una vittima designata…

“Non è stato affatto dimostrato che il Mannino fosse finito anch’egli nel mirino della mafia a causa di sue presunte e indimostrate promesse non mantenute (addirittura, quella del buon esito del primo maxi processo) ma, anzi, al contrario, è piuttosto emerso dalla sua sentenza assolutoria per il reato di cui agli art. 110, 416 bis c.p., che costui fosse una vittima designata della mafia, proprio a causa della sua specifica azione di contrasto a ‘cosa nostra’ quale esponente del governo del 1991, in cui era rientrato dal mese di febbraio di quello stesso anno” così si legge nelle motivazioni della sentenza emessa dai giudici di Appello di Palermo che hanno assolto l’ex giudice Calogero Mannino dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato”. [*]

I giudici, nei fatti, smontano la tesi della procura: nessuna trattativa con la Mafia. Mannino era nel mirino di Cosa Nostra non per non aver rispettato un patto, ma per averla contrastata. È vittima. È come se i pm avessero accusato di omicidio il morto ammazzato.

Più del Duce potè il neocapitalismo…

Il sito di Rai Storia è una miniera preziosa di filmati e documenti interessantissimi; per chi fa fatica a dormire, poi, è un validissimo aiuto ad affrontare la notte tenendosi lontani dalle televendite farlocche o dai perversi social. L’altra notte, per esempio, m’è capitato di vedere una puntata de Il tempo e la Storia dedicata all’educazione dell’infanzia e della gioventù perseguita dal regime fascista [*] (libro e moschetto, fascista perfetto, ricordate?). Tra citazioni e rimandi è emersa, nel corso della trasmissione, la fondamentale questione se l’educazione totalitaria di una generazione abbia o meno plasmato nel profondo il carattere del popolo italiano.
Ora, è pacifico (a parte gli estremisti neofascisti) che qualcosa dell’eredità fascista sia rimasto nel carattere nazionale; come corrente carsica, questa dolorosa eredità riemerge nel carattere nazionale a ogni momento: ad esempio il razzismo, l’omofobia, il maschilismo strisciante, l’anticomunismo e la preferenza più o meno marcata per le destre – ma in definitiva questi atteggiamenti erano propri anche dell’Italietta prefascista. Personalmente però sono convinto – come del resto sosteneva Pasolini – che il carattere nazionale sia stato influenzato a fondo più dal neocapitalismo che dal fascismo. Insomma più il Duce poterono il consumismo, il liberismo, la sessa televisione – e non c’è affatto bisogno di scomodare Berlusconi, che al limite è stato figlio e non padre di questa ideologia, nata forse con le sigarette dei liberatori, col piano Marshall e con il boom economico degli anni cinquanta.
Credere, obbedire e combattere, praticare il culto della guerra, anzi l’esaltazione della morte, fare più figli possibile, considerare la politica il fine primario dell’esistenza, ritenere gli italiani il popolo eletto… ecco, di tutto questo che il fascismo chiedeva (anzi, imponeva) agli italiani, cos’è rimasto alla fine nel loro carattere?! Nulla! Anzi, curiosamente questi ideali si ritrovano oggi più nel fondamentalismo musulmano. È lì che si ritrova il culto fanatico della tradizione, l’esaltazione dell’eroe e il “viva la muerte”, la sottomissione della donna, il senso della guerra permanente e l’ideale del Libro e del moschetto. Tutte queste idee gli italiani le hanno assorbite pochissimo (tranne i terroristi di destra e di sinistra, ma anche questi più disposti a far morire gli altri che a sacrificarsi da kamikaze), e prova ne sia il modo in cui è andata la seconda guerra mondiale. Paradossalmente il disprezzo volontario della vita è stato presente solo in un momento, finale e tragico, tra le ultime raffiche di Salò e partigiani. Una sparuta minoranza.
Che cosa invece ha proposto il neocapitalismo, nelle sue varie declinazioni, giù giù fino al berlusconismo? Di acquisire come diritto, magari a rate, l’automobile, il frigorifero, la lavatrice e la televisore; di considerare l’evasione fiscale un peccatuccio veniale, di passare le serate dedicandole al divertimento, alle ceni più o meno eleganti, sino alla contemplazione di attricette scosciate (e, all’estremo limite, oggi, alla pornografia hard a portata di click), di non preoccuparsi troppo per la politica andando sempre meno a votare (andate al mare la domenica, invece di recarsi al seggio elettorale – invitavano alcuni politici), di limitare il numero dei figli per limitare i problemi economici, insomma di cercare di vivere agiatamente evitando troppi sacrifici. La maggioranza della società italiana si è adeguata con convinto entusiasmo a questo modello. E chi si sacrifica andando ad assistere i disperati nel sud del mondo rimane un’esile minoranza. Gente che – come molti dicono – se l’è andata a cercare, invece di starsene comodamente a casa a guardarsi sul web le repliche dei programmi televisivi.

i barbari vincono

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Ogni volta che subisce una batosta, la sinistra delle barche a vela e degli chef stellati osserva il ceto medio trionfante del Nord con un moto di stupefatto disgusto. È successo in passato, è successo anche questa volta. La società incivile: li chiamano così, quei milioni di italiani che si sentono all’opposizione dai tempi del primo centrosinistra di Fanfani, vorrebbero meno tasse (una sola aliquota magari), meno scartoffie e clandestini, amano i prati ma anche le autostrade, vivono male sotto i cieli plumbei ma non per questo scappano dalle responsabilità; leggono Wilbur Smith invece di Umberto Eco oppure non leggono affatto, ché come i più amano dire: «se avessi studiato mica sarei arrivato dove sono». A questi trionfanti compatrioti, la sinistra offre tuttalpiù un severo giudizio, quando prova a formulare un giudizio, ma non è affatto capace di ascoltarli, di intercettarne le richieste, di provare a stabilire un contatto. Eppure basterebbe una analisi un po’ meno superficiale di quella che riserva di solito al problema per inquadrare storicamente (almeno storicamente) quella che qualcuno ha definito “Rozza Italia”. Sono i barbari, insensibili ai valori classici ma traboccanti di fiducia in se stessi e di energie. L’Impero Romano, il glorioso impero dei Cesari, poté solo ritardare la propria caduta, usando le loro truppe per difendere i suoi confini o assorbendone i generali. Ma una minoranza in declino, che finge poi di non vedere i problemi, per incapacità o per freddo calcolo, non può comandare in eterno su una maggioranza più incazzata e brutalmente vitale. Non enunciare un problema non ne avvicina la soluzione; la allontana. E prima o poi, statene certi, i barbari vincono: è una legge di natura che nessun artifizio retorico del centrosinistra potrà affatto mutare.

Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

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Vabbè, tocca rassegnarsi. Spalare la neve deve essere, per l’Italia, una sfida tecnologica insostenibile. Gli spazzaneve, il sale grosso, i guantoni, i cappelli e le sciarpe di lana, le catene per auto devono essere ritrovati tecnologici avveniristici (e costosissimi?) per i quali non siamo ancora pronti. Dev’essere così, fidatevi!
A fronte di tale incapacità, basterebbe però ci venisse risparmiato almeno il desolato stupore con il quale giornalisti e meteorologi più o meno esperti, ogni inverno, accolgono l’inverno. Pare difficile accettarlo, ma è così: in Italia, in febbraio, fa freddo e nevica. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti. E spesso — udite udite — nevica “anche al Sud”, come strombazzano i tele-giornalisti con l’espressione sgomenta della D’Urso quando da un pettegolezzo già pregusta le ricadute in termini di audience sulle sue trasmissioni. Il Sud, infatti, è pieno di montagne molto alte. E appartiene — mi insegnò il professore di geografia — alla fascia del mondo a clima temperato: in estate, quindi, fa caldo e in inverno, indovinate un po’?, freddo. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

Il tizio che sorride…

Baciamano
Con una straordinaria faccia di culo, nel giorno del suo insediamento, il neocommissario di Roma è andato a prendere servizio non dal presidente del Consiglio che l’aveva cooptato ma dal papa, facendosi immortalare peraltro nell’atto di baciargli la mano.
Al di là del simbolismo che ognuno di noi, in base alla propria sensibilità culturale, può ricavare dallo scatto, quello che ha catturato la mia attenzione nella foto non è la scena in primo piano, che pure ha il suo fascino gotico e feudale, ma lo sfondo — meglio, le comparse dell’evento. Su di una, in particolare, s’è soffermata l’attenzione: il tizio che sorride con un’espressione tra il malizioso e il furbesco: un riso, forse, come di uomo di mondo che ben sa come fare andare il mondo. E il tizio che sorride è una costante in tutte le foto del genere: fateci caso (fatevi aiutare semmai da Google) troverete sempre il tizio sorridente — sempre diverso ovviamente, a volte smilzo, a volte col doppio mento, civile o prelato, pelato a volte e a volte brillantinato.
Be’, sentite a me: la storia d’Italia — più che dai pontefici e dai capi di governo – penso sia stata fatta dal tizio che sorride, quello che, sornione, sa come va il mondo. Sinceramente, cosa volete che possano contare quelli che provano disgusto fino a vomitare bile allo spettacolo schifoso, innaturale e persino goffo di un uomo che bacia la mano a un altro uomo? Cosa volete che possano contare bocche e mani che cambiano di tanto in tanto, con frequenza diversa, giusto per non ammorbare troppo il pubblico che prova trasporto e si diverte al teatrino dei pupi? Seppur cambiando, diverso sempre di volta in volta ma uguale a sé stesso nel ruolo, è il tizio che sorride, quello che fa la storia — più malizia ci mette nel sorriso, più furba è l’espressione, meglio gli viene.

[…]

Bianca


[Come sempre, quando è di tanto che si avrebbe voglia di scrivere, ci si ritrova davanti alla pagina bianca senza riuscire bene a infilare in riga due o tre parole giuste; senza sapere bene da cosa cominciare e, soprattutto, dove andare a finire. E non si scrive. È il cortocircuito della grafomania che al grafomane fa girar assai i coglioni; cortocircuito che spinge in genere a soluzioni disperate come tentar di condensare il pensiero tutto in poche righe, a risolvere in battuta un costrutto del pensiero molto più complesso e articolato. Ed è inevitabile che in quelle poche righe non vi si scorga traccia leggibile dei temi che si voleva trattare, dei problemi che si voleva cercare di afferrare e fermare su carta o altro supporto più o meno reale, ma solo l’umore che muove la scrittura in mezzo a essi. E di solito non è affatto un buonumore – e no, direi proprio di no – tuttalpiù è grasso sarcasmo, che vira al grottesco e il più delle volte al macabro.
Capita – di rado, ma capita – che si arrivi a rinunciare anche a quelle poche righe, allo sberleffo sguaiato, per accontentarsi di esprimere il proprio malumore in una citazione letteraria o in un pezzo musicale, che quasi sempre riescono a riassumere bene il malumore che si prova ma solo a chi le sceglie.
Dal troppo voler dire, e dal sentire di doverlo dire, si arriva – sublime paradosso – a non dir niente o quasi: ‘na pernacchia, una bestemmia, un lamento anche mal riusciti, e l’unica certezza è una lucida coscienza di assoluta impotenza. Impotenza non nel provare a metter ordine nel mondo per mezzo della scrittura – problema, invero, tosto assai a risolvere – ma anche solo ad aver la forza di esprimere con la chiarezza e la lucidità necessarie quel disordine che spinge a provarci, che arriva a prendere possesso degli individui e dei fatti dopo averli piegati fino a renderli intrattabili a ogni forma di logica e dunque intrattabili a essere narrati con qualunque mezzo. Si è sorpresi dall’inutilità del provarci: sospesi tra l’irrefrenabile voglia di agire e il massacrante desiderio di desistere.
Oggi, per esempio, ci sarebbe da scrivere – e tanto – sugli spazi concessi dalla stampa nazionale al viaggio del papa in America e sulla superficialità con cui vengono trattate le dichiarazioni – che ci son state – riguardanti, invece, la pedofilia del clero. È un indicatore – ritengo sia il più emblematico – dello sfacelo culturale e dell’assenza dell’autonomia del pensiero critico del Paese e allora ci sarebbe da scrivere – e tanto – su ciò che l’ha posto in premessa. Già qui sta in agguato una prima vergine: averne già scritto e ampiamente – sicché siamo poi certi che repetita iuvant? E a chi?
Si è oramai consolidata la convinzione che al Paese non tocchi altro che il commissariamento – apertamente istituzionalizzato, dico – ecclesiastico: triste revival degli anni intercorsi tra il 752 al 1870. Ridotti a sudditi del mostro a due teste che ha sempre malamente inculato ogni illuso che sognasse per l’Italia un qualsiasi destino laico, sarebbe meglio che qualsiasi parodia di Prometeo buttasse via lo stampo che ci fece uomini: donare il fuoco ai ciechi è inutile oltre che dannoso.]

senza oneri per lo Stato…

  
“Il governo è pronto a inserirla nella prossima legge di stabilità o a scrivere un decreto per sancire che le scuole paritarie non devono pagare l’Ici/Imu/Tasi.” Attacca così l’articolo a firma di Giovanna Casadio, su la Repubblica di oggi, in cui viene discussa la sentenza della Cassazione che ha dichiarato illegittima l’esenzione fiscale sugli immobili in cui si svolgono attività didattiche gestite da religiosi.
Dovrei, a questo punto, intrattenermi almeno un pochino sull’argomento, ché questo pare sia il temino sul quale la blogosfera è chiamata a fare il compito in classe, e a consegnare il foglio in bianco si fa una figuraccia, non sia mai detto. Ma — ma… — il rischio, visto il supporto dei filoclericali che siedono al Governo e in Parlamento e vista, soprattutto, l’offensiva clericale in atto, beh — visto tutto sto po’ po’ di roba, dicevo — pare impresa a dir poco assurda: provare a illustrare e a contestare punto per punto i motivi avanzati contro la sentenza è davvero tempo perso. Ché poi, a conti fatti, sono sempre i soliti motivi. Quali? Beh, quelli che da decenni hanno allegramente ignorato — neanche pisciato di striscio, ecco — l’articolo 33 della Costituzione: «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Perdere tempo a discutere sul resto, davvero, non mi sembra il caso e comunque, visto i presupposti, c’è davvero poco da discutere.