Il difetto di vederci bene…

Accade nell’ora in cui la luce cala di sbieco e le cose, prima di spegnersi, dicono la verità. La tazza lasciata a metà sul tavolo. La sedia rimasta storta da quando l’ultimo ospite se n’è andato. Il riquadro di sole che attraversa la stanza con la lentezza di chi non ha più nessuno ad aspettarlo. È allora che capita di vederci troppo bene, e di scoprire che vederci bene è un difetto, non una virtù.
Ci avevano promesso una grande avventura. Ce l’eravamo promessa da soli, soprattutto, nelle notti in cui il futuro pareva una città intera ancora da abitare. Poi un mattino qualunque ti accorgi che la vita non è la cattedrale che immaginavi, ma il rosario di gesti minimi con cui la tieni in piedi: il caffè, le chiavi, il nome di qualcuno detto a bassa voce per non svegliare la casa. Non c’è la grande scena. C’è la somma delle scene piccole, e nessuna che basti, da sola, a giustificare le altre.
L’amore, lo hai creduto a lungo una favola. Lo difendevi come si difende una terra promessa. Hai imparato invece che è un’emozione di passaggio, fragile come la condensa su un vetro freddo: la sfiori per leggerci dentro qualcosa, e con lo stesso dito la cancelli. Non per cinismo. Per via di quella mano che, a forza di voler trattenere, lascia sempre l’impronta dove prima c’era il riflesso di una persona.
La felicità è la più sfuggente di tutte. Le ho stretto la mano decine di volte senza riconoscerla, scambiandola per un pomeriggio qualunque, per un treno preso all’ultimo, per il modo in cui qualcuno rideva girandosi appena. Quando l’ho riconosciuta, era già sull’uscio. La felicità non è una casa in cui si abita; è uno spiffero che entra dalla porta socchiusa, ti racconta per un attimo che il freddo non esiste, e se ne va lasciandoti più scoperto di prima.
Scusi, ha visto passare di qui una vita più grande?
Può darsi. Ma passa così di fretta che non faccio in tempo a distinguerla da quella che ho.
Ed è qui che arriva la parte difficile da dire. Chi vede tutto questo, e lo vede con precisione, resta tagliato fuori. Non dal mondo come luogo — quello è pieno, rumoroso, generoso di occasioni — ma dal mondo come consolazione. Gli altri continuano a credere alla trama, e fanno bene, e tu li invidi mentre li ami. Tu invece sei rimasto in piedi nell’ora trasparente, con la sedia storta e la tazza a metà, e nessuna favola a cui aggrapparti.
La solitudine vera non è non avere nessuno accanto. È avere tutti accanto e sapere, con dolcezza terribile, che ciascuno resta solo dentro la propria stanza, anche quando le stanze comunicano. È accorgersi di essere stranieri perfino a se stessi: di guardarsi vivere da una piccola distanza, come si guarda dalla finestra un passante che ci somiglia troppo per essere un altro, troppo poco per essere noi.
Eppure. C’è un risarcimento, e nessuno lo dice mai. Chi ha smesso di aspettare la cattedrale impara ad amare i mattoni. Chi sa che la felicità è uno spiffero smette di chiudere le finestre. Si diventa teneri proprio nel punto in cui si è perso il diritto alle illusioni: si tiene da conto la tazza, la luce di sbieco, la mano che cancella la condensa, perché si è capito una volta per tutte che durano poco — e che durare poco è l’unica cosa che le rende vere.
Vederci bene è un difetto, sì. Ma è il difetto di chi, avendo smesso di credere alle storie, ha cominciato a voler bene alle cose. Ed è, senza esitazione, il solo modo onesto di stare al mondo: con gli occhi aperti, e la mano leggera.

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