
Con un poco d’ingegno ci si potrebbe persino inventare un mestiere che non esiste ancora. Non servirebbero licenze, né insegne luminose, né una vetrina in centro. Basterebbe un locale piccolo, con una porta che cigola appena e una campanella che suona solo quando entra qualcuno che ha davvero bisogno.
Lo chiameremmo negozio di sentimenti.
Verrebbe gente convinta di cercare coraggio e invece uscirebbe con una nostalgia ben confezionata. Altri chiederebbero di dimenticare qualcuno e finirebbero per comprare il ricordo giusto, quello che smette di fare male e comincia a fare compagnia. Ci sarebbe uno scaffale dedicato alle attese, ordinate in barattoli di vetro, e un cassetto pieno di parole che nessuno ha avuto il coraggio di dire. Le venderemmo una alla volta, perché le parole, se prese in grandi quantità, perdono sapore.
Tu, però, avresti il compito più difficile.
Metteresti in esposizione i tuoi occhi. Quegli occhi enormi che sembrano arrivare sempre un istante dopo il resto del viso. Serafici e distratti, profondi come certi pozzi in cui nessuno osa affacciarsi troppo. Timorati della luce eppure incapaci di abitare davvero il buio. Così pieni di cielo da sembrare, qualche volta, completamente assenti. Li nasconderesti dietro quella pettinatura sempre un po’ spettinata, come fanno le cose preziose quando non vogliono essere trovate. La gente entrerebbe soprattutto per guardarli. Perché ci sono occhi che osservano il mondo e occhi che, invece, permettono al mondo di specchiarsi. I tuoi appartengono alla seconda specie. Non fanno domande. Non cercano risposte. Si limitano ad accogliere. E questa, in fondo, è la forma più rara dell’intelligenza.
Io, al confronto, avrei un incarico modesto. Resterei dietro il bancone a scegliere le parole. Le peserei una per una, eliminando quelle troppo rumorose, lucidando quelle consumate dall’uso, lasciando che il silenzio facesse il lavoro migliore. Perché le parole, da sole, convincono pochi. Hanno sempre bisogno di un paio d’occhi in cui abitare.
Così, alla sera, chiuderemmo il negozio senza sapere se avremmo guadagnato qualcosa. Ma troveremmo sul pavimento qualche lacrima dimenticata, un sorriso caduto da una tasca, due o tre malinconie ormai leggere come piume. E forse basterebbe questo per considerarci ricchi.