Il prezzo del consenso…

C’è qualcosa di più inquietante di un politico che promette troppo. È un politico che, invece di chiedere un voto, sembra volerlo comprare. Cinquemila dollari.
La cifra, in fondo, è quasi secondaria. Potrebbero essere mille, diecimila, un bonus, una scarpa, una pensione, un posto di lavoro, uno sconto fiscale costruito per arrivare esattamente alla vigilia delle urne. Ciò che conta è il principio che lentamente si insinua: trasformare il cittadino in cliente e la democrazia in un mercato.
Donald Trump ha scelto una forma particolarmente sfacciata di questa antica tentazione. La promessa di un dividendo di cinquemila dollari agli americani, legato alla vittoria repubblicana alle elezioni di metà mandato, ha almeno il merito involontario di rendere visibile ciò che spesso la politica preferisce travestire dietro parole più nobili: incentivo, ristoro, beneficio, sostegno, redistribuzione. Qui il sottotesto è molto più elementare. Votateci, e qualcosa arriverà. È una frase che conosciamo bene. Anzi, noi italiani dovremmo riconoscerne immediatamente l’accento.
Abbiamo una lunga familiarità con quella particolare forma di populismo che considera il consenso una merce e l’elettore una creatura da blandire con una promessa sufficientemente concreta. Le scarpe distribuite prima del voto, le banconote, i pacchi di pasta, il posto promesso al figlio, la pensione ritoccata, il condono annunciato, il milione di posti di lavoro, l’abolizione di questa o quella tassa, il reddito universale, il miracolo fiscale che immancabilmente dovrebbe cominciare il giorno dopo le elezioni.
Cambiano i tempi, cambiano le confezioni. Il meccanismo resta sorprendentemente antico.
Achille Lauro distribuiva scarpe nei quartieri popolari di Napoli e la leggenda politica ha trasformato quel gesto nell’immagine definitiva del voto di scambio. Berlusconi elevò la promessa elettorale a tecnica televisiva, costruendole intorno scenografie, contratti, cifre tonde, impegni solenni. Dopo di lui altri hanno imparato che, in una società sempre più impaziente, la promessa più efficace non è quella che indica una direzione collettiva, ma quella che consegna a ciascuno un vantaggio individuale immediatamente comprensibile.
Non una scuola migliore. Trecento euro.
Non una sanità più efficiente. Un bonus.
Non una politica industriale. Uno sconto.
Non un progetto di società. Un assegno.
Ed è qui che comincia il problema. Perché naturalmente uno Stato deve redistribuire ricchezza. Deve sostenere chi è in difficoltà, finanziare servizi, correggere disuguaglianze, aiutare famiglie e imprese quando le condizioni economiche lo richiedono. Sarebbe infantile confondere la politica sociale con il voto di scambio. La differenza sta nel nesso.
Una cosa è dire: questa misura è giusta, sostenibile, finanziata, utile alla collettività e resterà tale indipendentemente dal calendario elettorale. Un’altra è suggerire: avrete questo se vinceremo noi.
Nel primo caso esistono cittadini destinatari di una politica pubblica. Nel secondo appaiono clienti ai quali viene presentata un’offerta.
Ed è proprio questo passaggio che dovrebbe scandalizzarci molto più della cifra.
Perché la democrazia liberale nasce da un’idea esattamente opposta: che il voto sia un atto libero, segreto, razionale, perfino solenne. Io scelgo chi governerà non perché mi consegnerà qualcosa domani mattina, ma perché considero migliore la sua idea di società, più credibile il suo programma, più competenti le persone che propone, più giuste le sue priorità.
Quando invece fra elettore ed eletto compare idealmente una banconota, quel rapporto cambia natura. Il cittadino smette di chiedere: «Che Paese costruiremo?» e comincia a domandare: «Quanto mi date?»
È probabilmente questa la vittoria più grande del populismo contemporaneo: aver ridotto progressivamente la politica dalla dimensione del noi a quella dell’io.
Non importa più quanto costa una misura nel suo complesso. Importa quanto arriva sul mio conto corrente. Non importa quale debito lasci ai figli. Importa il beneficio di oggi. Non importa se una promessa sia compatibile con il bilancio dello Stato. Importa che sia abbastanza semplice da stare sopra un manifesto. Cinquemila dollari hanno infatti una straordinaria qualità comunicativa: non richiedono spiegazioni.
Una riforma fiscale sì. Una politica energetica sì. Una strategia industriale sì.
La ricostruzione della sanità pubblica richiede numeri, tempi, responsabilità, compromessi. Cinquemila dollari no. Cinquemila dollari sono perfettamente comprensibili mentre scorrono sullo schermo di un telefono. Ed è precisamente per questo che una democrazia adulta dovrebbe diffidarne.
La cosa più interessante, e insieme più malinconica, è che un metodo simile venga oggi presentato come una novità americana quando appartiene alla parte più antica della politica. È quasi antropologia del potere: quando diventa difficile convincere qualcuno con un progetto, si prova a sedurlo con un beneficio.
Roma conosceva il panem et circenses. Il Novecento ha conosciuto il clientelismo.
La politica televisiva ha inventato il contratto con gli elettori.
Quella algoritmica potrebbe perfezionare tutto questo fino a costruire promesse diverse per ogni categoria sociale, quartiere, fascia di reddito, perfino individuo.
E allora il confine diventa ancora più fragile.
Perché esiste una differenza enorme tra conquistare il consenso e acquistarlo.
Il primo è il lavoro nobile della politica: persuadere, spiegare, rappresentare interessi, proporre una visione.
Il secondo appartiene a una zona molto più oscura, nella quale la libertà del cittadino viene rispettata formalmente ma svalutata sostanzialmente, perché il voto viene trascinato verso la logica dello scambio.
Tu dai qualcosa a me. Io do qualcosa a te.
Eppure una democrazia non è una compravendita fra governanti ed elettori. È un patto fra cittadini. Per questo la promessa dei cinquemila dollari dovrebbe preoccuparci anche se non siamo americani e anche se quei cinquemila dollari non arriveranno mai. Perché rappresenta l’ennesimo passo verso una politica nella quale non si chiede più alle persone di credere in qualcosa, ma semplicemente di calcolare quanto convenga loro crederci.
E quando il voto acquista un prezzo, prima o poi accade anche il contrario. È la democrazia a perdere valore.

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