lente digestioni…

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Facciamo così, giochiamo a carte scoperte, ché quello è il modo migliore di tenerle nascoste. Fate una cosa, prendete dallo scaffale della vostra libreria non il tomo di quel rozzo anticlericale dell’Ottocento, no; prendete il De Divinatione di Cicerone, per l’esattezza il libro secondo, e sfogliatelo fino al paragrafo 58. Fatto? Bene, leggete con me: “E pensi che Talete, Anassagora o qualsiasi altro filosofo naturale avrebbe creduto a notizie del genere? Sangue e sudore possono provenire solo da un corpo vivente. Mentre invece una qualche alterazione del colore causata dal contatto con la terra può produrre effetti simili al sangue, e l’umidità proveniente dall’esterno, come accade sugli intonaci dei muri nei giorni di scirocco, può rassomigliare a sudore”. Ecco, io credo che lo scandalo non sia che Cicerone storcesse il naso verso l’incursione del soprannaturale nella forma dell’evento portentoso (che qui, visto che non vogliamo offendere nessuno, non chiamiamo “miracolo”), ma che, di tali eventi così simili a quelli dei nostri tempi (l’ultimo che ho letto è qui raccontato) pieni zeppi di paura e insicurezza, ne accadessero a iosa anche prima che nascesse Cristo. A Cuma – giusto per citare il primo che mi viene in mente – nel 130 avanti Cristo, una statua del dio Apollo pianse – almeno così dicono le cronache – per ben quattro giorni di fila. Una del dio Mercurio, invece, sudò ad Arezzo nel 93 avanti Cristo; un’altra del dio Marte iniziò a sudare a Roma esattamente quarant’anni dopo. Anche nell’Eneide di Virgilio c’è una statua che suda: il celebre Palladio che rappresentava la dea Atena. Ulisse e Diomede – il lettore se lo ricorderà – avevano strappato questa statua ai Troiani, ma la dea non ne voleva proprio sapere di stare nel campo greco: il simulacro era addirittura sobbalzato tre volte da terra, i suoi occhi avevano lanciato fiamme e un “sudore salato” aveva invaso le sue membra.
Se quelle statue di Atena e Apollo che piangevano sangue o sudavano essenze profumate erano frodi, l’intento sarà stato certamente l’abuso della credulità popolare – questo, suppongo, vorrà concederlo anche un fesso, sempre che non sia talmente fesso da credere ancora ad Atena e ad Apollo. Ma se il fesso cade in ginocchio davanti a una statua della Madonna che si inumidisce allo stesso modo e parla di evento portentoso, anzi di “miracolo”, solo perché non s’è potuto dimostrare la frode, gli additeremo i creduli che sono inginocchiati dietro di lui (nel tempo e nello spazio), gli mostreremo a che scopo dei furboni ne abusino (e ne abusarono), e finiremo col dire che per molte delle statue di Atena e di Apollo che piangevano non fu mai possibile accertare la frode. Certo, anche in quei tempi remoti, quando la frode fu scoperta, i creduli si levarono, spolverarono le ginocchia, ma non smisero di avere fede negli dei – semmai ebbero conferma della cattiveria umana.
Ma qui, lungi dal voler convincere nessuno, si vuole fare una considerazione altra e diversa. Il cristianesimo crebbe come un insaziabile parassita nel ventre dell’Impero che andava lento ammalandosi, si nutrì d’ogni sua parte, legge, cultura, usanza. Metabolizzò ogni cosa della paganità, per poi far piazza pulita dei resti indigeribili, di quelli che proprio gli davano rogne a masticarli – alcuni dei quali furono malamente bruciati nelle pubbliche piazze. Quella delle statue che piangevano sangue o che trasudavano, evidentemente, era cosa gustosa e digeribilissima e il cristianesimo di allora se ne cibò a sazietà con gusto. I fessi, oggi, stanno ancora lì a cagarla.

non impressionano più se non per pena…

L’avvocato Ghedini pare ne voglia fare un’ipotesi “di scuola”: dimostrare in Appello e poi, spera, in Cassazione che il caso De Gregorio possa aprire una questione di diritto costituzionale sulla insindacabilità dei comportamenti e dei voti espressi da un parlamentare. Allora, secondo questo criterio — ragiona (si fa per dire) Ghedini — può essere determinante pure la promessa di un incarico ministeriale, di sottosegretario, di presidente di commissione parlamentare… Questa (falsa) china porterebbe, in sostanza, — stante comunque la veridicità del criterio “di scuola” che Ghedini spera di dimostrare — all’incriminazione di chiunque cambi casacca, voti con lo schieramento opposto a quello col quale è stato eletto, a prescindere — si badi bene, siori e siore — dalle ragioni prime che l’hanno spinto al cambiamento. È, in ultima analisi, il principio del Todos Caballeros, insomma.

Questa, mi sia concessa la brutalità della estrema sintesi, la logica a cazzo di cane che la difesa, sia quella strettamente giudiziaria che quella impropriamente politica, vorrebbe adottare per l’ennesimo caso di corruzione che vede coinvolto l’ex cavalier Berlusconi. Come se l’articolo — il 318, mi dicono gli esperti — del Codice Penale che sta lì a spiegarci cosa debba intendersi per corruzione non avesse al centro quella «retribuzione non dovuta» che nel caso in esame l’accusa è riuscita a dimostrare esserci stata: in questione — vale la pena ricordarlo — non era il cambio di casacca, il pericolosissimo “salto della quaglia” disinvoltamente intrapreso da uno stranamente agile De Gregorio, ma il fatto che sia intercorso un «contratto illecito» tra soggetti che in esso si son fatti corrotto e corruttore. Punto.
C’è da stupirsi difronte a una tale adulterazione dei fatti e della logica? Niente affatto: ogni volta che l’imputato Berlusconi Silvio è raggiunto dalle conseguenze delle sue pisciatelle — chiamiamole così, va’ — sulle Leggi di questo Paese i suoi lacchè, che per contratto stanno lì, chi con la lingua chi con la penna, a spazzargli la strada su cui cammina, ebbene queste puttane del pensiero sono capaci delle più spregiudicate contorsioni logiche.
Sbraitassero pure i suoi servi, ormai è un fastidioso lamento a cui siamo abituati da tempo, sbraitassero come sempre, non impressionano più se non per pena; un coro che, unanime, sta lì a parlare ogni volta di persecuzioni giudiziarie e sentenze politiche emesse da toghe più o meno vermiglie, col tempo, davvero, muove solo sentimenti di pena. Servi-a-prescindere, garantisti un tanto all’etto, c’è solo da sperare (anche per loro) che prima o poi acquisiranno il concetto di decenza e riusciranno a starsene, per amore del buon gusto, finalmente in silenzio.