In nome del popolo italiano…

Scattone

Le cose stanno come stanno. Mi son detto — me lo dico spesso — che “cattivi maestri” è una pessima figura retorica, ché o si è bravi a trasmettere un sapere (e allora si è maestro) oppure, se non si sa o se non si è capaci di insegnare, semplicemente non si è maestro. Tutto qui. Un maestro insegna le cose che sa, per questo viene pagato: spiega agli allievi, ad esempio, che chi uccide o chi ruba commette un reato, mentre tocca ai genitori spiegargli che non si uccide e non si ruba. Questa è la prima cosa che m’è venuta in mente leggendo della vicenda di Scattone. La seconda cosa riguarda la funzione “didattica” della pena. La punizione del trasgressore è una sorta di ricompensa che lo Stato assegna a chi rispetta la legge come contropartita al fatto di aver rinunciato a imitare o punire con le proprie mani il colpevole; una soluzione simbolica che dovrebbe placare l’immaginario e le frustrazioni degli osservanti, che dovrebbero rendere sopportabile l’obbedienza collettiva. Fatte le debite proporzioni, l’esecuzione della pena viene sottratta alla comunità, che rinuncia a reagire e si accontenta di delegare [“In nome del popolo italiano…” appunteremmo a margine] e osservare. Almeno secondo i nostri codici, questo dovrebbe bastare. E quasi sempre basta. Tanto più a condanna scontata.

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Può darsi sia utile a non compromettere la lettura di questo post, dunque lo scrivo qui all’inizio e per sicurezza lo ripeterò alla fine: sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis.
Parto da un assunto: la cannabis è già libera. Lo spaccio avviene alla luce del sole e dei lamponi ed è innegabile il fallimento del proibizionismo attuato fin’ora con caparbietà e ottusa miopia contro ogni pragmatica evidenza. La criminalità ingrassa i suoi affari nel proibizionismo scaricando il costo sociale per il contrasto alle droghe leggere sul contribuente; droghe il cui mercato — è scritto nel “Libro bianco” del Consiglio delle Scienze sociali — è uno di quei mercati dell’offerta più che della domanda: miniera d’oro per tutta la criminalità organizzata internazionale. Nel nostro Paese il traffico di droga genera la maggior parte dei ricavi illegali, circa 24 miliardi di euro. La legalizzazione di questo mercato produrrebbe, di fatto, la fine dello spaccio; indebolirebbe una linea di ingrasso per gli affari illeciti; contribuirebbe al controllo della distribuzione, della coltivazione e della qualità. I vantaggi sociali ed economici, insomma, sono evidenti.
Già immagino l’obiezione: e la salute? Voglio dire: la droga, si sa, fa male? Ribatto, care anime belle, con una domanda: e l’alcool? E il fumo? Da quand’è, per dire, che un bicchiere di limoncello fa bene alle coronarie? In realtà, il proibizionismo ha semplicemente creato un enorme costo sociale. Basti pensare, tanto per fissare le idee, alle enormi risorse impiegate per provare ad arginare gli effetti di questa battaglia persa in anticipo: polizia, magistratura, carceri. A tutto ciò s’aggiunga il gettito potenziale evaso, l’export di denaro verso i paesi produttori, il ricavo esentasse per i trafficanti, l’import di prodotto di cui non esiste di fatto alcun controllo di qualità. Insomma, conti alla mano, nessun buon amministratore accetterebbe di proibire: non funziona ed è altamente dispendiosa come scelta. Basterebbe — per convincere gli scettici — sostenere la necessità di avere una tassazione alta per gli stupefacenti (come avviene per l’alcol, ad esempio) e vincolarne il gettito per la costruzione — tanto per dire — di strutture ricreative per i bambini o, magari, per finanziare la ricerca. Beh, a sto punto mi pare di aver detto abbastanza sull’argomento, è l’ora di un goccio di limoncello ghiacciato.
Ah, dimenticavo: sono favorevole alla liberalizzazione della cannabis.

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In un celebre passo della tragedia di Sofocle, Antigone rivendica la priorità di una legge superiore a quella scritta per giustificare il suo gesto di disobbedienza civile; il mondo delle leggi scritte in forza delle quali i reati vengono perseguiti in contrapposizione a quello delle leggi non-scritte (ἄγραπτα νόμιμα) ma «la cui violazione – riprendo le parole dell’epitafio di Pericle rielaborato da Tucidide – reca una vergogna universalmente riconosciuta».
Ecco, e qui mi fermo, al di là del procedimento giudiziario e dell’iter che questo avrà tra qui a pochi mesi, c’è una legge non-scritta che imporrebbe all’omino di vergognarsi per il reato commesso, ché la vergogna – è legge non scritta, anche questa – ahilui, non va mai in prescrizione.

Chiaro, no?

Italia

Le sentenze – è in uso dire – vanno rispettate, sempre, anche quando sono considerate ingiuste. Rispettate, senz’altro. Ma criticabili, pure.
Senza però star qui a farla troppo lunga – ché qualcuno poi ci legge un dappiù di malizia da parte mia nel voler, magari, aggirare un ostacolo sopravanzando il legittimo diritto –, da quando la Cassazione ha stabilito che l’espressione “paese di merda” configura reato di vilipendio alla nazione, io mi limito a pensarlo, ma m’impongo, anche con la forza, contravvenendo ai miei principi morali di liberà di esprimere le mie opinioni sempre e comunque, m’impongo, dicevo, di non venir qui a scrivere “questo è un paese di merda”. Mi costa, lo ripeto, enorme sacrificio, ma la legge è legge; e dinanzi alle disposizioni dell’Alta Corte, m’inchino umilmente e mai, dico mai, mi troverete più a scrivere “paese di merda”, mai. Rinuncio anche a imbastir un minimo di ragionamento a sostegno della tesi che la definizione sia perfettamente calzante al nostro Paese. Ci rinuncio non foss’altro per evitare di dover utilizzare giri e giri di parole per non contravvenir al divieto di citare palesemente l’espressione tra virgolette. Chiaro, no?
Premessa che sarebbe superflua, questa, se il Paese, questo Paese, non fosse quello che è. Paese in cui è permesso, con disarmante superficialità, aggirare le leggi dello Stato a tutti e a tutti viene offerta, poi, un’interpretazione comoda a parargli il culo; un Paese questo in cui un delinquente pregiudicato ancora ha la possibilità di dire le sue idiozie in tv davanti a milioni di telespettatori; un Paese questo in cui a un altro viene offerta la possibilità di candidarsi in barba a disposizioni dello Stato, salvo poi sputtanarlo con una lista la cui legittimità viene poi disconosciuta dagli stessi organi che ne hanno voluta la legittimità.
Ecco, e qui mi fermo: quale migliore definizione – chiedo ora – per un Paese in cui questo (e molt’altro) può accadere? Chiaro, no?

Detto senza grazia…

Il reddito di cittadinanza è proposta discutibile ma importante. Si parla di 780 euro al mese per chi non ha altri redditi o — per chi ha un reddito inferiore — una parte di questi fino al raggiungimento di tale cifra. Riguarda, nei fatti, la dignità delle persone e pone l’accento sul pauroso differenziale in atto tra reddito e lavoro.
Tralascio la questione della sostenibilità della spesa per le già malandate casse statali ché, nei fatti, interessa qui esporre un principio. Tralascio anche la brutalità — tipica dell’omuncolo — con cui il solito Salvini s’è espresso, parlando di “elemosina di Stato”. Appunto qui solamente un’obiezione, discussa e presa in seria considerazione nei paesi a forte tradizione capitalistica, riguardo all’argomento. Perché — detto senza grazia — un giovane disoccupato dovrebbe farsi il mazzo tanto a cercare un lavoro (i cui guadagni vanno tassati) quando può starsene comodamente a casa e percepire i suoi 780 euro netti, esentasse? 

tutti a gridargli in coro…

 tweet #mediterraneo 

È un truffatore di discreta classe, non eccelsa ma discreta, anche se alcune volte mi fa certe uscite da imbroglioncello maldestro. In questi ultimi giorni, per esempio.
In questi ultimi giorni, gasato magari dall’incontro negli States con l’amico Obama e pronto subito a sfruttare politicamente l’ultima tragedia annunciata nel Mediterraneo — l’ultima, ahimè, solo in ordine di tempo, purtroppo — sembrava, dicevo, uno di quelli che ti infilano sotto il naso un contratto da firmare con una bella clausolona capestro, come se ti stessero proponendo l’affare del secolo. E così, sull’onda della demagogia e del più sterile dei dispiaceri, nasceva la guerra ai “trafficanti di esseri umani”, agli scafisti. Come se fossero gli scafisti a costringere i migranti a partire; come se guerre e persecuzioni politiche che questi disperati vivono nei propri paesi non contassero a niente… Una bella accozzaglia di contraddizioni, eh? Ma se ci si diverte a scambiare le cause con gli effetti, la logica — metaforicamente, neh — va a puttane e produce di questi ragionamenti difettosi; comode argomentazioni (tant’è che sembrano essere state accolte subito col plauso unanime di tutti) che non servono — letteralmente, neh — a un cazzo!

Gli scafisti, purtroppo, sono solo il naturale sottoprodotto dell’ottusa politica di chiusura dell’Unione europea. Politica ottusa e disperata — come di chi, non sapendo cosa fare, agisce per inerzia, senza l’appiglio della logica — il cui fine dichiarato, a quanto pare, è quello di “bloccare le partenze”, anziché offrire rifugio a chi ne ha davvero bisogno (e diritto). Senza capire — o, peggio ancora, fingendo di non capire — che anche se si procedesse al bombardamento degli scafi, quei disperati fuggirebbero comunque da quelle situazioni di morte perché si sentono già persone morte (cfr. l’articolo di Kingsley pubblicato su Internazionale di questa settimana).
Se gli scafisti – i “nuovi schiavisti” – si arricchiscono è anche per colpa nostra. Noi che ci siamo convinti di voler avere un’Europa aperta solo a chi ha certi passaporti da mostrare, mentre tutti gli altri “devono restare a casa loro”, anche se “a casa loro” una casa non c’è più.

E in questo tragico scenario di guerra e disperazione, di morte e di paura cos’è che pensa di proporre il nostro Capo del Governo ad un’Europa distratta e colpevolmente strafottente? Di “bloccare le partenze”, di metter a freno un’onda di piena ingovernabile e impaziente di fuggire, serrando la diga. Come se bastasse!

Non fosse il Capo del Governo, dite, non lo considerereste un argomentare da demente? Roba che a voler metter d’accordo tutti, filo-renziani e no, quelli che lo considerano un fine statista e quelli che lo considerano, invece, un inutile imbonitore di piazze buono solo a frigger aria, quando dice roba del genere, tutti a gridargli in coro “Che-gran-de-men-te! Che-gran-de-men-te!”.

tra una pubblicazione di un’intercettazione e l’altra…

Intercettazioni

«In Italia il problema delle intercettazioni viene riproposto ciclicamente, in particolare quando emergono vicende che riguardano personaggi di una certa notorietà, soggetti “forti”, che hanno voce politica e/o mediatica. In questi casi scatta […] la richiesta di interventi restrittivi a tutela di coloro che si trovano sbattuti o temono di finire sulle prime pagine dei giornali […], anche se non si può non sottolineare che la stessa sensibilità non si riscontra quando sono in gioco interessi di semplici cittadini».
Così, stamani, l’ex procuratore Giancarlo Caselli in un’intervista apparsa su la Repubblica a firma di Liana Milella. Al netto dell’ultima parte della risposta – ché il tiro populista è evidente e, sinceramente, assai stucchevole – credo che proprio il punto inquadrato da Caselli – o, per meglio dire, l’eventualità che si possano presentare situazioni di disparità nel trattamento riservato ai “forti” rispetto a chi forte non è – debba essere la spinta a che il Governo (o chi per esso) si pronunci, al più presto, sul rognoso problema delle intercettazioni, fornendo, finalmente, delle regole certe su questa spinosissima questione.
Problema, quello della pubblicazione delle intercettazioni, che non è solo, ovviamente, di privacy quanto soprattutto di distorsione del processo a favore dell’accusa; sicché quando Caselli, riferendosi sempre alle intercettazioni, sotto l’occhio – e qui sto immaginando – inquisitore della Milella, afferma che “se non ci fosse stata un’informazione attenta, come per fortuna c’è stata, la qualità della nostra democrazia avrebbe potuto peggiorare. Se questo ruolo fosse cancellato o pesantemente limitato sarebbero guai”, l’ex procuratore sta affermando – e mi si scusi il lessico poco rispettoso – una enorme cazzata.
Oh, si badi, non sto qui anacronisticamente sostenendo che occorra mettere a tacere i media, nient’affatto: dico solo che sarebbe assai auspicabile che i media stessi riflettessero, nei ritagli di tempo, tra una pubblicazione di un’intercettazione e l’altra, sull’uso spesso indiscriminato, violento e schifosamente strumentale che hanno fatto, che stanno facendo e che (è probabile) continueranno a fare delle intercettazioni.
L’idea che il quarto o il quinto potere abbiano licenza di pubblicare qualsiasi cosa (merda compresa) fa parte delle tante presunzioni di casta di questo nostro strano Paese.

sulla pena di morte…

Memoria di Magritte

La pena di morte (parlare di pena per la morte inflitta è cosa a dir poco agghiacciante: il disagio è di chi la infligge semmai) non può essere messa ai voti, né fatta oggetto di sondaggi. Il suo rigetto, una volta che lo si sia pronunciato – e in Italia, per fortuna, è così – dev’essere un tabù; una proibizione irrevocabile, permanente e assoluta. Andare di volta in volta a far sondaggi su tale argomento è un modo subdolo, ingannevole travestimento democratico, di considerare il rifiuto di una barbarie condizionabile e relativo, ribassandone il rango a opzioni pratiche e di convenienza.
A dar retta ai sondaggi si rischia di cadere nella demagogia. Nel caso dei sondaggi sulla pena di morte, è più che un rischio. Nella Commedia di Dante, alle anime dannate è fatto divieto di nominare Dio come un dappiù di pena. Ecco, mi sembra di poter dire che questo limite abbia di mira esattamente i sondaggi sulla pena di morte.

Le mani della morte.

Eutanasia

Partiamo da un dato: il 92% degli italiani – lo dicono i sondaggi – ritiene sia necessario superare l’attuale normativa repressiva sul fine vita. Altro dato, questo certo, è che in Italia l’eutanasia è reato. Poco male ché, come tutto ciò che in Italia è illegale, c’è la possibilità di accedere ad un’apposita offerta sottobanco, pietosamente ipocrita, dunque umana. Offerta che ti viene dalla stessa illegalità, perché la richiesta sia evasa, ma evasa nel più nero dei reati. Va così: ti vien data l’opportunità di commettere il crimine, vedi che si voltano tutti dall’altra parte per fartelo commettere? ti si riconosce questa libertà; sei pregato però di considerarlo un diritto che non hai, se non scippandolo, appunto, alla legalità. Poco importa che la pietà che chiedi è concessa agli animali, a un gattino, un cane o, chessò, a un cavallo: sei un grommo di dolore e impotenza? Vuoi porre fine alla sofferenza dei tuoi giorni? Se chiedi questo tipo di pietà, sulla carta sei uno schifoso vile, un nemico dei valori, un fattore di disgregazione sociale, pecora nera da scansare, cattivo esempio da stigmatizzare. Ti è concessa l’ipocrisia di una scelta non ufficiale, silenziosa, omertosa. Ma è una concessione, attento, non un diritto.
Eppure, in tanto rigido agire, c’è identità di arbitrio: se non puoi arrogarti il potere di morte per il bambino, non dovresti arrogartelo neanche per il gatto. Approfitti solo di un’indifferenza del diritto dell’uso senza considerare che, in fondo, è un arbitrio del potere di vita quando si strappa alla morte un bambino che sarà costretto poi a vivere il resto dei suoi giorni fracassato. Niente. Resta solo la pietà ipocrita: la complicità di un medico, la solitudine della scelta, lo strazio e il rimorso schifoso e intimamente vergognoso dei parenti.
Le mani della morte. Quando la guerra si faceva col cavallo, quasi sempre era compito del cavaliere dare il colpo di grazia (questa parola è gonfia del senso di grazia, graziato è chi la dà) al puledro ferito e rantolante. Così come in guerra è l’amico che finisce il commilitone che chiede e implora l’unica grazia, l’unico atto pietoso che può avere bisogno. In quel frangente, se l’amico si mettesse a pensare sulla opportunità del gesto, sulla morale del suo agire, senza considerare il dolore ma anzi lasciandolo inferocire, senza soccorsi in vista, sarebbe uno scrupolosa disonesto, un amorevole carnefice.
Lascio fuori del discorso, perché non merita nemmanco di entrarci, l’Eutanasia di Stato, come quella praticata nel Terzo Reich contro i pazzi e i malformati, nient’altro che un carico d’infamia in più in un infame monolite di Stato. Cerco invece di comprendere l’eutanasia privata, prova crudele dell’uomo, difficilissima da giudicare, formidabile miscela di casi dove non c’è un punto di bene che non sia imbrattato di male, né un punto di male che non sia screziato di bene. E, si badi, non vale dire – no non si può dire – che non bisogna o non si vorrà mai fare questo. Viene un momento in cui tutto quello che si è detto ammutolisce di colpo difronte a quel che viene a capitarci. La negazione, anche convinta e ferma, di interventi straordinari vale solo finché tutto è possibilmente normale. Ci sono dolori che possono calmare soltanto dosi eccessive, sì da risultare mortali, di stupefacenti. Chi le prende per sé o per un suo caro, ha cento e più ragioni di chi glieli nega. E le ragioni di quest’ultimo sono, il più delle volte, ragioni confessionali, non negoziabili e dunque ottuse: le chiamano di coscienza per giustificare il rifiuto di concedere una grazia. Logiche confessionali che, manco a dirlo, coincidono, attualmente, con quelle dello Stato perché – dicono legislatore e monsignore – non è una questione di fede ma riguarda il diritto fondamentale della vita umana che – continuano a cantilenare – è diritto indisponibile.
La legge, che dovrebbe riguardare esclusivamente la professionalità medica, andrebbe a regolare un atto che un soffio separa dal crimine, un soffio che vale una voragine, ma non è che un soffio. E invece, ipocritamente, si preferisce, alla legalità, concedere, contro i numeri dei sondaggi, il perdono ché permette al pastore di regolare la tua di posizione nel gregge: tu sei di loro o puoi essere dei loro. Altra scelta non ti è concessa. Se non l’illegalità.