…una bugia molto educata

L’ansia è una bugia molto educata. Non urla quasi mai. Bussa. Si siede accanto a noi mentre leggiamo, mentre aspettiamo il semaforo verde, mentre qualcuno ci sorride. Non ha bisogno del buio per arrivare. Le basta un pensiero qualunque, uno di quelli che sembrano innocui. Poi prende dimora.
La cosa più ingiusta dell’ansia è che non ha quasi mai un nemico davanti. Combatte contro il futuro, e il futuro è un avversario imbattibile perché non esiste ancora. Così ci ritroviamo a consumare il fiato per respirare un’aria che non c’è, a stringere i pugni contro una porta che nessuno ha chiuso. Forse è per questo che ci sentiamo soffocare. Non perché manchi l’ossigeno, ma perché manca il presente.
L’ansia è una forma di immaginazione che ha dimenticato la bellezza. È il talento, squisitamente umano, di costruire cattedrali di paura usando soltanto impalcature di possibilità. Dove potrebbe accadere, lei legge accadrà. Dove esiste un forse, lei incide un certamente. Eppure c’è qualcosa di profondamente umano anche in questo. Chi non teme il domani, in fondo, non ha mai amato davvero nulla. L’ansia è spesso il prezzo occulto dell’attaccamento: alle persone, ai sogni, ai figli, ai genitori, alle promesse, persino alla propria idea di sé. Ci stringe proprio dove abbiamo imparato ad amare. Il problema è che, quando diventa padrona di casa, pretende di proteggerci da tutto. Ma una vita protetta da tutto è una vita sottratta a quasi tutto.
Allora forse non bisogna vincerla. Le guerre contro se stessi finiscono sempre con uno sconfitto che ci assomiglia troppo. Bisogna piuttosto imparare a riconoscerla quando ci prende sottobraccio e ci indica orizzonti che non esistono. Ringraziarla, perfino, per averci ricordato che abbiamo qualcosa da perdere. E poi continuare a camminare senza seguirla. Perché la vita non accade mai nel luogo in cui l’ansia ci manda a cercarla. Accade sempre un passo più vicino. Esattamente dove abbiamo paura di restare.

Il negozio di sentimenti…

Con un poco d’ingegno ci si potrebbe persino inventare un mestiere che non esiste ancora. Non servirebbero licenze, né insegne luminose, né una vetrina in centro. Basterebbe un locale piccolo, con una porta che cigola appena e una campanella che suona solo quando entra qualcuno che ha davvero bisogno.
Lo chiameremmo negozio di sentimenti.
Verrebbe gente convinta di cercare coraggio e invece uscirebbe con una nostalgia ben confezionata. Altri chiederebbero di dimenticare qualcuno e finirebbero per comprare il ricordo giusto, quello che smette di fare male e comincia a fare compagnia. Ci sarebbe uno scaffale dedicato alle attese, ordinate in barattoli di vetro, e un cassetto pieno di parole che nessuno ha avuto il coraggio di dire. Le venderemmo una alla volta, perché le parole, se prese in grandi quantità, perdono sapore.
Tu, però, avresti il compito più difficile.
Metteresti in esposizione i tuoi occhi. Quegli occhi enormi che sembrano arrivare sempre un istante dopo il resto del viso. Serafici e distratti, profondi come certi pozzi in cui nessuno osa affacciarsi troppo. Timorati della luce eppure incapaci di abitare davvero il buio. Così pieni di cielo da sembrare, qualche volta, completamente assenti. Li nasconderesti dietro quella pettinatura sempre un po’ spettinata, come fanno le cose preziose quando non vogliono essere trovate. La gente entrerebbe soprattutto per guardarli. Perché ci sono occhi che osservano il mondo e occhi che, invece, permettono al mondo di specchiarsi. I tuoi appartengono alla seconda specie. Non fanno domande. Non cercano risposte. Si limitano ad accogliere. E questa, in fondo, è la forma più rara dell’intelligenza.
Io, al confronto, avrei un incarico modesto. Resterei dietro il bancone a scegliere le parole. Le peserei una per una, eliminando quelle troppo rumorose, lucidando quelle consumate dall’uso, lasciando che il silenzio facesse il lavoro migliore. Perché le parole, da sole, convincono pochi. Hanno sempre bisogno di un paio d’occhi in cui abitare.
Così, alla sera, chiuderemmo il negozio senza sapere se avremmo guadagnato qualcosa. Ma troveremmo sul pavimento qualche lacrima dimenticata, un sorriso caduto da una tasca, due o tre malinconie ormai leggere come piume. E forse basterebbe questo per considerarci ricchi.