
Sono stato radicale prima ancora di sapere bene cosa volesse dire esserlo. E forse continuo a esserlo proprio perché, dopo tanti anni, non sono ancora sicuro di averlo capito fino in fondo.
So però riconoscerne il suono. Per molto tempo quel suono arrivava da una radio. Radio Radicale aveva qualcosa che oggi apparirebbe quasi inconcepibile: non aveva paura della durata. Trasmetteva congressi interi, processi, assemblee, silenzi, esitazioni, le parole degli avversari senza il bisogno di interromperle ogni trenta secondi per spiegarci cosa dovessimo pensarne. Era una radio che presumeva nell’ascoltatore una qualità ormai rivoluzionaria: l’intelligenza.
Poi arrivava Massimo Bordin. Stampa e Regime era il mio rito laico. Bordin poteva demolire una prima pagina con un sospiro, ridimensionare un editoriale con una pausa, rendere ridicolo un potente semplicemente leggendone fino in fondo le parole. Aveva compreso una cosa che oggi abbiamo quasi dimenticato: che l’ironia è tanto più feroce quanto meno alza la voce.
E dietro quella radio, inevitabilmente, c’erano loro. Marco ed Emma.
Bisogna forse aspettare che le persone scompaiano per accorgersi di quanto spazio occupassero. Da vivi Pannella e Bonino erano spesso considerati eccessivi, fastidiosi, eccentrici, irriducibili. Adesso che quel mondo si è quasi interamente consumato, ci accorgiamo che molte libertà che trattiamo come arredamento naturale della democrazia hanno avuto, prima di diventare ovvie, qualcuno disposto a rendersi insopportabile per ottenerle.
È questa, forse, la cosa che mi interessa di più del radicalismo. Non le percentuali elettorali. Non le sigle, continuamente cambiate. Non gli interminabili congressi. Ma l’idea che la politica possa essere anzitutto assunzione personale di responsabilità.
Fare con il proprio corpo ciò che si chiede agli altri di riconoscere con una legge.
Farsi arrestare. Digiunare. Esporsi. Pagare. E soprattutto disturbare. Perché la democrazia ha un disperato bisogno di persone che disturbino ciò che tutti hanno cominciato a considerare normale.
Pannella aveva portato questa concezione fino all’esasperazione. Il suo corpo era diventato uno strumento politico: enorme, esposto, consumato nei digiuni, nelle sigarette, nelle battaglie, nelle dirette interminabili. Bonino era quasi il contrario: minuta, asciutta, pragmatica, capace di attraversare istituzioni internazionali senza perdere quella particolare allergia radicale verso le istituzioni quando pretendono di diventare sacre.
Eppure si erano riconosciuti. Per decenni. In quella relazione politica c’era qualcosa che sfuggiva alle categorie ordinarie. Non era soltanto amicizia, non era soltanto militanza, non era naturalmente amore nel significato comune del termine. Era una parentela politica più profonda e forse più pericolosa: ciascuno era diventato parte della biografia dell’altro.
Per questo anche la loro rottura fu così dolorosa.
Ci si può separare da un partito molto facilmente. Basta una tessera strappata, un comunicato, una corrente nuova. È molto più difficile separarsi da qualcuno che ha contribuito a costruire il nostro modo di guardare il mondo.
Bonino ha continuato a portare Pannella dentro di sé anche quando non lo perdonava più. Ed è una contraddizione che capisco bene: alcune persone diventano parte della nostra struttura. Possiamo litigarci, allontanarcene, perfino giudicarle severamente; ma non possiamo più sottrarle senza demolire anche una parte di noi stessi.
Pannella, per Emma, era stato maestro, padre politico, complice, ingombro.
Gli ingombri importanti funzionano così: quando finalmente scompaiono, scopriamo che sostenevano una parete.
C’è poi un dettaglio che racconta meglio di molti trattati cosa significasse quella generazione radicale. Quando qualcuno invitava Pannella a preoccuparsi di Emma, lui correggeva il verbo: non preoccuparsi, ma occuparsi. Dentro quella piccola correzione grammaticale c’è quasi un programma politico. La preoccupazione è un sentimento. L’occupazione è un gesto. La prima ci assolve, la seconda ci compromette. E i radicali, quando sono stati davvero radicali, hanno praticato soprattutto l’arte di compromettersi.
Lo fecero quando parlare di divorzio sembrava un attentato alla famiglia. Quando difendere l’aborto significava affrontare una società molto più clericale di quella che oggi ricordiamo. Quando distribuire siringhe sterili ai tossicodipendenti poteva significare farsi arrestare e apparire scandalosi proprio mentre si tentava di ridurre il danno e salvare vite. Quando candidare una donna alla Presidenza della Repubblica sembrava quasi una provocazione.
Molte di quelle provocazioni sono diventate normalità. Ed è questo il paradosso crudele delle battaglie civili riuscite: quando vincono, cancellano le tracce di quanto furono difficili.
Le generazioni successive ricevono il diritto ma dimenticano il conflitto che lo ha prodotto.
Così oggi il radicalismo rischia di essere ricordato come un album di stranezze: i digiuni, le sigarette, le provocazioni televisive, le candidature impossibili, gli arresti, le urla di Marco.
Ma sarebbe un errore enorme.
Quella teatralità nascondeva una concezione estremamente seria della libertà.
La libertà non come privilegio personale, ma come diritto da riconoscere soprattutto a chi vive diversamente da noi.
È facile difendere la propria libertà. Molto più radicale è difendere quella altrui. Quella del detenuto. Del malato. Della donna. Del tossicodipendente. Dell’omosessuale. Di chi vuole divorziare. Di chi vuole interrompere una gravidanza. Di chi vuole scegliere sulla propria vita e, persino, sulla propria morte.
Il radicalismo migliore è sempre stato questo: entrare nella vita degli altri soltanto per aprire una porta. Poi andarsene. Senza dire loro quale strada percorrere.
Forse è per questo che oggi mi sembra manchi qualcosa.
Non necessariamente un nuovo Pannella — sarebbe perfino grottesco cercarne uno — ma quella particolare specie politica capace di accettare l’impopolarità come prezzo della coerenza.
Viviamo invece nell’epoca opposta. La politica misura ogni parola prima di pronunciarla. Consulta sondaggi, studia reazioni, corregge dichiarazioni, insegue algoritmi. Prima ancora di domandarsi se qualcosa sia giusto, vuole sapere quanti like prenderà. Marco ed Emma appartenevano a un tempo in cui si poteva perdere una battaglia per vent’anni e continuare a combatterla il ventunesimo.
Erano anche insopportabili, naturalmente. Per fortuna. Le persone che cambiano qualcosa lo sono quasi sempre.
Oggi vengono celebrati con quella benevolenza postuma che riserviamo a chi, finalmente morto, non può più disturbarci. È una forma molto italiana di riconciliazione. Prima li consideriamo pazzi. Poi li combattiamo. Infine intitoliamo loro qualcosa.
Ma io preferisco ricordarli quando erano ancora un problema.
Marco gigantesco, Emma minuscola.
Due caratteri incompatibili, due corpi opposti, due ostinazioni.
Due persone capaci di ferirsi, separarsi, non perdonarsi completamente e tuttavia rimanere legate da qualcosa che somigliava a un patto.
E penso alle mattine di Stampa e Regime, alla voce roca di Bordin, ai giornali spiegazzati davanti al microfono, a quell’Italia litigiosa, imperfetta eppure ancora convinta che discutere significasse qualcosa.
Mi manca soprattutto quello.
Non un partito. Non un leader. Neppure una stagione politica. Mi manca l’idea che la libertà abbia bisogno di persone disposte a pagare personalmente per una libertà che forse non useranno mai.
Forse essere radicali significava proprio questo. Occuparsi. Tutto il resto era soltanto preoccupazione.