che manca. Ed ecco allora che il dieci per cento, reale o potenziale, non è più una minoranza innocua. È una riserva di pressione. Un serbatoio di ricatto. Una forza di orientamento. Una massa non sufficiente a governare ma sufficiente a far governare peggio. Non abbastanza grande per fondare un ordine nuovo, ma abbastanza compatta per impedire agli altri di restare moderati, lucidi, costituzionali. Il problema, allora, non è soltanto elettorale. È culturale. Perché ogni voto cercato in quella zona viene pagato con una concessione linguistica. E ogni concessione linguistica prepara una concessione politica. Si comincia dicendo che bisogna “ascoltare il disagio”. Certo, il disagio va ascoltato. Ma ascoltare il disagio non significa inginocchiarsi davanti alla sua forma peggiore. Non significa prendere la paura e farne dottrina. Non significa trasformare il rancore in rappresentanza. La politica seria ascolta il dolore sociale per dargli una forma più alta. La politica cinica lo ascolta per rivenderglielo peggiorato. Questo è il punto: la destra che cerca di trarre profitto da figure come il generale non sta semplicemente raccogliendo voti. Sta cambiando il metabolismo della democrazia. Sta abituando il Paese a considerare normale ciò che dovrebbe restare inaccettabile. Sta spostando la soglia morale della conversazione pubblica. Sta facendo credere che ogni opinione, per il solo fatto di essere pronunciata, meriti lo stesso statuto civile. Ma non tutte le opinioni sono uguali. Esistono opinioni che allargano il mondo e opinioni che lo restringono. Opinioni che cercano giustizia e opinioni che cercano bersagli. Opinioni che discutono diritti e opinioni che li negano. Una democrazia può tollerare quasi tutto, ma non deve perdere la capacità di giudicare ciò che tollera. Il problema non è impedire al generale di parlare. Il problema è non scambiare la sua parola per pensiero, la sua durezza per coraggio, la sua semplificazione per verità, il suo consenso per legittimità morale. Il consenso è un fatto. Non un’assoluzione. Anche le peggiori idee della storia hanno avuto pubblico, applausi, folle, percentuali, inni, bandiere. La democrazia non consiste nel credere che tutto ciò che raccoglie consenso sia giusto. Consiste nel sottoporre anche il consenso al vaglio dei principi. Altrimenti la maggioranza diventa solo una folla con le procedure. E qui torna la domanda essenziale: a chi serve il generale? Serve a chi vuole spostare l’asse della destra senza assumersi subito la responsabilità di dirlo. Serve a chi vuole rendere pronunciabili parole che fino a ieri avrebbero creato imbarazzo. Serve a chi vuole trasformare una minoranza dura in leva contrattuale. Serve a chi preferisce parlare di nemici invece che di salari, scuola, sanità, lavoro, disuguaglianze, periferie, solitudine, futuro. Serve a chi sa che i problemi reali sono difficili e che i bersagli umani sono più facili da indicare. Ma soprattutto serve a rivelare l’inconsistenza di chi pensava di servirsene. Perché c’è qualcosa di quasi geometrico nella vicenda: il capo populista che porta dentro una figura più radicale per rafforzarsi finisce per mostrarle il punto esatto della propria fragilità. L’ospite diventa concorrente. Il rinforzo diventa minaccia. Il margine diventa giudice del centro. Il generale non sottrae soltanto voti; sottrae postura, linguaggio, primato simbolico. Dice implicitamente a Salvini: tu hai preparato il terreno, io ci cammino meglio. È una lezione dura, ma politicamente limpida. Non si evocano impunemente i mostri della semplificazione. Non si agita il rancore come bandiera e poi si pretende che resti piegato nell’armadio quando non serve più. Non si insegna per anni a un elettorato che la politica è nemico, paura, identità offesa, ordine da restaurare, e poi ci si stupisce se qualcuno arriva a incarnare tutto questo con meno esitazioni e più coerenza. Le pulsioni, una volta convocate, chiedono rappresentanza. Poi comando. Resta allora il compito più difficile: non concedere alla semplificazione il prestigio della chiarezza. Dire che la complessità non è una scusa, ma la materia stessa della politica. Ricordare che la civiltà non coincide con la mitezza impotente, ma con la forza trattenuta dal diritto. Difendere l’idea che una società è tanto più giusta quanto più resiste alla tentazione di trasformare i deboli in colpevoli, i diversi in minacce, i diritti in privilegi, la pena in vendetta. Il generale non è un incidente. È un sintomo. E come tutti i sintomi dice qualcosa del corpo che lo produce. Dice che c’è un Paese stanco, impaurito, impoverito, arrabbiato, spesso lasciato solo. Ma dice anche che una parte della politica non vuole curare quella stanchezza: vuole amministrarla. Non vuole guarire la paura: vuole tenerla febbrile. Non vuole dare risposte alla rabbia: vuole darle un bersaglio. La differenza tra cultura politica e propaganda sta tutta qui. La cultura politica prende l’istinto e lo educa alla forma. La propaganda prende l’istinto e lo arma. Per questo bisogna guardare con freddezza ciò che accade. Non con scandalo intermittente, non con superiorità pigra, non con il disprezzo comodo di chi si sente al riparo. Bisogna guardare la struttura del fenomeno: un consenso minoritario ma utile; un leader indebolito che prova a usarlo; un uomo più radicale che usa quel bisogno per emanciparsi; una coalizione costretta a fare i conti con il proprio bordo estremo; un discorso pubblico che, intanto, si abbassa di un altro gradino. La politica è anche questo: calcolo, occasione, forza, tempo. Non basta indignarsi. Bisogna capire la manovra. E qui Machiavelli torna necessario, non come ornamento colto, ma come strumento ottico. Machiavelli sapeva che la politica non è il luogo delle intenzioni proclamate, ma degli effetti prodotti; non delle parole dette per giustificarsi, ma dei fini perseguiti e dei mezzi impiegati. Sapeva che chi introduce una forza nel proprio campo deve chiedersi non solo quanto gli servirà oggi, ma quale autonomia conquisterà domani. Perché nelle azioni degli uomini — e più ancora di quelli che vogliono comandare — non conta la favola che raccontano, ma il fine verso cui camminano. Il fine, appunto. E bisognerebbe chiedere a chi ha aperto la porta al generale se almeno lo aveva capito, il fine.
Ogni volta che il nome di Pasolini torna in un’aula di giustizia, succede una cosa strana: abbiamo l’impressione di parlare di un delitto, e invece stiamo parlando di noi. Di come questo Paese gestisce la memoria, il dissenso, la scomodità. Sono passati cinquant’anni abbondanti da quella notte all’Idroscalo, e ancora oggi qualcuno bussa alla porta della Procura chiedendo, con ostinazione quasi testarda: “Guardateci meglio”. Non è la prima volta, non sarà forse l’ultima. Il fascicolo è stato archiviato, riaperto, richiesto di nuovo, respinto, rilanciato. Si aggiungono dettagli, immagini d’archivio, analisi più raffinate, letture “unitarie” di indizi vecchi e nuovi; ma il punto, alla fine, è uno solo: è davvero credibile che quella notte ci fosse un solo colpevole, un diciassettenne lasciato da solo con il peso di un massacro sulle spalle? Non è solo una curiosità da giallo irrisolto. Delitti senza soluzione definitiva ce ne sono tanti, e non tornano a ondate regolari nei talk show, nei convegni, nelle interrogazioni parlamentari. Il caso Pasolini sì. Perché non riguarda soltanto “chi ha colpito” e “quante persone c’erano”, ma che cosa stava facendo, dicendo, scrivendo quell’uomo negli anni in cui è stato ucciso. E quanto di quell’ombra non abbiamo mai voluto davvero vedere. Pasolini era troppe cose contemporaneamente: poeta, regista, intellettuale marxista, omosessuale dichiarato in un Paese che ancora faticava a pronunciare la parola; uno che attaccava tanto la borghesia quanto il partito, tanto il potere economico quanto quello culturale. Era un corpo estraneo per definizione. Non apparteneva a nessuna chiesa, e tutte le chiese – politiche, ideologiche, morali – si sono sentite legittimate a rivendicarlo dopo la sua morte, ma molto meno a difenderlo mentre era vivo. Forse è anche per questo che la sua morte non trova pace. Un intellettuale così, se muore di malattia, diventa subito “classico”: lo si sistema sugli scaffali giusti, si preparano convegni, anniversari, edizioni commentate, e si può continuare a non ascoltarlo davvero. Se invece viene ammazzato in modo brutale, in un luogo periferico, con una dinamica sporca, improvvisa, meschina, il suo corpo entra per sempre in conflitto con il desiderio tutto italiano di mettere le cose in ordine. Non basta il rito processuale, non basta una sentenza con un nome e un cognome. Quel cadavere resta lì, come un punto interrogativo piantato nella sabbia. Le nuove richieste di riaprire il caso, a ben vedere, nascono da qui. Certo, ci sono le relazioni tecniche, i fotogrammi del telegiornale d’epoca, le perizie sui reperti, perfino le analisi sul Dna comparso molti anni dopo sui vestiti e sull’auto. Ci sono le ritrattazioni di Pelosi, le sue versioni che cambiano dopo decenni, le voci che parlano di più aggressori, magari legati a ambienti politici, criminali, o tutti e due insieme. Ma accanto al piano strettamente giudiziario ce n’è un altro, silenzioso, che riguarda la coscienza collettiva. Ogni volta che qualcuno dice “Pelosi non era solo”, sta dicendo anche: “Neppure Pasolini era solo”. Non lo era nei suoi bersagli polemici, nelle sue denunce, nella materia incandescente che maneggiava. Non lo era nella stagione storica che attraversava, tra stragi, trame nere, servizi segreti, pezzi di Stato che trattavano con pezzi di criminalità. Inserire il suo corpo massacrato in questo paesaggio non è un gioco di complottismo creativo: è riconoscere che quell’omicidio si colloca in un’epoca che ha prodotto molti morti “scomodi”, e poche verità complete. E tuttavia c’è un rischio, sempre lo stesso: trasformare Pasolini in un feticcio del sospetto. Alimentare un culto del “mistero italiano” che alla fine ci rassicura, perché sposta il discorso su un terreno nebuloso, dove tutto è possibile e niente è dimostrabile. Un grande complotto, se non lo prendi sul serio fino in fondo, è paradossalmente comodo: ti permette di indignarti senza assumerti la fatica di leggere, studiare, ricostruire, distinguere. Ti dà un colpevole invisibile, che non ha volto e non ha responsabilità giuridica, quindi non chiede cambiamenti reali. Il lavoro di chi chiede oggi di riaprire le indagini, se vuole essere onesto, dovrebbe andare nella direzione opposta: meno mito, più metodo. Non “Pasolini come enigma eterno”, ma “Pasolini come caso che merita lo stesso rigore di qualunque altro fascicolo penale”, con in più il peso – enorme – della sua figura pubblica. Nuove immagini, nuove tecniche forensi, letture incrociate di testimonianze e reperti possono forse limare qualche zona d’ombra, smentire versioni troppo comode, ricostruire presenza e ruoli di chi quella notte c’era davvero. Non è detto che basti per un nuovo processo, e in parte lo sappiamo già: la Procura ha più volte ritenuto insufficienti gli elementi per riaprire, e il tempo, che in letteratura è galantuomo, nel processo è spesso il peggior nemico. Ma non è solo un problema di carte. È che ogni volta che torniamo su quel corpo all’Idroscalo, siamo costretti a domandarci che cosa facciamo, oggi, con gli intellettuali scomodi. Non quelli che recitano la parte del “maledetto” a favore di telecamera, ma quelli che mettono in discussione le narrazioni di comodo: di destra, di sinistra, del mercato, dell’informazione. Li ascoltiamo davvero o li archiviamo con la stessa fretta con cui, a suo tempo, si è avuto bisogno di chiudere una vicenda giudiziaria che imbarazzava tutti? In fondo il delitto Pasolini continua a tornare perché tocca un nervo scoperto: la nostra incapacità cronica di fare i conti con il conflitto. Con l’idea che qualcuno possa guardare il Paese e dire “così non va” senza chiedere permesso, senza addolcire il linguaggio, senza portare la tessera giusta in tasca. Uccidere fisicamente chi disturba è l’estremo di questa incapacità; ma il passo precedente, più frequente e più tranquillo, è lasciarlo solo, isolarlo, ridurlo a caricatura mentre è vivo e a santino quando è morto. Forse, allora, le istanze di riapertura non parlano solo alla Procura: parlano a noi. Dicono che c’è una distanza tra “verità processuale” e “verità storica” che non possiamo colmare solo con un timbro su un fascicolo. Che possiamo accettare che la giustizia penale abbia fatto tutto quello che poteva, e allo stesso tempo continuare a interrogarci sui contesti, sui mandanti morali, sui climi d’odio e di disprezzo che rendono possibile, in certe epoche, la morte di uno come Pasolini. Non è detto che arriverà mai il giorno in cui sapremo “come è andata davvero” nei dettagli. Forse non sapremo mai quanti erano, come si sono mossi, chi ha dato il primo colpo e chi l’ultimo. Ma possiamo decidere che cosa farcene di quella notte del ’75: se usarla come alibi per un eterno romanzo nazionale sul complotto, o come occasione per guardare con più lucidità al rapporto che abbiamo con chi non si allinea. Alla fine Pasolini resta lì, tra la pagina e la sabbia dell’Idroscalo. Un uomo che ha scritto, filmato, parlato troppo per essere ridotto al ruolo di vittima esemplare. Riaprire il caso, oggi, ha senso solo se serve a tenerlo vivo così: non come martire di un giallo italiano senza soluzione, ma come domanda aperta sulla verità, sulla responsabilità, sulla nostra voglia – o paura – di guardare davvero dove, per decenni, abbiamo preferito non vedere.
A volte un film arriva di traverso, come una porta lasciata socchiusa in un corridoio buio. Non entra con garbo, non chiede permesso: ti costringe semplicemente a guardare da dentro gli occhi di qualcun altro. Padrenostro fa esattamente questo. Non offre un racconto lineare, non concede appigli: ti trascina nella memoria tremante di un bambino che ha visto troppo, troppo presto, e che non ha ancora le parole per difendersi dal mondo. Claudio Noce non costruisce una storia: la lascia accadere. E ciò che accade è un impasto di luce e paura, di giorni che filano come sogni confusi, di realtà che ogni tanto si incrina per permettere all’immaginazione di salvarsi. Valerio sta lì, con quegli occhi azzurri che sembrano sapere più di quanto dovrebbero, e noi stiamo con lui, costretti a leggere il caos con la grammatica fragile dei sei anni. Christian è l’enigma che tiene tutto insieme e tutto in sospeso. Presenza e assenza, carne e fantasma, bisogno e invenzione. Compare esattamente quando Alfonso non c’è, quando la mancanza del padre rischia di sfondare il petto del bambino. Scompare quando la realtà pretende di nuovo la sua parte. E quando i due — Christian e il padre — finiscono nello stesso fotogramma, è come assistere allo smascheramento di un segreto che nessuno ha davvero il coraggio di confessare. Una gelosia primordiale, un dolore antico, una lotta silenziosa per un posto nel cuore di Valerio. Eppure Padrenostro è, prima di tutto, una storia di uomini. Di padri che tremano anche quando non devono. Di figli che imparano a respirare per loro. Di maschi cresciuti in un’epoca in cui la fragilità era una colpa, e che proprio per questo finivano per esserne intrisi. C’è quella scena — forse la più bella di tutte — in cui Valerio prende la mano del padre e gliela appoggia sulla pancia per guidarlo nel respiro. Un gesto antico, umano, quasi sacro: il figlio che insegna al padre come tornare vivo. Le donne restano lontane dal centro dell’inquadratura, ma non perché irrilevanti. È solo che quel mondo maschile, chiuso e stanco, pretendeva di raccontarsi da sé. E Noce non fa altro che restituirlo com’era: imperfetto, ingombrante, emotivamente analfabeta. Alla fine Padrenostro non ti spiega nulla. Ti lascia con domande che non cercano risposta, con un’inquietudine gentile, con la sensazione di aver attraversato un dolore che non è proprio, ma potrebbe esserlo stato. E rimani lì, come Valerio quando osserva il padre tornare all’orizzonte, a chiederti quale parte di te sia reale e quale sia solo un modo — infantile, necessario — per sopravvivere alle cose che fanno paura.
Pasolini non si spiegava, si esponeva. Ogni parola che pronunciava era un rischio, una ferita aperta, un modo per costringere chi ascoltava a smettere di essere spettatore. Non chiedeva di essere capito, ma di essere messo in discussione. È per questo che a distanza di cinquant’anni non riusciamo ancora a collocarlo da nessuna parte: né a destra né a sinistra, né tra i poeti né tra i politici. Pasolini è un cortocircuito — e come tutti i cortocircuiti, illumina bruciando. Nel 1971, davanti a Enzo Biagi, aveva ancora lo sguardo fermo di chi non cerca consenso. Parla di sé, ma sembra parlare di noi. Del nostro modo di consumare tutto, anche i sentimenti. Dice che la borghesia ha vinto perché non ha più bisogno di imporre: seduce, persuade, addestra. È una rivoluzione gentile, che non si nota. Ti vende la libertà, ma confezionata. Ti lascia scegliere, purché tu scelga fra ciò che ti ha già proposto. Lui lo chiama “fascismo del consumo”. Non è una metafora: è un sistema nervoso. Penetra nelle case, nei gesti, nei sogni. Ci insegna che tutto è sostituibile, perfino la felicità. E allora Pasolini reagisce non con la rabbia, ma con una lucidità disperata. Si definisce “anarchico apocalittico”: uno che non crede più nei programmi, nei manifesti, nei partiti. Ma non perché si sia arreso. Semplicemente ha capito che ogni struttura di potere — anche la più ideale — finisce per riprodurre se stessa. Allora sceglie l’unico spazio rimasto incontrollabile: la parola. Quella poetica, disarmata, inservibile. “Produco una merce inconsumabile”, dice. E in quella frase c’è tutta la sua ribellione. In un mondo che trasforma tutto in prodotto, lui rivendica il diritto all’inutile. La poesia come atto economico improduttivo, come fallimento necessario. Un oggetto che non serve, ma resiste. C’è però in Pasolini un fondo tenero, quasi infantile. Una malinconia che si posa su ogni idea come una polvere sottile. Quando parla della madre, la voce gli si spezza. Quando ricorda il fratello, il dolore è ancora vivo, feroce. Dietro il poeta, dietro l’intellettuale lucido, c’è un bambino che non ha mai smesso di cercare la madre sotto i portici di Bologna. La cerca nei sogni, la rivede da lontano, la perde ogni volta. E forse è lì, in quella perdita, che nasce la sua ostinazione a capire, a nominare, a dire la verità anche quando fa male. Amava i semplici. Non perché disprezzasse la cultura, ma perché sapeva che l’istruzione può diventare una corazza, un alibi. Diceva che chi non ha studiato porta con sé una forma di purezza: l’innocenza di chi non sa mentire bene. E poi, il calcio. Non un passatempo, ma una liturgia. “L’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, la definisce. Il corpo che corre, che sbaglia, che cade e si rialza. Il gesto fisico come antidoto all’alienazione televisiva. Guardando un campo di calcio, Pasolini vede ciò che manca alla società dei consumi: la presenza reale. Gli uomini che sudano, il pallone che rotola su un terreno imperfetto. È la sua nostalgia per un mondo dove esiste ancora l’errore, l’imprevisto, la fatica. Forse è per questo che Pasolini continua a turbare. Perché la sua voce non è mai neutra. È un corpo che parla, che pensa, che soffre. Ogni volta che lo ascolti sembra ti interroghi: “Tu, dove sei? In quale compromesso ti sei nascosto?” Ha cancellato la parola speranza dal suo vocabolario, ma non l’amore per la verità. E c’è un punto — rarissimo — in cui la disperazione e l’amore coincidono: è quello in cui decidi di non smettere di dire ciò che vedi, anche quando nessuno ti crede. Pasolini non appartiene al passato, perché il futuro che temeva è già qui. Siamo noi, i suoi personaggi. Siamo noi a vivere dentro le sue profezie, nei centri commerciali, nei notiziari, nelle frasi pronte, nei sorrisi televisivi. Forse, più che ascoltarlo, dovremmo fare silenzio. Perché la sua voce non è un ricordo. È un rimprovero. E certe volte — le più importanti — amare qualcuno significa non riuscire più a giustificarsi di fronte a lui.
Oggi, a Washington, nel Campidoglio che quattro anni fa fu assediato dai suoi sostenitori, Donald Trump si insedia come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. È una giornata carica di simboli, di tensioni, di significati che sembrano urlare più forte delle parole. Qui, dove si è vista la democrazia vacillare, oggi siede di nuovo il suo sfidante più controverso. È quasi ironico, no? O forse no. Forse è tutto perfettamente coerente con lo spirito dei tempi.
C’è una folla, certo, ma non è quella dei cittadini, delle masse che accorrono per celebrare un simbolo di unità. È una folla selezionata, ristretta, quasi esclusiva. Ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, quasi una caricatura della ricchezza globale riunita sotto il cielo plumbeo di Washington. Si stringono le mani, sorridono, parlano di futuro, ma il futuro, quale futuro? Uno dominato dai loro algoritmi, dai loro droni, dalle loro infrastrutture digitali che avvolgono il mondo come una ragnatela invisibile ma soffocante.
E Musk, Musk non è solo uno spettatore. È il primo miliardario ad attraversare quella linea sottilissima tra chi finanzia e chi governa. È dentro il governo, è il governo. I confini tra potere economico e politico sembrano evaporati come nebbia al sole. Bezos, Zuckerberg, Sundar Pichai, Sam Altman, tutti lì, tutti parte di un nuovo ordine. Un potere così concentrato che non serve nemmeno un tavolo grande per contenerlo. Una manciata di uomini, quasi tutti bianchi, quasi tutti americani, con le donne presenti solo come silenziose accompagnatrici, decorazioni di un trionfo che non le riguarda.
E non è che con i democratici fosse diverso, non è che la politica fosse mai stata un banchetto per i poveri. Ma oggi, oggi è tutto più scoperto, più nudo. Non ci sono neanche più le maschere. È una celebrazione del potere puro, del capitale, della tecnologia che non connette ma domina. Un nuovo re, con la sua corte di magnati e visionari, si insedia. E intanto il popolo, quello vero, quello che sta fuori, guarda. O forse non guarda nemmeno.
Nel dibattito che periodicamente si accende sul simbolo di Fratelli d’Italia, la fiammella tricolore sembra mantenere il suo paradossale potere evocativo. Luca Ciriani, in un’intervista a Il Foglio, ha ammesso che prima o poi «arriverà il momento di spegnerla». Una dichiarazione che, a ben vedere, non scandalizza, ma anzi coglie una verità quasi banale: quel simbolo, che per una generazione rappresentava identità e appartenenza, oggi è solo un relitto visivo, insignificante per i giovani. Nulla da eccepire sul ragionamento: i tempi cambiano, i simboli pure.
Eppure, nonostante l’innocuo chiarimento di Ciriani, la fiammella continua a bruciare di un fuoco più polemico che simbolico, alimentando l’ossessione di chi vede in essa una nostalgia mai sopita del passato. Il vero problema, però, non è nel simbolo. È altrove, in una realtà ben più concreta e dannosa per la democrazia: il ruolo sempre più ornamentale del Parlamento. Lo stesso Ciriani, quasi di sfuggita, ha osservato come certi ministri trattino le Camere come un jukebox: inserisci la moneta e ottieni ciò che vuoi.
Una metafora brillante, certo, ma fin troppo generosa: non si tratta solo di certi ministri, bensì di un sistema intero. Da anni, ormai, il Parlamento è ridotto a timbrare decreti scritti altrove, nei ministeri o nelle stanze di Palazzo Chigi, come un notaio che convalida decisioni già prese. La separazione dei poteri, colonna portante della democrazia, è stata progressivamente erosa da governi che si sono succeduti con modalità sempre più simili, tanto a destra quanto a sinistra. Il tutto con un copione noto: quando sono al potere, le forze politiche si adattano perfettamente a questa deriva autoritaria, salvo poi riscoprirsi paladine del parlamentarismo non appena tornano all’opposizione.
Il problema non è il simbolo di un partito. La fiammella non è che una distrazione, utile per chi vuole spostare l’attenzione su battaglie di superficie mentre il vero fuoco arde: quello della democrazia ridotta a routine amministrativa, privata del suo slancio vitale. E chissà, magari spegnere la fiammella sarà davvero un atto simbolico. Ma non certo per ragioni storiche. Forse, semplicemente, perché illumina troppo poco rispetto ai roghi più grandi.
L’impronta culturale che fa da palcoscenico a questo dialogo è carica di vecchi retaggi, ma anche aperta, se solo lo vogliamo, a una nuova comprensione. È facile cadere nella trappola della semplificazione quando si affrontano temi complicati come la sicurezza personale e l’abuso. Ma dare consigli per evitare il pericolo, soprattutto in un contesto pubblico e mediatico, spesso si trasforma in una subdola forma di colpevolizzazione della vittima. Nel dibattito pubblico, dobbiamo alzare il livello della conversazione. Non possiamo più permetterci di sfuggire alla responsabilità collettiva in favore di consigli individualistici. La sicurezza non è un onere che grava sulle spalle delle singole persone; è una responsabilità condivisa, radicata nella tessitura stessa della nostra società. In uno spazio mediatico, come quello occupato da Giambruno, il linguaggio e le idee non sono neutri. Essi contribuiscono a plasmare la percezione pubblica, ad alimentare stereotipi, a rafforzare pregiudizi. Parlando di “ubriachezza” come fattore di rischio, per esempio, si passa il messaggio implicito che chi si trova in stato di vulnerabilità è in qualche modo colpevole di quella stessa vulnerabilità. E veniamo al nocciolo del discorso: la temporalità delle parole. Esiste un tempo e un luogo per ogni conversazione. Quando il tessuto sociale è straziato da un crimine orribile come uno stupro di gruppo, la sensibilità e la responsabilità dovrebbero guidare ogni dichiarazione pubblica. Parole sbagliate in un momento così delicato possono infliggere ulteriore dolore alle vittime e deviare l’attenzione dai reali problemi. Ecco la questione: la sicurezza non è solo un dovere personale, è un imperativo sociale. Non si tratta di individuare modi per far sì che le vittime si proteggano meglio, ma di lavorare insieme per creare una cultura in cui l’abuso non possa trovare terreno fertile. È un obiettivo ambizioso, certo, ma ne vale la pena. E come in ogni grande sforzo, la prima pietra da posare è l’empatia, seguita dalla consapevolezza e dalla responsabilità.
Il privilegio è un ospite muto. Nidiato nel beneficiario ignaro, sta in silenzio come un inquilino che non paga. Invisibile a chi lo ha in casa, alza muri di cristallo davanti agli esclusi. I non privilegiati navigano tra i flutti della vita; il privilegiato, spinto da venti amici, non sente la tempesta. La saggezza dei primi sta nell’adattarsi all’ingiustizia. Il privilegiato, nella sua nave d’avorio, dovrebbe osservare un rispettoso silenzio. La sua cecità alla fortuna ricevuta è stoltezza, un torto all’equità. Capire il privilegio è un dovere. Così si accorcia la distanza tra gli uomini.