prima l’amore, poi la tecnica…

Lo trovarono per terra, con i vestiti logori, e lo presero per un mendicante. Nessuno riconobbe, nell’uomo travolto dal tram, colui che da quarant’anni disegnava il cielo di una città. Morì in un letto d’ospizio, povero come aveva scelto di essere, mentre sopra la sua testa restava un campanile incompiuto e una domanda che gli avevano rivolto mille volte: quando finirai?
Lui rispondeva sempre allo stesso modo. Che il suo committente non aveva fretta.
C’è una vertigine in chi accetta di lavorare per qualcuno che possiede tutto il tempo. Significa rinunciare a vedere l’opera conclusa. Significa piantare l’impalcatura sapendo che la guglia la chiuderà un altro, con altre mani, sotto un altro nome, quando di te resterà soltanto la prima riga del disegno. Costruire una cattedrale è il contrario della fretta: è consegnare la propria vita a una fine che non ti riguarda.
Noi viviamo come se il tempo fosse un avversario da battere sul filo. Misuriamo tutto in scadenze, vogliamo la prova prima della fede, il frutto prima del fiore, la risposta prima della domanda. E invece le cose che durano si fanno lente. La pietra non ha fretta. L’albero non ha fretta. L’amore vero, quello che resta, non ha mai avuto fretta.
Un secolo dopo, sotto quella torre che lui non vide mai accendersi, sono venuti i re e i potenti a guardare in alto. Lo stesso cielo che aveva immaginato si è illuminato per un uomo che non c’era più. Ed è questa la giustizia strana del tempo: arriva, prima o poi, a riconoscere chi ha avuto la pazienza di non aspettarla.
Tutti, alla fine, costruiamo qualcosa che non vedremo finito. Un figlio, una casa, una parola detta bene a qualcuno che ce la restituirà quando non ci saremo. Il committente non ha fretta. Sa una cosa che noi dimentichiamo: l’incompiuto non è ciò che è rimasto a metà, ma ciò che continua.

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