…è tutto un equilibrio sopra la follia.

Passiamo la vita a fidarci del pavimento. Gli affidiamo il peso dei mobili, i passi distratti, il sonno dei bambini, le stoviglie nelle credenze e tutte quelle piccole certezze che, non avendo mai dovuto dimostrare niente, chiamiamo casa. Poi la terra si muove appena e ogni cosa cambia significato: il lampadario diventa un avvertimento, una porta una salvezza, il corridoio una distanza smisurata.
Possiamo vivere da sempre accanto a un vulcano, conoscere il nome delle faglie, distinguere una scossa dall’altra, imparare le vie di fuga e tenere pronte le scarpe vicino al letto. Possiamo sapere che tutto ciò è normale, previsto, spiegabile. Ma essere preparati non significa essere pronti.
La scienza misura, osserva, confronta. Sa dire quanto forte potrebbe essere il colpo, non quando arriverà. Conosce il respiro della terra, ma non l’istante preciso in cui deciderà di prendere fiato. E in quel piccolo spazio lasciato vuoto dal sapere si accomoda la paura. È una paura antica, rimasta intatta sotto secoli di intonaco. Apparteneva agli uomini che dormivano nelle grotte e appartiene a noi, che abbiamo muri armati, telefoni intelligenti e satelliti capaci di guardarci dall’alto. Cambiano gli strumenti, non lo spavento. La terra trema e l’uomo torna improvvisamente all’infanzia del mondo. Perché la natura possiede questa severa eleganza: non ha bisogno di distruggerci per rimetterci al nostro posto. Le basta far tintinnare due bicchieri, spostare una sedia, piegare per qualche secondo la linea sicura dell’orizzonte. Basta poco per ricordarci che siamo creature in equilibrio sopra una cosa viva. Dopo, naturalmente, tutto ricomincia. Si controllano le crepe, si telefonano gli affetti, si raddrizzano i quadri. Qualcuno scherza per scacciare il tremore rimasto nelle mani. Qualcun altro non dorme, ma spegne comunque la luce. La normalità ritorna con cautela, come fanno gli animali quando escono dal riparo.
Eppure qualcosa resta.
Resta la sensazione che la casa non sia un possesso, ma una tregua. Che la sicurezza sia soltanto una distrazione ben riuscita. Che sotto i nostri progetti, le nostre urgenze e la presunzione di avere tempo, il mondo continui il proprio movimento senza chiederci permesso.
La terra non trema per farci paura. Siamo noi ad avere paura perché, quando trema, ci riconosciamo. Fragili, provvisori, vivi. E terribilmente in piedi.

Attraversare la felicità…

Il mare ha un modo tutto suo di insegnare il tempo. Non usa gli orologi, non ha bisogno delle lancette. Gli basta l’ombra che lentamente si allunga sotto l’ombrellone, il sole che smette di mordere la pelle e comincia a carezzarla, il vento che cambia direzione senza chiedere permesso.
C’è un’ora precisa, in ogni pomeriggio d’estate, in cui tutto sembra arrendersi con una grazia infinita. Non è ancora sera, ma il giorno ha già capito di non poter durare. È allora che la spiaggia cambia lingua. Le voci si abbassano. I bambini continuano a giocare, ma con quella serietà che hanno le cose belle quando sentono avvicinarsi la fine. Gli asciugamani vengono scrollati piano, come si fa con i ricordi che non si vogliono spiegazzare. Le braccia cercano altre braccia, non per il freddo, ma per la paura silenziosa che ogni felicità sia sempre un prestito.
Cammini verso l’acqua e la sabbia è diventata rovente. Ti costringe a correre per pochi passi, poi ti fermi. Ti accorgi che anche il dolore può essere una forma di memoria. Fra qualche mese basterà chiudere gli occhi per ricordare quella fitta leggera sotto la pianta dei piedi e ti sembrerà di essere di nuovo lì, davanti a quel mare che sapeva tutto di te senza averti mai fatto una domanda.
L’odore del sale resta addosso più della crema solare. Si infila nelle pieghe della pelle, nei capelli, nei pensieri. È un richiamo antico, qualcosa che ci ricorda che veniamo da un’acqua diversa e che, forse, tutta la vita non è altro che un continuo tentativo di ritrovarla.
Poi arrivano le prime borse da chiudere. Le sedie pieghevoli. Gli ombrelloni che si abbassano come bandiere dopo una festa di paese. Nessuno lo dice, ma tutti sanno che il pomeriggio è finito. Eppure nessuno ha davvero voglia di andarsene. Restiamo qualche minuto in più, fingendo di cercare una conchiglia, di sistemare un telo, di aspettare qualcuno. In realtà stiamo aspettando che il cuore accetti quello che il sole ha già deciso.
Forse è questo che ci insegna il mare ogni estate: che la felicità non è fatta per essere trattenuta. È fatta per essere attraversata. Come un’onda. Se provi ad afferrarla ti lascia soltanto schiuma fra le dita; se invece la lasci passare, ti accorgi che ti ha cambiato il respiro.
E così il primo pomeriggio muore. Senza tragedia. Senza rumore. Con quella dignità che hanno tutte le cose destinate a finire. Perché anche l’ozio, quando è vero, non è una fuga dal mondo. È una breve tregua che la vita ci concede prima di tornare a chiamarci per nome.