La parte di cielo che resta…

Due mesi sono una misura precisa soltanto per i calendari. Per il dolore, invece, possono essere un istante oppure un tempo interminabile. Dipende da ciò che lo risveglia: una fotografia, una data, una voce ricordata all’improvviso. A volte bastano poche parole lasciate sotto un’immagine perché tutto ritorni al proprio posto, compreso ciò che un posto non dovrebbe averlo mai avuto.
Quando una vita giovane si interrompe, il tempo continua, ma perde per sempre una parte della sua innocenza.
Continuano le mattine, le strade, le lezioni, le conversazioni distratte. Continuano perfino le risate, con quella loro inconsapevole crudeltà di cose vive. Eppure qualcosa rimane fermo. Non soltanto nell’assenza di chi non c’è più, ma nello sguardo di chi resta e deve imparare, senza averlo scelto, una nuova geografia del mondo.
Ci sono età in cui la vita dovrebbe essere ancora tutta al futuro. Dovrebbero esserci porte socchiuse, errori da commettere, promesse da prendere troppo sul serio e poi dimenticare. Dovrebbe esserci il tempo di cambiare idea, di sbagliare strada, di tornare tardi, di diventare altro. Il diritto semplice e sacro di essere incompiuti.
Per questo una morte prematura non sottrae soltanto una presenza. Sottrae anche ciò che quella presenza avrebbe potuto diventare. Giorni comuni, felicità minime, abitudini ancora senza nome. Una quantità invisibile di futuro.
È forse questa la parte più dolorosa: non soltanto ciò che è finito, ma ciò che non potrà cominciare.
Davanti a una perdita così, le parole sembrano spesso troppo rumorose. Cercano spiegazioni, inventano consolazioni, promettono significati che il dolore non possiede. Ma esistono parole più umili. Non pretendono di chiarire. Restano accanto. Non chiudono la ferita: evitano soltanto che venga lasciata sola.
E poi esiste il ricordo.
Il ricordo non restituisce. Non ripara. Non fa tornare indietro il tempo. Ma si oppone, con una forza quieta, alla cancellazione. Conserva una voce, un gesto, una maniera irripetibile di attraversare una stanza e la vita degli altri.
Nessuno coincide con il modo in cui è andato via.
Prima dell’assenza c’è stata una presenza. Prima del silenzio, una voce. Prima del vuoto, una persona capace di modificare, forse senza saperlo, la luce intorno a sé. Ed è in quella luce che continua a restare.
Nel bene di chi pronuncia ancora un nome. Nelle parole di chi non riesce a dimenticare. In una stella che, da qualche tempo, sembra brillare appena di più.
Forse il ricordo è proprio questo: il modo più silenzioso e più ostinato che l’amore conosca per restare.

Non lo so. Spiegamelo tu!

Ci sono uomini che, per sembrare rivoluzionari, dichiarano guerra ai libri. È il modo più economico per sentirsi Galileo senza avere nemmeno la pazienza di imparare la tabellina del metodo scientifico.
Dev’essere una strana forma di nostalgia. Dopo aver trascorso secoli a liberarci dalla superstizione, c’è chi sogna di tornarci con l’aria soddisfatta di chi ha scoperto un continente. Basta cambiare il nome: non la si chiama più ignoranza, ma “pensiero alternativo”. E il miracolo è compiuto.
Così il medico diventa sospetto perché ha studiato. Il ricercatore è accusato di essere troppo competente. L’università è una congrega, il laboratorio una setta, la statistica un’opinione. L’unica prova davvero inconfutabile resta il video di tre minuti registrato dal sedile di un pick-up, possibilmente con una bistecca fumante sullo sfondo.
Trump ha capito che il modo migliore per governare la complessità è dichiararla inesistente. Kennedy, invece, ha intuito che una dieta può diventare un manifesto politico. Mangiare grassi saturi non è più un’abitudine alimentare: è un gesto di liberazione. Il colesterolo diventa un prigioniero politico.
Eppure la realtà possiede un difetto insopportabile: non vota, non mette “mi piace”, non partecipa ai comizi. Si ostina a comportarsi da realtà. Le arterie continuano a restringersi anche se ti senti un patriota. Le cellule ignorano le campagne elettorali. L’infarto non chiede per chi hai votato prima di presentarsi.
Il punto, allora, non è Kennedy. Non è Trump. Domani arriverà qualcun altro a venderci il prossimo elisir contro il sapere. Il punto è che esiste un mercato floridissimo in cui la competenza viene rivenduta come arroganza e l’ignoranza come autenticità. È il solo negozio al mondo dove meno sai, più vieni applaudito. Forse perché la conoscenza è umile: passa la vita a correggersi. La stupidità, invece, ha sempre una sicurezza granitica. Non conosce il dubbio, non sopporta le sfumature, non perde tempo con le verifiche. Ha una risposta pronta per ogni domanda e una colpa pronta per ogni smentita. La scienza è noiosa. Chiede anni, errori, verifiche, pazienza. La favola, invece, è velocissima: basta un microfono, un milione di visualizzazioni e qualcuno disposto a credere che il proprio fegato sia più intelligente di centinaia di migliaia di ricercatori.
La cosa davvero inquietante è che non stanno combattendo contro la scienza. Quella continuerà a esistere anche senza il loro consenso. Stanno combattendo contro l’idea che, qualche volta, per capire il mondo, sia necessario avere l’umiltà di dire semplicemente: “Non lo so. Spiegamelo tu.”.

…e ognuno aspetta ‘a ciorta

Ci sono persone che dicono di non credere alla fortuna. Poi, però, escono di casa e tornano indietro perché hanno dimenticato una cosa. Se incontrano un gatto nero fanno finta di niente, ma cambiano marciapiede. Giurano che il colore di una maglietta non cambia il destino e, guarda caso, il giorno di un esame o di un appuntamento importante indossano sempre la stessa.
In napoletano la fortuna non è una parola astratta. È ’a ciorta. E già il suono cambia tutto. La fortuna sembra una signora elegante che vive nei libri; ’a ciorta, invece, è una vicina di casa. È una che oggi ti saluta e domani gira la faccia. Una con cui non puoi discutere: al massimo puoi cercare di fartela amica. Per questo esistono i piccoli riti. C’è chi tiene una moneta in tasca, chi non appoggia il pane capovolto, chi evita di passare sotto una scala, chi conserva un oggetto che non serve a niente ma guai a perderlo. Se li guardi con l’occhio dello scienziato fanno sorridere. Se li guardi con quello dell’uomo fanno tenerezza.
In fondo non stiamo cercando di convincere il destino. Stiamo cercando di convincere noi stessi che il mondo non sia completamente sordo ai nostri desideri.
La verità è che la fortuna è una pessima impiegata: non riceve su appuntamento, non risponde alle raccomandate e non rispetta mai l’ordine d’arrivo. Così, nell’attesa, noi esseri umani ci inventiamo una specie di galateo con l’imprevedibile. Gli lasciamo un posto a tavola. Lo salutiamo con discrezione. Non costa niente. Io, per esempio, ci sono giorni in cui sceglierei perfino il colore della penna con cui firmare un foglio, se qualcuno mi garantisse che andrà tutto bene. E so benissimo che non cambierebbe nulla. Però, mentre chiudo la porta di casa, una piccola parte di me spera che l’universo abbia notato quello sforzo.
Forse è questo il segreto della ciorta: non promette miracoli, ma ci impedisce di diventare cinici.
Perché chi smette di credere nei portafortuna non smette davvero di cercare fortuna. Comincia soltanto a chiamarla in un altro modo: coincidenza, statistica, probabilità.
Ma quando la vita, all’improvviso, decide di sorriderci senza motivo, nessuno dice: «Che elegante convergenza di fattori favorevoli».
A Napoli, con una precisione che nessun trattato di filosofia è mai riuscito ad avere, si sorride appena e si dice soltanto: «Oggi, finalmente, s’è arricordata ’e me, ’a ciorta.»