unicuique suum…

Certe volte faccio davvero fatica a capacitarmi, a cercar di comprendere l’impalcatura logica che vorrebbe reggere certe assurde pretese propagandate, semmai, anche come giuste.
Dove cazzo sta scritto — tanto per dire — che se non accetto una cosa, non riesco a condividerla, ad apprezzarne i principi, devo negare la possibilità a un altro di praticarla per il solo fatto che io quella cosa ritengo appunto assurda? Ti dici cattolico? Bene! E goditi, di grazia, la tua ostia. Anzi: se così per te è, ritienila corpo di Cristo e mangiatela di gusto; bevi il vino che è per te il suo sangue e, poi, bacia la mano a quel tipo in gonnella, acchitato a festa, tra merletti e sciarpe di seta; tipo che – mi dici – essere il vertice supremo della bontà e della saggezza, anche se poi ti s’incula il figliolo in sagrestia. Fai pure, non mi permetterei mai d’impedirtelo, ci mancherebbe! Ma, di grazia, cerca di non rompermi i coglioni con queste tue storielle assurde, cercando in tutti i modi di propagandarmele per vere. E poi, ancora, – lo dico anche a quell’altro tuo amico – basta a venirmi a citofonare il sabato, la domenica… nei fine settimana, il pomeriggio, m’appisolo un po’, io. Vuoi convertirmi? No, grazie: ho da fare! Facciamo così: a me il mio assurdo a te il tuo: c’è spazio a sufficienza, vedi? Alza i tacchi e corri a pregare: nel rispetto dell’unica legge possibile – ma possibile, dico, solo perché utile – che sancisce perentoria «fatti i cazzi i tuoi ché io mi faccio i miei», entrambi i nostri assurdi hanno la stessa dignità di sussistere. Suvvia, non metter il musetto a culo di gallina, non farne una questione personale, non prendertela tanto: smamma!
Scusa? Sei gay? Cazzi tuoi — mi vien da sbottare. Non mi ci immagino, io, davvero non mi ci immagino proprio. Ma questo, mi par chiaro, non deve, in alcun modo, spingermi a negarti (anche solo a pensarlo) la possibilità di aver figli, di adottarli e a ostacolarti nel diritto di sposarti (se proprio ci tieni, eh?!). Ma se ti dico – con grazia, per giunta – «togli quella mano dalle mie chiappe», deh, figliolo caro, toglila! forse, chissà, in un’altra vita… ma ora proprio no.
E tu? Ah, sì, è vero: hai deciso di morire. Avrai, non voglio in alcun modo metterlo in dubbio, avrai, dicevo, le tue buone ragioni: da par mio cerco d’offrirti tutto quello che posso offriti e tutto quello che tu hai deciso di accettare per farti desistere dal tuo proposito. Non foss’altro perché ti ritengo mio simile e, monco delle tue ragioni (figlie, semmai, del tuo dolore, delle tue paure e delle tue convinzioni), fatico un po’ ad accettare la tua estrema conclusione. Sì, ma poi, oltre una soglia, la mia empatia deve farsi i cazzi suoi, ché il mio simile, che vuol morire, potrebbe, tanto per dire, non gradire affatto questa mia eccessiva preoccupazione: e che vogliamo metterci a fare la gara a chi è più preoccupato?
Ecco, il mio liberalismo sta tutto qui: e dunque potrei ben essere intimamente omofobo, vile al punto da dar di stomaco davanti ad un rivoletto di sangue ma impormi il dovere di non permettere nulla alla mia omofobia o alla mia viltà; anzi, lottare per pari diritti tra etero e gay più che se fossi gay e, ancora, star lì a buttar bile allo stremo per il diritto all’eutanasia pur sapendo in cuore di non riuscire mai a praticarla per me o per un mio caro. E poi dicono che il liberalismo sarebbe un caleidoscopio di capricci: capricci, un cazzo! Il punto è che devi il rispetto a tutti quelli che ti rispettano. Alzar le spalle agli assurdi altrui e pretendere il rispetto per i tuoi di assurdi. Stop.
Altro esempio? Potrei considerare assolutamente piacevole star lì, fermo in un letto, in ozio, senza neanche aver le forze per alzarmi da solo per andare a pisciare; apprezzare il tocco soave delle mani di una suorina che sta lì a lavarmi i coglioni. Sai che bello? tutto il giorno poter perdermi nell’infinito ciclo dei miei pensieri che si rincorrono, star lì a fissar il soffitto, candido, beato. Avrei pure, tanto per dire, potuto disporre, nel mio testamento biologico, «nel sondino, di tanto in tanto, non lesinate una buona pinta scura, al doppio malto» – potrebbe pure essere – ma perché, chiedo, devo rompere il cazzo a quel mio simile che ritiene quelle condizioni di vita insopportabili? Indegne d’essere vissute? Ché quello, magari, si rompe i coglioni (puliti dalla suorina, sì, ma pur sempre irrimediabilmente rotti) a star lì, tutto il giorno, a fantasticare guardando fisso nel vuoto del soffitto della stanza. Lascia scritto che vuol morire? E mica tutti sanno apprezzare il tocco di una suorina?
Ecco, il mio liberalismo sta tutto qui. Di base sarei anche un tipo calmo io, ma non vorrei passare per fesso. E poi così, giusto per il gusto di non farti prendere troppe confidenze: se tu mi vieni a dire che il mio assurdo fa schifo rispetto al tuo – a cafone, cafone e mezzo – ti dico che col tuo assurdo io mi ci pulisco il culo! Tranquillo?! Devo star calmo? Ma guarda che il mio non è un liberismo incazzato; la mia è l’unica sana reazione che può avere un liberista italiano (e sottolineo, italiano) che vede i suoi principi molestati, violentati, maltrattati da fascisti, comunisti e cattolici di destra e di sinistra uniti, oramai, in un sol fascio: insinuanti, subdoli, fastidiosi, appiccicosi più della pece, perfino prepotenti. E poi di una bruttezza che non ti dico: dentro e fuori – roba che, al confronto, il demonio ci fa la figura del gaglioffo.

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