Cose sulla pelle…

Mi sono fatto scrivere cose sulle pelle che avevo paura di dimenticare.

Ché mica ci avevo pensato io che non c’è un posto più sicuro della pelle per appuntarsi i ricordi?

Mi sono fatto scrivere cose sulla pelle che solo provando a dirle mi si inceppava il pensiero.

Non è facile fare la pace con gli odori e le immagini e i ricordi (quelli belli e quelli brutti, intendo) e tutto il resto; fortuna che sulla pelle c’è spazio a sufficienza per chiedere scusa e non scordarselo mai.

Mi sono fatto scrivere cose sulla pelle, cose che mi ricordino di dimenticare.

giornalai…

Il Corriere, nel riportare ‘sta notizia, produce un capolavoro di pavidità che al confronto quello svergognato di Emilio Fede mi si erge come modello di giornalista dalla schiena dritta. “In un tweet prima e nel corso di un’intervista a SkyTg24 Salvini – si legge nell’articolo – aggredisce le parole di un’abitante di un campo nomadi della periferia milanese”. Sarebbero state aggredite le parole, capite?, le parole, non la persona… roba da pazzi!

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Vocabolario seo

Non c’è niente di cui abbiamo più bisogno. Ridare un nome alle cose. Daccapo, rinominarle come quando per un’amnesia collettiva arriva un estraneo e attacca le etichette alle cose, a battezzarle: tavolo, penna, fogli, sedia. Oh, sentite qua: se-dia. Serve a riposarvi. Cos’è questo? Un libro. Ah, sì. Ricordate? Un libro, un libro. Sapete cos’è, no? A cosa serve? Bene, passiamo alla forchetta.
E noi? Noi sappiamo di cosa parliamo quando parliamo di amore? Di dolore? E del rispetto? Il ricordo? Il tempo, il silenzio? La mancanza? Il rimorso? Avete da qualche parte appiccicata un’etichetta, un post-it, che vi ricordi cosa sono?

Poi vorrebbero farci credere che la politica non è un mestiere!

Politici

Un veloce giro tra le bacheche ed è inevitabile sorridere dei selfie-reportage dei nostri impegnatissimi social-politici. Non tanto per la mediocrità dei contenuti, quanto per il surreale accumulo di apparizioni multiformi a qualunque ora del giorno, seduti in televisione e in piedi a stringere le mani, in primo piano, a figura intera, di profilo, in macchina, a piedi, in giro per l’Italia per le elezioni, tra gli studi televisivi per le interviste e nella nowhere land dei social. Ovunque. Sempre. E costantemente. Oggi come ieri. Solo che oggi l’impietosa ribalta dei social, per giunta auto-prodotta, avvicina subdolamente a noi quelle persone che un tempo ci faceva comodo considerare altri, quasi una specie separata, coabitanti alieni. Facce sui manifesti, appunto. Provvisori imbrattamuri che poi vedevamo sbiadire, screpolare, strappare e infine sparire il giorno dopo il verdetto delle urne. Subitissimamente.
Mi chiedo, sinceramente, come facciano oggi i politici, nell’attimo della loro massima riproducibilità tecnica, a non sentirsi fagocitati, dati in pasto, divorati dal pubblico sguardo. Perché le modelle e gli attori – icone pubbliche per antonomasia – sono solo interpreti di un ruolo, truccatissimi, travestitissimi. Ma un politico è sempre e solo lui, non ha vie di fuga, la sua faccia è la stessa del suo personaggio, le sue parole le stesse della sua eterna esibizione. Silvio Berlusconi, per dire, interpreta Silvio Berlusconi. Non ci sono alternative. Anche nelle sue più fantasiose smentite, Silvio Berlusconi interpreta Silvio Berlusconi.
Poi ci vengono a dire che la politica non è un mestiere! Lo è a tale punto che non conosce tregua, neanche di notte, quando il politico dorme (o è in convalescenza forzata) ma la sua immagine circola, inesausta, parlando, parlando, parlando…