Il posto che ci fanno gli altri…

Ci sono traguardi che sembrano personali solo da lontano.
Da vicino, invece, assomigliano a una lunga corda intrecciata da molte mani.
Quest’anno di prova porta il mio nome sui documenti, sulle firme, sui verbali. Ma sarebbe una bugia raccontarlo come una storia individuale. Perché nessuno attraversa davvero un anno così da solo. Si cammina con le proprie gambe, certo, ma sono gli sguardi degli altri a rendere meno pesante la strada.
E allora quel biglietto, ricevuto quasi in punta di piedi, mi ha ricordato una cosa semplice: il valore più raro di un luogo di lavoro non è l’efficienza, non è l’organizzazione, non è nemmeno la competenza.
È la gentilezza.
La capacità di fare spazio.
Di accogliere qualcuno senza fargli sentire il peso di essere arrivato dopo.
In questi mesi ho trovato colleghi che non hanno contato le differenze, ma le somiglianze. Persone che hanno condiviso esperienza senza trasformarla in distanza. Che hanno offerto consigli senza farli pesare. Che hanno saputo esserci.
La scuola è fatta di registri, scadenze, riunioni, verifiche. Ma il suo vero tessuto è invisibile. È fatto di porte lasciate aperte, di parole dette al momento giusto, di sorrisi nei corridoi, di quel sentirsi parte di qualcosa che va oltre la singola aula.
Per questo oggi il sentimento più forte non è l’orgoglio per un risultato raggiunto.
È la gratitudine.
Perché il ricordo che conserverò di questo anno non sarà una firma in calce a un decreto.
Sarà il privilegio di aver condiviso il cammino con persone che hanno saputo trasformare un ambiente di lavoro in una piccola comunità umana.
E se questo traguardo ha davvero un significato, allora sta qui: nell’essere arrivato dall’altra parte portando con me non solo ciò che ho imparato, ma anche l’affetto di chi mi ha accolto.
Di questo, più di ogni altra cosa, vi sono grato.
Grazie.

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