Ciò che resta tra i banchi vuoti…

Domani si chiuderà quest’anno scolastico.
Si chiuderà nel modo in cui si chiudono certe cose che, mentre le vivi, sembrano fatte solo di ore, registri, corridoi, campanelle, spiegazioni ripetute, quaderni aperti, sguardi distratti e improvvise accensioni d’intelligenza; e invece, quando arrivano alla loro ultima mattina, rivelano d’essere state una piccola costruzione segreta del tempo.
Per me è stato un anno particolare. Il primo anno da docente di ruolo. Una formula amministrativa, certo. Una riga in un contratto, una posizione in un organico, una casella finalmente occupata. Ma dentro quella formula c’è stato molto più di quanto una parola burocratica possa contenere: c’è stato il tentativo di abitare davvero un luogo, di non sentirmi più soltanto di passaggio, di mettere radici in una cattedra senza dimenticare che una cattedra, se non resta umana, diventa solo un mobile più alto degli altri.
Ho conosciuto persone nuove. Colleghi gentili, presenze discrete, facce che pian piano hanno smesso di essere soltanto nomi su un orario. Ho conosciuto ragazzi nuovi: alcuni timidi, alcuni vivaci, alcuni con quella grazia inconsapevole di chi non sa ancora quanto sia prezioso il proprio modo di stare al mondo. Ragazzi a modo, ragazzi difficili solo in apparenza, ragazzi che a volte sembrano lontanissimi e poi, all’improvviso, ti seguono in un passaggio, in una frase, in un disegno alla lavagna, e capisci che qualcosa è arrivato.
Ho provato a portare in classe tutto l’amore che ho per la mia materia.
Non sempre ci sono riuscito. A volte la materia resta lì, pesante, tecnica, piena di nomi, formule, schemi, definizioni; sembra una macchina ferma in un hangar, fredda, chiusa, muta. Allora il lavoro dell’insegnante è forse questo: trovare il punto da cui quella macchina comincia a sollevarsi. Mostrare che dietro una struttura c’è un’idea, dietro un calcolo una domanda, dietro un profilo alare il desiderio antico dell’uomo di vincere il peso senza negarlo.
Insegnare, in fondo, è un modo molto concreto di credere nella leggerezza: si prendono cose difficili, le si guarda da un’altra parte, si prova a togliere loro un poco di buio, un poco di paura, un poco di distanza. Non per semplificarle fino a svuotarle, ma per renderle attraversabili. Per dire a un ragazzo: guarda, anche questa cosa che ora ti sembra chiusa può aprirsi; anche questa parete può diventare una finestra.
Eppure quest’anno non si chiude soltanto con la gratitudine.
Si chiude anche con un’ombra. Con un fatto triste, doloroso, ingiusto nella maniera in cui lo sono le cose che arrivano troppo presto e lasciano tutti senza una frase abbastanza grande da contenerle. Ci sono nomi che, quando vengono pronunciati, chiedono silenzio. Ci sono assenze che non tolgono soltanto qualcuno da un banco, ma cambiano il modo in cui guardiamo tutti gli altri banchi.
Allora domani sarà davvero l’ultimo giorno di questo anno, ma non sarà soltanto una fine.
Sarà una soglia.
Da una parte ci sarà ciò che si chiude, con le sue fatiche, le sue scoperte, le sue piccole vittorie invisibili. Dall’altra ci sarà l’estate, con la sua promessa di luce e di sospensione. In mezzo, però, resterà ciò che la scuola lascia quando funziona davvero: non solo nozioni, non solo voti, non solo programmi svolti, ma una certa educazione dello sguardo. La capacità di accorgersi degli altri. Di misurare le parole. Di capire che ogni presenza è provvisoria e proprio per questo va custodita.
Forse è questo che porterò con me da questo primo anno.
Non un bilancio, non una conclusione ordinata, non una morale. Porterò con me alcuni volti, alcune domande, qualche sorriso inatteso, la fatica buona di chi ha provato a fare bene il proprio mestiere, e quella malinconia leggera che arriva quando qualcosa finisce e, proprio finendo, dimostra di essere esistita davvero.
Domani si chiuderà quest’anno scolastico.
Ma qualcosa, come sempre accade nelle cose vive, resterà seduto ancora per un poco tra i banchi vuoti.

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