
Ci sono leggi che dividono perché devono dividere. Una legge fiscale decide chi paga e quanto. Una legge sul lavoro distribuisce diritti, obblighi, interessi. Perfino una legge urbanistica, se la si guarda abbastanza a lungo, finisce inevitabilmente per scontentare qualcuno che possiede un terreno.
La legge elettorale, invece, dovrebbe appartenere a una categoria diversa. Non dovrebbe stabilire chi vince. Dovrebbe stabilire come si vince.
Sembra una differenza da poco. È quasi tutta la democrazia.
Il problema italiano è che da parecchio tempo discutiamo delle regole del gioco come se a scriverle dovesse essere la squadra che in quel momento è in vantaggio. Se tira meglio da lontano, allarghiamo la porta. Se ha attaccanti bassi, aboliamo i colpi di testa. Se teme di perdere ai supplementari, possibilmente facciamo finire la partita al novantesimo.
Naturalmente tutto questo viene chiamato «riforma». È una delle grandi virtù linguistiche della politica: riuscire a dare nomi solenni alle convenienze più minute.
La legge elettorale è così diventata una specie di sartoria parlamentare. Si prende il corpo politico del momento, gli si misurano spalle, pancia, fianchi e sondaggi, e gli si cuce addosso il vestito più conveniente. Poi lo si presenta al Paese come un magnifico abito istituzionale, dimenticando di dire che è stato confezionato su misura per chi lo indossa oggi.
Domani, naturalmente, il corpo cambia. Ed eccoci di nuovo dal sarto.
Forse è questo il punto più desolante: non riusciamo più a concepire una regola che possa essere buona anche quando favorisce l’avversario. Eppure dovrebbe essere precisamente questa la prova della bontà di una regola democratica.
Una norma è davvero giusta quando siamo disposti ad accettarla anche sapendo che potrebbe consegnare il potere a quelli che non voteremmo mai. Il resto è convenienza.
Guicciardini la chiamava, con una parola meravigliosamente italiana, il particulare: il proprio interesse, il piccolo recinto entro il quale il bene coincide prodigiosamente con ciò che conviene a noi.
Da allora abbiamo fatto passi da gigante.
Abbiamo trasformato il particulare in sistema costituzionale.
Ogni maggioranza è tentata di convincersi che il proprio interesse coincida con quello del Paese. È un’autosuggestione antica e comodissima. Se io vinco, evidentemente vince la governabilità; se perdi tu, si rafforza la democrazia. E viceversa, naturalmente, appena cambiano i rapporti di forza.
Così le parole più alte — rappresentanza, stabilità, volontà popolare — finiscono a fare da camerieri agli interessi più bassi.
La questione, allora, non è maggioritario o proporzionale, premio di maggioranza o doppio turno. Sono strumenti. Possono essere discussi, corretti, perfino cambiati. La questione è chi immaginiamo mentre scriviamo la regola.
Se immaginiamo noi stessi, stiamo preparando una trappola.
Se immaginiamo anche chi verrà dopo di noi, stiamo costruendo un’istituzione.
La democrazia comincia esattamente qui: nel momento in cui una parte accetta di non essere il tutto. È una rinuncia piccola e gigantesca insieme. Significa ammettere che il Paese non ci appartiene, che gli elettori non sono proprietà privata dei partiti, che le regole non possono essere piegate ogni volta che la realtà smette di obbedirci.
In fondo servirebbe una cosa quasi rivoluzionaria nella politica italiana: scrivere una legge elettorale dimenticandosi, per qualche ora, dei prossimi sondaggi.
Una legge che nessuno possa chiamare «nostra».
Perché le leggi migliori, in democrazia, sono proprio quelle. Quelle che non appartengono a nessuno perché appartengono a tutti.