…l’urgenza di custodire la democrazia

In una afosa mattina d’agosto, la stazione di Bologna si animava di viaggiatori. Nessuno poteva immaginare che una bomba celata in una valigia stesse per stravolgere le loro vite.
Alle 10.25, l’esplosione. Un boato assurdo, che squarcia corpi e coscienze. Emergono scene strazianti, impresse nella memoria collettiva. Soccorsi improvvisati, ambulanze insufficienti. L’orologio fermo su quell’istante di orrore.
È l’inizio degli “anni di piombo”, stagione buia che quasi sovverte la democrazia. Terrorismo, stragi, strategia della tensione. Obiettivi mirati da parte della sinistra extraparlamentare; attacchi indiscriminati da parte dei neofascisti, per seminare paura e insicurezza.
Bologna ne è emblema. A pagare sono cittadini inermi, colpiti per destabilizzare lo Stato. Seguiranno depistaggi, processi interminabili, verità negate. Mandanti forse senza volto, pur nell’accanimento della giustizia.
Eppure la città reagisce con compattezza. La memoria delle vittime alimenta l’impegno civile, ancora oggi incessante. Quell’orologio fermo ricorda a tutti noi l’urgenza di custodire la democrazia, bene fragile.
Sono passati oltre quarant’anni, ma il dolore non si è affievolito. Restano domande aperte, su cui non smettere di interrogarsi. Perché anche di fronte al Male, la speranza non muore.

…un giardino dell’anima

Cesare Pavese con pochi versi riesce a evocare un intero mondo. In questa poesia il lettore viene catapultato in un giardino avvolto dalla calda luce estiva. L’erba secca scricchiola sotto i piedi, scaldata da un sole cocente che profuma di salsedine.
È un paesaggio sospeso nel tempo, dove il presente si fonde con il passato. I frutti cadono maturi al suolo, e quel tonfo ovattato richiama un sussulto nel cuore, quasi un’eco. C’è tutta una sinestesia di sensazioni, un intreccio di vista, udito, olfatto.
Il protagonista si muove all’interno di questa scena come rapito da un incanto. Nei suoi occhi si riflette quel ricordo luminoso di estati lontane. Ascolta parole sussurrate dal vento, parole che lo sfiorano soltanto. Ed emerge nei suoi lineamenti un pensiero sottile, che porta con sé il riflesso del mare. È un pensiero muto, eppure riecheggia nel cuore spremendone una malinconia antica. Così il dolore che stilla ha il sapore pungente dei frutti caduti, la nostalgia delle cose perdute.
Con pochi versi ariosi Pavese riesce a cristallizzare la bellezza effimera di un attimo. Ne emerge un piccolo gioiello, una poesia che cattura un’emozione e la imprigiona con grazia ed essenzialità. L’estate ritratta è un giardino dell’anima, in cui ritrovarsi.

L’occhio che dipinge: Fred Herzog e la fotografia a colori…

Le opere di Fred Herzog ritraggono la vivacità di Vancouver tra gli anni Cinquanta e Sessanta. In un’epoca dominata dal bianco e nero, Herzog percorse la via del Kodachrome, imprimendo su pellicola i colori della sua città. Per anni, quegli attimi rimasero sospesi nel crepuscolo delle diapositive, in attesa che la tecnologia ne permettesse una fedele riproduzione.


Oggi, grazie ai progressi della stampa digitale, oltre duecentotrenta di questi frammenti di vita – molti inediti – risplendono nel volume “Fred Herzog: Modern Color“. Una celebrazione della quotidianità oltre il velo grigio che spesso la avvolge, un inno alla sua essenza più vera.
Herzog ha il dono di scorgere la poesia nei gesti semplici: un bambino che salta una pozzanghera, il riflesso di un tram sull’asfalto bagnato, il passo quieto di una coppia lungo la strada. Istanti catturati dal caso, cristallizzati nelle emulsioni cromatiche prima di svanire nel tempo.
Herzog si è imposto come precursore del colore in fotografia.

Con garbo, ha impresso su pellicola l’anima di un’epoca, offrendoci oggi la possibilità di assaporarne la bellezza fugace. I suoi scatti sono un omaggio alla vita, un’ode ai suoi colori.