Le mani della morte.

Eutanasia

Partiamo da un dato: il 92% degli italiani – lo dicono i sondaggi – ritiene sia necessario superare l’attuale normativa repressiva sul fine vita. Altro dato, questo certo, è che in Italia l’eutanasia è reato. Poco male ché, come tutto ciò che in Italia è illegale, c’è la possibilità di accedere ad un’apposita offerta sottobanco, pietosamente ipocrita, dunque umana. Offerta che ti viene dalla stessa illegalità, perché la richiesta sia evasa, ma evasa nel più nero dei reati. Va così: ti vien data l’opportunità di commettere il crimine, vedi che si voltano tutti dall’altra parte per fartelo commettere? ti si riconosce questa libertà; sei pregato però di considerarlo un diritto che non hai, se non scippandolo, appunto, alla legalità. Poco importa che la pietà che chiedi è concessa agli animali, a un gattino, un cane o, chessò, a un cavallo: sei un grommo di dolore e impotenza? Vuoi porre fine alla sofferenza dei tuoi giorni? Se chiedi questo tipo di pietà, sulla carta sei uno schifoso vile, un nemico dei valori, un fattore di disgregazione sociale, pecora nera da scansare, cattivo esempio da stigmatizzare. Ti è concessa l’ipocrisia di una scelta non ufficiale, silenziosa, omertosa. Ma è una concessione, attento, non un diritto.
Eppure, in tanto rigido agire, c’è identità di arbitrio: se non puoi arrogarti il potere di morte per il bambino, non dovresti arrogartelo neanche per il gatto. Approfitti solo di un’indifferenza del diritto dell’uso senza considerare che, in fondo, è un arbitrio del potere di vita quando si strappa alla morte un bambino che sarà costretto poi a vivere il resto dei suoi giorni fracassato. Niente. Resta solo la pietà ipocrita: la complicità di un medico, la solitudine della scelta, lo strazio e il rimorso schifoso e intimamente vergognoso dei parenti.
Le mani della morte. Quando la guerra si faceva col cavallo, quasi sempre era compito del cavaliere dare il colpo di grazia (questa parola è gonfia del senso di grazia, graziato è chi la dà) al puledro ferito e rantolante. Così come in guerra è l’amico che finisce il commilitone che chiede e implora l’unica grazia, l’unico atto pietoso che può avere bisogno. In quel frangente, se l’amico si mettesse a pensare sulla opportunità del gesto, sulla morale del suo agire, senza considerare il dolore ma anzi lasciandolo inferocire, senza soccorsi in vista, sarebbe uno scrupolosa disonesto, un amorevole carnefice.
Lascio fuori del discorso, perché non merita nemmanco di entrarci, l’Eutanasia di Stato, come quella praticata nel Terzo Reich contro i pazzi e i malformati, nient’altro che un carico d’infamia in più in un infame monolite di Stato. Cerco invece di comprendere l’eutanasia privata, prova crudele dell’uomo, difficilissima da giudicare, formidabile miscela di casi dove non c’è un punto di bene che non sia imbrattato di male, né un punto di male che non sia screziato di bene. E, si badi, non vale dire – no non si può dire – che non bisogna o non si vorrà mai fare questo. Viene un momento in cui tutto quello che si è detto ammutolisce di colpo difronte a quel che viene a capitarci. La negazione, anche convinta e ferma, di interventi straordinari vale solo finché tutto è possibilmente normale. Ci sono dolori che possono calmare soltanto dosi eccessive, sì da risultare mortali, di stupefacenti. Chi le prende per sé o per un suo caro, ha cento e più ragioni di chi glieli nega. E le ragioni di quest’ultimo sono, il più delle volte, ragioni confessionali, non negoziabili e dunque ottuse: le chiamano di coscienza per giustificare il rifiuto di concedere una grazia. Logiche confessionali che, manco a dirlo, coincidono, attualmente, con quelle dello Stato perché – dicono legislatore e monsignore – non è una questione di fede ma riguarda il diritto fondamentale della vita umana che – continuano a cantilenare – è diritto indisponibile.
La legge, che dovrebbe riguardare esclusivamente la professionalità medica, andrebbe a regolare un atto che un soffio separa dal crimine, un soffio che vale una voragine, ma non è che un soffio. E invece, ipocritamente, si preferisce, alla legalità, concedere, contro i numeri dei sondaggi, il perdono ché permette al pastore di regolare la tua di posizione nel gregge: tu sei di loro o puoi essere dei loro. Altra scelta non ti è concessa. Se non l’illegalità.

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