
C’è un momento, alla fine, in cui la scuola smette di essere scuola e diventa una cosa viva.
Non più registro, orario, interrogazione, corridoio.
Diventa volto.
Diventa voce.
Diventa il banco graffiato dove qualcuno ha lasciato il proprio nome come si lascia una prova di esistenza.
Diventa la sedia spostata male, la finestra aperta, il gesso consumato, il rumore dei passi che si allontanano senza sapere ancora di star facendo memoria.
L’ultimo giorno non chiude soltanto un anno.
Lo rivela.
Per mesi abbiamo abitato le cose come se fossero destinate a restare: la classe, le abitudini, le presenze, perfino le noie. Poi arriva un’ora qualunque, una campanella uguale alle altre, e tutto si scopre fragile. Ciò che sembrava routine diventa improvvisamente irripetibile.
È questo il dolore mite delle fini: non fanno rumore, ma illuminano.
Ci mostrano che abbiamo amato anche ciò che credevamo soltanto attraversare.
E allora capiamo tardi, come sempre, che la vita non ci restituisce intatti i luoghi in cui siamo stati felici. Ce li lascia dentro, trasformati in stanza interiore.
La scuola finisce così: non quando si esce dal cancello, ma quando ci si accorge che qualcosa di noi resta seduto lì, all’ultimo banco.