
Ti abituano presto all’idea che le cose si perdano in fila, ordinatamente, come se la perdita fosse un mestiere e qualcuno la svolgesse con scrupolo: prima un nome, poi l’odore di una stanza, poi la mano che teneva la tua nel buio. Non te le strappano. Te le sfilano piano, perché tu protesti solo all’ultimo, quando non resta più niente a cui tenersi.
E impari a contarle, le assenze. Ne tieni il registro, convinto che l’amore sia un capitale e che custodirlo basti a non vederlo svanire. Non basta. Quel che hai amato davvero se ne va comunque, e se ne va per intero: la persona, la versione di te che esisteva soltanto accanto a lei, la lingua privata che parlavate e che adesso non parla più nessuno.
Poi, anni dopo, sotto una pioggia qualunque, ti accorgi di avere il gesto di tuo padre nelle mani. La pazienza di chi ti ha cresciuto è finita nella voce con cui consoli uno sconosciuto. La dolcezza di un amore concluso ritorna nel modo in cui adesso ne ami un altro, senza che tu lo sappia. Niente è tornato. È tornato tutto, ma travestito, irriconoscibile, come il seme che dimentichi nella terra e che a primavera non somiglia per niente a ciò che avevi sepolto.
Continuiamo a piangere ciò che perdiamo perché lo cerchiamo con la faccia di prima. Mentre è già qui, accanto, che ci tira la manica con mani che non riconosciamo.
Crediamo di seppellire l’amore. E invece, ogni volta, lo stiamo soltanto piantando.