
Ci sono weekend che non sanno di riposo, ma di costruzione.
Di quella febbrile, silenziosa, quasi clandestina che nasce tra uno schermo e una tazza di caffè.
A volte mi fermo a guardare le linee che disegno — curve d’aria, grafici di portanza, numeri che diventano vento — e penso che in fondo questo sia il mio modo di raccontare storie. Solo che i protagonisti non parlano: volano.
Passo ore a sistemare dettagli che forse nessuno noterà, ma che fanno la differenza tra una lezione e un’esperienza. Perché il mio mestiere non è solo spiegare: è far accadere qualcosa.
Accendere una curiosità, una domanda, un desiderio di capire.
E allora sì, certe sere la stanchezza si mescola alla gratitudine.
Perché insegnare, in fondo, è questo: tentare ogni giorno di far nascere un po’ di stupore dove il mondo sembra già spiegato.