
L’ultimo giorno la scuola si svuota dal fondo, piano. Prima vanno via le voci, poi i corpi, e per ultima l’aria che hanno scaldato: quella ci mette di più. Cammino in un corridoio che fino a ieri era un fiume e oggi è un letto asciutto. Le aule, una accanto all’altra, hanno la bocca aperta e non dicono niente.
Dentro, i banchi tengono ancora la forma di chi non c’è. Una felpa dimenticata su una spalliera. Un nome inciso col compasso, che resterà lì più a lungo di chi l’ha scritto. Tra queste forme, quest’anno, ce n’è una che l’estate non riempirà di nuovo: la guardo come si guarda una frase interrotta, e il silenzio dell’aula, di colpo, pesa più di tutti gli altri. È un giorno doppio: ha il sapore di una festa organizzata di nascosto e, insieme, quello di un saluto detto troppo in fretta sulla porta, mentre si scendono le scale.
Mi avvicino alla lavagna. La pulisco. È un gesto che ho fatto mille volte senza guardarlo mai: il cancellino che passa, le parole che diventano una nuvola grigia, e poi niente. Oggi la guardo, quella nuvola. Mi resta sui polpastrelli, sui polsini della camicia. È tutto ciò che rimane di una frase che stamattina valeva una lezione intera — una manciata di polvere bianca, leggerissima, che il primo soffio dalla finestra porta via.
Ci hanno insegnato a temere la fine come una sottrazione. Qui, invece, la fine è la regola del mestiere: scrivo perché venga cancellato, spiego perché venga dimenticato e, dimenticato bene, diventi il loro pensiero. Non lascio monumenti. Lascio polvere.
E se mi fosse concesso di scegliere di cosa essere fatto — non oro, che pesa e si conserva; non pietra, che dura per il gusto di durare — sceglierei questa. La materia minima di una parola appena cancellata. Appena cancellata, e qualcuna prima ancora di essere scritta per intero, come le cose che se ne vanno nel sonno, in punta di piedi. Quella polvere che non si vede più sulla lavagna ma continua a galleggiare nella luce, controluce, tra una fila di banchi e l’altra, finché qualcuno non chiude la porta.
Le classi si svuotano degli attori, dicono. Ma nessun teatro è più vero di quando è vuoto e ancora caldo. Esco per ultimo. Spengo. La lavagna, dietro di me, è tornata nera come l’inizio di tutto: pulita, pronta. È questo che non ci raccontano sulle fini — che somigliano agli inizi molto più di quanto vorremmo. E che a noi, intanto, tocca custodirne la polvere.