Il mondo coniugato all’io

Ci sono uomini che, arrivati al potere, diventano più piccoli del potere che esercitano. Donald Trump è uno di questi.
Ha a disposizione eserciti, portaerei, satelliti, servizi segreti e l’arsenale capace di porre fine alla storia. Eppure continua a parlare come il padrone di un cortile che minaccia di bucare il pallone al bambino del palazzo accanto. Le sue frasi sono brevi non per asciuttezza, ma perché il pensiero si è ritirato. Restano i verbi elementari dell’infanzia prepotente: colpire, distruggere, cancellare. E davanti a ciascuno di essi campeggia sempre lo stesso pronome: io.
Trump non governa: si mette in scena. Non parla a nome di una nazione, di una storia, neppure di un’idea. Parla a nome di sé stesso. L’America diventa il suo braccio, il Pentagono il suo pugno, la diplomazia una seccatura da lasciare ai deboli. Ogni crisi internazionale finisce per assomigliare a una lite privata nella quale il mondo intero è chiamato a fare da pubblico. Il suo non è neppure il narcisismo, ormai quasi innocente, di chi desidera essere ammirato. È qualcosa di più grossolano: la convinzione che tutto ciò che esiste debba servire a confermarlo. Gli alleati devono obbedire, gli avversari tremare, i mercati applaudire. Se la realtà non si adegua, la si minaccia. Se resiste, la si bombarda. Se protesta, la si insulta. Non ha una visione del mondo. Ha un appetito.
Naturalmente l’Iran non è un canarino indifeso. È un regime feroce, oscurantista, capace di reprimere i suoi giovani, perseguitare le donne, soffocare il dissenso e chiamare Dio a testimoniare i propri delitti. Ma proprio per questo servirebbero intelligenza, misura, conoscenza. Servirebbe la politica, quella vera: l’arte difficile di distinguere un governo da un popolo, un nemico da milioni di esseri umani, una minaccia militare dalle case, dalle scuole, dagli ospedali sui quali finiranno per cadere le bombe. Trump non distingue. Trump indica. È il cattivo di un cartone animato al quale qualcuno, per un errore che gli storici dovranno spiegare, ha consegnato armi vere. Solo che nei cartoni, dopo l’esplosione, il personaggio riappare annerito in volto e la puntata ricomincia. Nella realtà rimangono edifici sventrati, bambini sotto le macerie, madri in attesa davanti a un ospedale. Rimangono vite che non avranno una puntata successiva. Ed è qui che il grottesco smette di far ridere.
Un uomo simile non è forte. È soltanto un uomo al quale nessuno osa più dire quanto sia ridicolo. Ma il ridicolo, quando dispone di portaerei e codici nucleari, non cessa di essere ridicolo: diventa letale.
I presidenti che lo hanno preceduto hanno commesso errori, alimentato guerre, protetto interessi inconfessabili. Non c’è alcuna età dell’innocenza da rimpiangere. Tuttavia avvertivano almeno la necessità di vestire il potere con un’idea, di giustificarlo davanti alla storia, talvolta perfino davanti alla propria coscienza. Trump ha liberato il potere da questo ultimo fastidio. Non deve essere giusto, né necessario, né utile. Deve piacere a lui. È la politica ridotta al capriccio del proprietario. Ed è forse questa la sua più autentica oscenità: avere trasformato la responsabilità in spacconata, la decisione in esibizione, la forza in una smorfia. Aver convinto milioni di persone che l’assenza di vergogna sia sincerità e che l’impudenza sia coraggio.
Le civiltà non cominciano a morire soltanto quando cadono le bombe. Cominciano a morire quando la minaccia di farle cadere diventa una battuta, un titolo, un applauso. Quando un uomo può pronunciare la parola distruzione con la leggerezza di chi cambia canale. E quando, a forza di ascoltare quell’io smisurato, dimentichiamo che il mondo — se vuole ancora salvarsi — deve tornare a chiamarsi noi.

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