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…un segno dei tempi

Le cime del potere e della ricchezza, i titani dell’epoca moderna, hanno preso forma nei sembianti di Elon Musk e Mark Zuckerberg. Da mesi si sono prodotti in un combattimento verbale, ostentando parole ed epiteti su spazi virtuali, tutto all’ombra di un machismo inespresso ma palpabile.
Ecco che ora le parole cedono il posto all’azione, a un combattimento, a un confronto fisico che mira a rievocare l’antico. Una sfida di plastica che finirà per essere spacciata come epica, senza alcuna essenza culturale dietro al fragore dell’evento.
L’Italia, che tanto guarda al passato senza comprenderlo, senza penetrarne i significati profondi, si fa palcoscenico di questo gioco, di questa maschera di virilità. Le parole di Musk rivelano accordi con il governo, promesse di donazioni a ospedali pediatrici, il tutto sotto il velo della celebrazione dell’antica Roma. Si gioca con la storia, con la cultura, come se fossero oggetti da esibire e non patrimonio da rispettare. La Sagra dei bulli ha trovato attori e teatro. Non vi è evoluzione qui, soltanto una replica delle singolar tenzoni d’un tempo, in un mondo che si pretende avanzato, ma che si ritrova ancorato a comportamenti primordiali. Uguali nella disuguaglianza, uguali nella bestialità dell’animo.
Questa sfida, questa messa in scena, è un segno del tempo, un simbolo di una classe dirigente che non ha saputo, o voluto, superare le barriere del passato. In essa vi è l’eco di un’Italia che non apprende, che non riflette, che si perde nel luccichio superficiale delle cose, dimenticando le radici e i valori che la sostengono.
I giganti del nostro tempo si sono scelti l’arena, ma è una scelta che parla più di loro che della nazione che li ospita, una scelta che svela le crepe nella facciata della nostra civiltà cosiddetta moderna.

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