
Sconfitte…

il blog di Biagio Raucci


Per un individuo abietto come Morisi, la droga potrebbe essere un’attenuante.

Partiamo da qui, da una curiosità, da un’anomalia politica: s’è mai visto un politico aprire una crisi di governo dopo una vittoria sugli alleati?
Voglio dire: logica, buonsenso, prassi avrebbero voluto che s’aprisse una crisi se Salvini avesse perso la Tav. Invece? Invece stavolta la crisi s’è aperta subito dopo che Felpa Pig™ ha umiliato ben bene gli alleati. Se affermo quindi che la Tav è una scusa, un pretesto, vi trovo tutti d’accordo, vero?! Una scusa, dico, per arrivare alla crisi prima che si venisse a chiudere la finestra utile per il voto di ottobre, e – qui il punto – prima di dover metter mano alla legge di bilancio, intestandosene le impopolari conseguenze.
“La politica è sangue e merda”, usava dire Rino Formica. Mi permetto solo di notare che fin qui s’è vista solo moltissima merda. Il sangue, a ‘sto giro, toccherà mettercelo noi.
Quelli del Movimento lasciano a Salvini anche l’apertura della crisi, subendo la fine di un Governo che li ha (meritatamente) annientati – politicamente e nei numeri. Un capolavoro politico, non solo del tragicomico Di Maio, ma di un ceto ‘dirigente’ che definire grottesco è assai poco.
È buona memoria ricordare e tramandare che ogni persecuzione cominciò in questo modo, accusando di un episodio singole persone – a torto o a ragione – e apostrofandole non per nome ma per etnia, per di più deformata dal dispregiativo. (Enrico Mentana, da Open)


Da ridere, se non fosse da piangere. Da indignarsi, se contro l’ignoranza bastasse l’indignazione. [*]

Nessuno poteva pensare che gli ultimi giorni di una legislatura sepolta e di un governo di affari correnti producessero il soprassalto di una volontà di riforma appena decente della condizione delle galere. Ma tant’è. Oggi, finalmente, in zona Cesarini – come usa dire in questi casi –, il Consiglio dei Ministri si appresta a un ulteriore passo verso il varo definitivo del decreto attuativo delle nuove misure alternative. Ma è bastato che la riforma entrasse nell’ordine del giorno per far inalberare il leghista Matteo Salvini. «Un governo sconfitto e senza la fiducia degli italiani si prepara ad approvare il salvaladri – ha detto sobriamente uno tra i papabili alla presidenza del Consiglio –. Facciamo appello al Presidente della Repubblica affinché eviti questa vergogna. Noi siamo pronti a qualsiasi cosa per impedire a migliaia di delinquenti di uscire di galera». Questo è il clima, questo lo stato delle cose. Leghisti e Cinque Stelle ritengono che la lotta per la legalità abbia bisogno di un inasprimento e non di un allentamento della repressione e della filosofia giustizialista. Tocca rassegnarsi a queste posizioni che s’impastano inevitabilmente con quelle autoritarie. Hanno una grossa maggioranza, questi freschi vincitori.
Ci sono luoghi, celle, scantinati, stive, panchine, dai quali si aspetta il loro regno con l’orecchio al suolo, in silenzio, abbracciati alle proprie gambe piegate al petto. Rannicchiati in un angolo. Senza speranza.

Ogni volta che subisce una batosta, la sinistra delle barche a vela e degli chef stellati osserva il ceto medio trionfante del Nord con un moto di stupefatto disgusto. È successo in passato, è successo anche questa volta. La società incivile: li chiamano così, quei milioni di italiani che si sentono all’opposizione dai tempi del primo centrosinistra di Fanfani, vorrebbero meno tasse (una sola aliquota magari), meno scartoffie e clandestini, amano i prati ma anche le autostrade, vivono male sotto i cieli plumbei ma non per questo scappano dalle responsabilità; leggono Wilbur Smith invece di Umberto Eco oppure non leggono affatto, ché come i più amano dire: «se avessi studiato mica sarei arrivato dove sono». A questi trionfanti compatrioti, la sinistra offre tuttalpiù un severo giudizio, quando prova a formulare un giudizio, ma non è affatto capace di ascoltarli, di intercettarne le richieste, di provare a stabilire un contatto. Eppure basterebbe una analisi un po’ meno superficiale di quella che riserva di solito al problema per inquadrare storicamente (almeno storicamente) quella che qualcuno ha definito “Rozza Italia”. Sono i barbari, insensibili ai valori classici ma traboccanti di fiducia in se stessi e di energie. L’Impero Romano, il glorioso impero dei Cesari, poté solo ritardare la propria caduta, usando le loro truppe per difendere i suoi confini o assorbendone i generali. Ma una minoranza in declino, che finge poi di non vedere i problemi, per incapacità o per freddo calcolo, non può comandare in eterno su una maggioranza più incazzata e brutalmente vitale. Non enunciare un problema non ne avvicina la soluzione; la allontana. E prima o poi, statene certi, i barbari vincono: è una legge di natura che nessun artifizio retorico del centrosinistra potrà affatto mutare.
Le chiacchiere di questi giorni a proposito del governo che verrà, mi ricordano uno dei tipici giochetti dell’infanzia: «Preferiresti morire bruciato, impiccato, squartato, annegato o decapitato?». Si rabbrividiva, si rideva e poi si sceglieva a turno, tra i possibili supplizi, quello che almeno allora pareva il meno atroce.
Ecco, il chiacchiericcio sulle possibili opzioni di governo bene esprime questo auspicio da morituri: tra le agonie a disposizione, preferiamo l’una piuttosto che l’altra, sperando in quella meno truculente. «Pensa che bello», dicono con un ghigno emozionato, «non c’è più “er moviola” a Palazzo Chigi, né l’appoggio responsabile al governo del pluri-indagato Berlusconi… Tutti a casa. Bene». Bene. E ci si offre, sollevati e quasi contenti, al carrozzone degli onesti pentastellati magari in accordo col carroccio nazional-padano di Salvini o con altre alchimie numeriche più o meno verosimili, più o meno risibili. Del resto, chi si accontenta gode. E guai a sprecare, di questi tempi, anche la minima occasione di godimento.
Diciamola subito come va detta: la superficialità che la modernità dà all’uomo non viene dalle troppe responsabilità che s’è preso, per le troppe libertà che s’è concesso, ma dai modi con cui s’è deciso di lasciar perdere a correggerne gli errori, sottolineandoli magari con uno sberleffo ma senza incidere profondamente anche nella carne – ché una cicatrice è un segno a futura memoria. E sì che quelli erano altri tempi, ma – tanto per dire – quando cominciai le elementari (quelle che un asettico linguaggio moderno s’ostina a definire “primarie” – come quelle dei partiti) m’era capitata in dono una maestra che, se ti scappava di dirla grossa, uno scappellotto ben assestato non te lo lesinava mica. C’era, a quei tempi, chi s’esercitava col righello e – vólgo vuole – anche con gli zoccoli certe insegnanti erano ben allenate. E con discreta mira – giurano i più.
Per cui, se una di queste brave maestre d’una volta gli avesse sentito dire – come ha ahimè annunciato – che «i nostri connazionali combattevano perché dal Piave non passasse lo straniero […]. Il 24 maggio tornerò sul Piave perché i confini vanno difesi», uno scappellotto no, ma, come un singhiozzo in quell’affanno nero, una riga in fronte a Salvini gliela tiravano di certo. Una per ciascuna. Tutte assieme.