E per fortuna, aggiungo.

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Mettere in scena la vita di un poeta della musica, renderla fiction, raccontarla. Dev’essere stato sicuramente il rigore filologico a ispirarne l’idea. Forse ché la poesia ha un quid di arcigno e di respingente, e che il pubblico di massa ha necessità di conoscere anche il famoso “lato umano” dei poeti per sentirsi più in confidenza con loro? Sarà. Ma a me continua sfuggire perché si debba essere così in confidenza coi cantautori (ma il discorso vale paro paro anche con gli scrittori). Non mi sembra neanche una facilitazione, semmai un impiccio alla fruizione delle loro opere: come se un attore, nel bel mezzo dell’Otello, ti dicesse che cosa ne pensa lui dell’amore e della gelosia. Un poeta, un cantautore (ma anche uno scrittore, appunto) per uno che ne apprezza la produzione artistica, per uno che ne riconosce il valore letterario, dovrebbe essere quasi una non persona, puro testo, eterèo come la musica. Poi filologia e critica si occuperanno, giustamente, di capire meglio il contesto, anche privato, nel quale i poeti scrivono. Su apposite riviste, però, noiose e appartate. E per fortuna, aggiungo.

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