Appunti…

Fallaci

Il brano in esergo è tratto da “La rabbia e l’orgoglio” della Fallaci (siamo alle pagine 78 e 79 del panphlet edito dalla Rizzoli). Proviamo, nelle righe che seguono, a mettere in risalto un incidente argomentativo increscioso – la fallacia della Fallaci, a dirlo con un banale calembour – in cui incappa (involontariamente?) la nota scrittrice.
La fallacia della brutta china – dice la teoria – consiste nel supporre che compiendo un solo passo in una certa direzione si sarà condotti a percorrere l’intera distanza. Oh, si badi: non è sbagliato supporre, in generale, che, imboccata una certa strada, si vada ben oltre il passo ritenuto necessario. La fallacia, in realtà, sta nella presunzione (generalizzata) che questo sia inevitabile.
L’argomento su cui regge la struttura dell’articolo mira a persuadere il lettore dell’urgenza e dell’opportunità di una guerra contro la Jihad islamica, prospettando le conseguenze catastrofiche (“Distruggerà – si legge in quelle righe – la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri…”) che deriverebbero dall’assenza di una risposta decisa e difensiva nei confronti di quella che, un po’ di righe più su, l’Oriana stessa definisce “una Crociata alla rovescia”. La sostanza dell’argomento, nei fatti, è che chi esita nell’agire, chi non si oppone o non si difende tempestivamente, contribuisce ad innescare una serie di passi che condurrebbero alla distruzione della cultura “occidentale”. Dov’è l’errore argomentativo? Il ragionamento – e qui il punto – è monco della catena sequenziale che, dal rifiuto dell’azione (“se non ci si oppone…”), condurrebbe dritto dritto alla distruzione dell’Occidente: in assenza di una sequenzialità dei passi, nessuno può assicurarci che l’esito catastrofico sia una conseguenza dell’assunto iniziale; esito che, a rigori, potrebbe essere determinato da tesi alternative o, al limite, del tutto (o in parte) evitato.

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